domenica 25 ottobre 2026

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 Il pericolo nascosto del diventare ortodossi di cui spesso non si parla

di Kenneth B.

kennethbwrites.substack.com, 22 aprile 2026

 

L'anno scorso, ho avuto l'opportunità di tenere la classe principale dei catecumeni nella nostra parrocchia. Per chi non ha familiarità con l'Ortodossia, un catecumeno è qualcuno che si sta preparando per entrare nella Chiesa tramite il battesimo.

La parola derive dal greco ατηχούμενος, che significa "colui che viene istruito" o letteralmente "colui in cui si fa eco". L'idea è che la fede non si ferma solo alle orecchie, ma penetra fino in fondo. Durante il loro periodo del catecumenato, le persone ricevono un padrino dalla parrocchia, si incontrano frequentemente con un prete o un diacono, e iniziano ad imparare, in maniera pratica, cosa significa vivere da cristiano.

Nei primi tempi della Chiesa, questo non era un semplice suggerimento - era esplicitamente richiesto. Molti convertiti venivano da ambienti pagani, si pensi alla prostituzione nei templi, ai sacrifici rituali, e a tutto un genere di atteggiamenti che oggi probabilmente ci sconvolgerebbero. La Chiesa non aveva fretta di condurre le persone al fonte battesimale. Le accoglieva, ma si prendeva anche il tempo di plasmarle e formarle. Il cristianesimo non era solo un insieme di idee o credenze. Era una vita che bisognava praticare e imparare.

Ovviamente, oggi le cose sono molto diverse. Eppure, penso che la necessità di una vera formazione sia altrettanto forte. Molte persone che incontrano oggi l'Ortodossia arrivano da contesti diversi, principalmente ambienti protestanti o evangelici. Loro non si portano dietro il fardello dei templi pagani, ma qualcosa di più sottile e, francamente, altrettanto insidioso. Molti hanno preso il vizio di accostarsi alla fede come a un progetto intellettuale.

Li si nota quasi subito. C'è questa energia: leggono, analizzano, confrontano di continuo. Studiano i concili, spaccano il capello in quattro sulla dottrina, traggono distinzioni così precise che si potrebbe pensare che ci sia un premio in palio.

Ho incontrato nuovi arrivati che, in sei mesi, hanno letto più teologia di quella che alcuni ortodossi di lunga data mai leggeranno. Ma sotto tutto ciò, c'è spesso una tacita assunzione: che il cristianesimo sia semplicemente un rompicapo da risolvere, e non un cammino da percorrere.

Non molto tempo fa, un episodio me lo ha ricordato. Dopo una funzione, stavo parlando con degli amici. Uno di loro ha menzionato un giovane che era diventato un catecumeno in un'altra chiesa, e che aveva poi messo in pausa il suo percorso perché aveva deciso di studiare cristologia da solo. Si era impelagato nelle differenze tra gli ortodossi calcedoniani e quelli non calcedoniani. Nella sua ricerca di certezze, si era allontanato proprio dalla vita che sperava di intraprendere, spingendosi addirittura ad affrontare testi antichi che andrebbero letti sotto supervisione di una guida.

Questa storia mi è rimasta impressa. Il protestantesimo, pur con tutti i suoi pregi, tende a presentare la fede come qualcosa a cui si arriva attraverso il ragionamento. In questa visione, la salvezza si riduce semplicemente alle "risposte corrette". La vita cristiana diventa un problema da risolvere.

Ma se aprite i Vangeli, troverete qualcosa di diverso. Gesù dice: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutte le tue forze; e ama il tuo prossimo come te stesso". Non ci chiede mai di padroneggiare ogni sistema teologico o di vincere ogni discussione. Solo amore, semplice a dirsi, difficile da vivere.

Eppure, in tanti vogliono ancora complicare le cose.

Alcuni trattano l'Ortodossia come un grande dibattito. Elencano le dottrine, soppesano i ragionamenti, e cercano l'argomento più valido. Nel frattempo, il lavoro principale, diventare cristiani, è lasciato nella polvere.

Le persone danno la colpa ai social media per questa abitudine. Certo, le infinite discussioni online non aiutano, ma per dire la verità, il vero problema è dentro di noi. Siamo sempre tentati di barattare l'obbedienza per la conoscenza, e l'amore per l'analisi.

Insegnare ai catecumeni mi ha fatto pensare molto al mio lavoro. Naturalmente, io insegno le basi, la storia e le dottrine. Sono cose necessarie. Ma non sono il cuore dell'insegnamento. Ciò che conta di più è mostrare alle persone cosa significa davvero essere un cristiano.

Non è complicato. Significa amare le persone intorno a te, non solo quelle facili. Significa tendere una mano a qualcuno che manca da un po' in chiesa, chiedere come sta, invitarlo a prendere un caffè. È fare piccoli gesti di gentilezza che nessuno nemmeno nota.

Si può memorizzare dottrine e studiare lingue antiche per anni e comunque non avvicinarsi di un centimetro a Cristo. La conoscenza, da sola, non cambia nessuno. E a volte può essere persino d'ostacolo, specialmente se si inizia a pensare che sia tutto ciò che conta.

Diventare davvero ortodossi è più difficile che padroneggiare lingue o vincere dibattiti. Ha a che vedere col lavoro che nessuno vede, le preghiere silenziose, i momenti in cui uno sceglie la pazienza e l'umiltà, il lungo e lento processo di essere trasformati.

La preghiera di Gesù aiuta a plasmare il cuore: "Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me, peccatore". Pregare per le persone che ci hanno fraintesi o che ci hanno mancato di rispetto ci insegna cosa significa davvero amare. Nulla di tutto ciò è spettacolare. Nessuno vuole dibatterne online. Ma è il cuore della vita cristiana.

Alla fine, dobbiamo ritornare a questo, ancora e ancora. Non ad argomentazioni o a infinite distinzioni, non alla continua ricerca di certezze, ma alla semplice ed esigente chiamata ad amare. La maggior parte di noi vi dedicherà tutta la vita e continuerà comunque a non esserne all'altezza. Ma è l'unica strada che ci conduce a Cristo. E francamente, è l'unica che valga la pena di percorrere.

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