domenica 24 maggio 2026

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  Fuoco nel calice

di Nikita Rakitjanskij

Unione dei giornalisti ortodossi, 22 maggio 2026

 

il mistero dell'eucaristia. Foto: Unione dei giornalisti ortodossi

Di solito consideriamo la comunione come una pia abitudine o un rituale. Ma all'altare ci attende la spaventosa realtà dell'incontro con il Dio vivente.

Una normale domenica mattina in chiesa. Qualcuno sospira piano, qualcuno si sposta da un piede all'altro, pensando alle faccende domestiche, al prezzo del cibo o alle notizie di ieri. Il coro nel kliros canta gli inni liturgici nel modo consueto, seguendo note familiari. Tutto sembra molto banale, calmo, persino un po' assonnato. Conosciamo troppo bene quest'ordine per essere sorpresi da qualcosa.

Ma poi le porte regali si aprono. Il sacerdote porta fuori il calice e si ode un suono appena percettibile: il leggero tocco del cucchiaio contro il bordo interno del calice.

In questo preciso istante, proprio qui – a pochi passi dai candelabri parrocchiali e da gente comune sfinita dalla settimana – accade qualcosa di fronte al quale gli antichi testi invitano cielo e terra a fermarsi in sacro timore. Ci avviciniamo all'ambone, con le mani giunte sul petto, aspettandoci il familiare conforto della consolazione spirituale, ma invece di un rimedio lenitivo, un fuoco puro si manifesta per incontrarci.

La dura parola di Cristo

La persona razionale della nostra epoca trova molto attraente l'idea di una fede senza obblighi esterni. Perché andare da qualche parte in una mattinata umida, fare la fila e ricevere qualcosa da un cucchiaio? È molto più facile concordare sul fatto che Dio debba risiedere esclusivamente nell'anima. Questo rende la religione accogliente, la trasforma in una filosofia confortevole o in un circolo etico per brave persone.

Tuttavia, il Vangelo autentico resiste a tali semplificazioni.

Nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, troviamo un episodio spesso chiamato la crisi di Cafarnao. Cristo dice alla folla riunita che devono mangiare la sua carne per ottenere la vita. Gli ascoltatori iniziano a protestare; ai loro occhi sembra una follia. Logicamente, un predicatore in un momento simile dovrebbe subito addolcire il linguaggio e spiegare che sta parlando in senso spirituale e metaforico.

Ma lui non fa questo. Gli interpreti del Nuovo Testamento spesso richiamano l'attenzione su un dettaglio del testo greco. Inizialmente, Cristo usa il verbo comune phagein, che significa semplicemente "mangiare". Ma quando la folla inizia a mormorare, egli cambia deliberatamente la parola con il più duro trogo. Nell'antica Grecia, questo verbo veniva usato per parlare di masticare il cibo, letteralmente, sgranocchiare con i denti.

Cristo lascia volutamente la sua affermazione ferma e incerta. Fu proprio dopo questa conversazione che molti discepoli si spaventarono, si voltarono e non lo seguirono più. Avevano seguito un saggio maestro di morale, ma si erano imbattuti nella richiesta di un'unione completa e sostanziale con lui.

Il calore vivo nel calice

Spesso dimentichiamo quanto il cristianesimo sia radicato nella materia. Il Creatore non disdegna la sostanza terrena. Poco prima di presentare le offerte, il sacerdote versa acqua calda nel calice. Nella tradizione ortodossa, questo gesto ha un profondo significato liturgico: il vino nel calice acquisisce la temperatura di un corpo umano vivente. In questo modo ci viene dato di sentire il calore della presenza di colui che è vivo qui e ora.

La Chiesa antica trattava questo evento con profonda riverenza. Componendo le preghiere prima della comunione, Simeone Metafraste trovò parole di straordinaria potenza, insolite per le nostre orecchie. Definì i doni sacri un fuoco capace di bruciare gli indegni e chiese a Dio di entrare in ogni parte dell'essere umano, nelle membra, nelle articolazioni e nel cuore.

L'apostolo Paolo, nella sua epistola agli abitanti di Corinto, scrisse esplicitamente che a causa di un atteggiamento negligente e superficiale nei confronti del corpo del Signore, molti nella comunità erano gravemente malati e persino in punto di morte. Questo è un monito serio.

La grazia non è una risorsa psicologica innocua. Non può essere sfruttata semplicemente per noia o per tradizione.

Se nel cuore di una persona regnano la fredda malizia, la riluttanza a perdonare o una sorda ostinazione, l'incontro con Dio al calice può diventare per lei una dolorosa bruciatura.

Medicina contro la depressione

Oggi, molti di noi vivono in uno stato di stress costante ed estenuante. Ansia cronica, paura per il futuro dei nostri figli, notizie angoscianti: tutto ciò prosciuga gradualmente una persona, lasciando dietro di sé solo un guscio vuoto. Quando le nostre forze interiori si esauriscono, nessun discorso di autoaiuto o esortazione morale può più essere d'aiuto. Una persona ha bisogno di qualcosa di più grande do semplici parole giuste. Ha bisogno della Vita stessa.

Il santo martire Ignazio il Teoforo, a cavallo tra il I e ​​il II secolo, definì l'eucaristia la medicina dell'immortalità. Questa è la definizione più precisa. All'altare, a una persona stanca è offerto di unirsi a Cristo non nominalmente, ma a un livello profondo, cellulare. Siamo inoculati con la vita di colui che ha già attraversato la solitudine, il tradimento dei propri cari, la sofferenza e la morte stessa, e li ha vinti.

Quando iniziamo a comprendere la realtà tangibile del calice, la nostra intera percezione della vita ecclesiale cambia.

Cessa di essere semplicemente un insieme di persone a caso che si trovano una accanto all'altra in una stanza la domenica. La comunione ci unisce, costruendo un unico organismo capace di resistere a qualsiasi sconvolgimento e catastrofe storica.

La prossima volta che il suono inconfondibile del cucchiaio della comunione risuonerà nel silenzio della chiesa, vale la pena mettere da parte ogni pensiero che possa distrarci. In quel momento, il Salvatore si manifesta per venirci incontro, offrendoci non un sollievo temporaneo, ma la sua forza eterna. Tutto ciò che ci resta da fare è aprire i nostri cuori a questo fuoco.

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