Un processo senza giustizia: perché Costantinopoli sta perdendo la fiducia della Chiesa |
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| Pubblicato : Padre Ambrogio | |||||
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| Un processo senza giustizia: perché Costantinopoli sta perdendo la fiducia della Chiesa di Nazar Golovko Unione dei giornalisti ortodossi, 7 aprile 2026 |
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il processo del metropolita Tychikos da parte del Trono ecumenico si è ridotto a una mera formalità. Foto: Unione dei giornalisti ortodossi I canoni concedono alla Chiesa di Costantinopoli il diritto di istanza giudiziaria suprema. Come viene esercitato questo diritto? Per riassumere brevemente, nel 2025 il Sinodo della Chiesa di Cipro ha deciso di rimuovere il metropolita Tychikos dal governo dell'eparchia di Pafo. Secondo la maggior parte degli esperti, questa decisione è stata presa senza un'adeguata indagine canonica e senza osservare nemmeno le più elementari procedure giudiziarie prescritte dai sacri canoni della Chiesa. Trovandosi in una situazione in cui la giustizia non poteva essere ripristinata a livello locale, il metropolita Tychikos ha esercitato il suo diritto legittimo: il diritto di appello (τὸ ἔκκλητον). L'ekkliton è un antico diritto canonico di qualsiasi vescovo o chierico di una Chiesa ortodossa locale di appellarsi contro una decisione sinodale dinanzi al Patriarcato ecumenico (di Costantinopoli). Non si tratta di una mera tecnicalità legale o di una formalità burocratica. Per secoli, l'ekkliton ha rappresentato la più alta corte, una garanzia che un vescovo ingiustamente condannato avrebbe ricevuto un'udienza imparziale, lontana dalle passioni politiche locali e dai conflitti personali. Per un comune fedele ortodosso, il destino di un singolo metropolita cipriota potrebbe sembrare una questione interna a una sola eparchia. Ma questo sarebbe un errore. Il caso del metropolita Tychikos è un esempio illuminante di come funzionano oggi i più alti meccanismi della giustizia ecclesiastica. Ogni credente dovrebbe comprendere che i canoni della Chiesa non sono stati scritti per accumulare polvere negli archivi, ma per difendere la verità e la giustizia. Il diritto di appello è stato concesso alla sede di Costantinopoli dai Concili ecumenici non come strumento per affermare la propria influenza politica o imporre la propria volontà alle altre Chiese locali, ma come croce di servizio. È un obbligo: essere l'ultima corte della verità, dove il giudizio viene emesso non secondo simpatie o calcoli politici, ma unicamente secondo la lettera e lo spirito dei sacri canoni. In questo articolo, basandoci sui canoni, sulle dichiarazioni ufficiali e sulle testimonianze oculari, esamineremo nel dettaglio che cos'è il diritto di appello, come deve essere applicato e cosa è realmente accaduto nella sessione del Sinodo del Patriarcato ecumenico che ha esaminato l'appello del metropolita di Pafo. Che cos'è il diritto di appello secondo i sacri canoni? Per cogliere l'essenza del problema, dobbiamo rivolgerci alle fonti primarie: i sacri canoni della Chiesa ortodossa, formatisi nel corso del primo millennio di storia cristiana e tuttora legge indiscussa per tutte le Chiese locali. Il diritto di appello (ekkliton) non è stato inventato per servire le ambizioni di nessuno, bensì è stato istituito dai Padri della Chiesa secondo i principi della conciliarità, quale meccanismo necessario per mantenere l'ordine e proteggere dall'arbitrarietà a livello locale. Storicamente, l'istituzione del diritto di appello iniziò a delinearsi già con il Concilio di Sardica (343), che concesse tale diritto al vescovo di Roma in quanto vescovo dell'antica capitale imperiale. I documenti chiave che sancirono questo diritto per la sede di Costantinopoli furono i canoni del IV Concilio ecumenico, tenutosi a Calcedonia nel 451. Con l'ascesa di Costantinopoli a Nuova Roma, il patriarca ecumenico divenne il principale garante di questo diritto nell'Oriente cristiano e, dopo la definitiva divisione delle Chiese nell'XI secolo, l'unico. Di particolare importanza sono i Canoni 9 e 17 del Concilio di Calcedonia. Il Canone 9 afferma: "Se un vescovo o un chierico ha una controversia con il metropolita della provincia, si rivolga all'esarca della diocesi o al trono della città imperiale di Costantinopoli, e lì la questione sia dibattuta". Questo canone stabilisce chiaramente l'ordine della giustizia ecclesiastica. Se sorge un conflitto tra un chierico e un vescovo, la questione viene risolta a livello della metropolia. Ma se il conflitto coinvolge il metropolita stesso – il capo di una regione ecclesiastica locale – allora il ricorso può essere indirizzato all'esarca (il capo di un distretto ecclesiastico più ampio) o direttamente alla sede di Costantinopoli. Il Canone 17 dello stesso Concilio integra e chiarisce questa norma nel contesto delle controversie territoriali: "E se qualcuno subisce un torto da parte del suo metropolita, la questione sia decisa dall'esarca della diocesi o dal trono di Costantinopoli, come detto in precedenza". Questi due canoni sono la pietra angolare del diritto di appello. Essi dimostrano che i Padri del Concilio consideravano la sede di Costantinopoli la più alta autorità giudiziaria, capace di risolvere controversie che non potevano essere risolte a livello locale. È fondamentale sottolineare che questo diritto è concesso come garanzia di giustizia per la parte lesa – come afferma esplicitamente il Canone 17, "se qualcuno ha subito un torto". Lo scopo principale dell'ekkliton è la protezione di coloro che sono stati ingiustamente condannati, il ripristino della giustizia violata e la correzione degli errori giudiziari commessi dai Sinodi locali. Non meno importante è il celebre Canone 28 del Concilio di Calcedonia, che confermò ed estese le prerogative di Costantinopoli già concesse dal secondo Concilio ecumenico del 381. Il Canone 28 afferma: "Seguendo in ogni cosa le decisioni dei santi Padri e riconoscendo il canone appena letto dei centocinquanta vescovi diletti da Dio (che si riunirono nella città imperiale di Costantinopoli, che è la Nuova Roma, al tempo dell'imperatore Teodosio di beata memoria), noi decretiamo e stabiliamo le stesse cose riguardo ai privilegi della santissima Chiesa di Costantinopoli, che è la Nuova Roma". Questo canone poneva il vescovo della Nuova Roma – Costantinopoli – sullo stesso piano di onore del vescovo della vecchia Roma e gli concedeva il diritto di ordinare metropoliti nelle diocesi del Ponto, dell'Asia e della Tracia (ovvero nei territori dell'attuale Turchia e dei Balcani sudorientali), nonché vescovi in terre al di fuori di tali diocesi. Successivamente, nel 692, il Canone 36 del V-VI Concilio (il Concilio Quinisesto o Trullano) riaffermò ancora una volta questi privilegi della sede di Costantinopoli. Tuttavia, nella lettura di questi canoni, è fondamentale comprendere il punto centrale: nell'ecclesiologia ortodossa, ogni "privilegio" o "diritto" è indissolubilmente legato al dovere e al servizio. Il Patriarca Ecumenico è "primo tra pari" (primus inter pares). Non si tratta dell’autorità assoluta di un monarca, ma di un primato d’onore e di servizio. Proprio per questo motivo, il diritto di ascoltare gli appelli impone un'immensa responsabilità canonica al Trono ecumenico. Quando un vescovo leso si rivolge a Costantinopoli, si aspetta che il suo caso venga esaminato imparzialmente, rigorosamente nel merito delle accuse mosse contro di lui e in piena conformità con la lettera e lo spirito dei canoni. In quel momento, il Patriarcato ecumenico agisce come arbitro indipendente, ponendosi al di sopra degli intrighi politici locali, delle animosità personali e delle pressioni amministrative. Se, tuttavia, l'istanza di appello comincia a essere guidata non dai canoni ma da opportunismo politico, simpatie per una parte o dal desiderio di imporre particolari visioni teologiche, il significato stesso dell'ekkliton crolla. La giustizia si trasforma in uno strumento di influenza e le decisioni sinodali in un mezzo di pressione. Cosa dicono il patriarca Bartolomeo e i vescovi di Costantinopoli a proposito dell'ekkliton? È significativo notare che i rappresentanti del Patriarcato ecumenico – e il patriarca Bartolomeo in persona – descrivono il diritto di appello come una pesante croce di servizio e un sacro obbligo. Nei loro discorsi ufficiali, messaggi e interviste, i gerarchi di Costantinopoli sottolineano che le loro prerogative non sono concesse per il dominio, ma per servire l'unità della Chiesa e salvaguardare l'ordine canonico. In un documento chiave pubblicato sul sito ufficiale dell'arcidiocesi del Patriarcato ecumenico negli Stati Uniti, intitolato "La leadership del Patriarcato ecumenico e il significato del Canone 28 di Calcedonia", viene citata un'importante dichiarazione del patriarca Bartolomeo: "Il Patriarcato ecumenico, in quanto primo Trono della Chiesa ortodossa, ha ricevuto, per decisione dei Concili ecumenici (canone 3 del II Concilio ecumenico; canoni 9, 17 e 28 del IV Concilio ecumenico; canone 36 del Concilio ecumenico quinisesto) e per la prassi ecclesiale secolare, la responsabilità eccezionale e la missione obbligatoria di prendersi cura della protezione della fede così come ci è stata tramandata e dell'ordine canonico (taxis). E così ha adempiuto con la dovuta prudenza e per diciassette secoli a tale obbligo nei confronti delle Chiese ortodosse locali, sempre nel quadro della tradizione canonica e sempre attraverso l'utilizzo del sistema sinodale [...]" In questa dichiarazione, lo stesso patriarca Bartolomeo definisce queste prerogative – incluso il diritto di ascoltare i ricorsi ai sensi dei Canoni 9 e 17 – una "responsabilità esclusiva" e una "missione obbligatoria". Sottolinea che questa missione deve essere sempre svolta "nel quadro della tradizione canonica". Ciò significa che qualsiasi decisione del Patriarcato ecumenico in merito a un ricorso deve essere canonicamente impeccabile, trasparente e rigorosamente motivata. In un altro discorso, pronunciato all'Università di Tartu (Estonia) nel 2000, il patriarca Bartolomeo si espresse in modo ancora più chiaro : "Il Patriarcato ecumenico non ha mai rivendicato un primato amministrativo o di autorità tra le Chiese ortodosse, né si è mai ritenuto investito di un'autorità infallibile. Tutti i patriarchi ecumenici si sono considerati e si considerano investiti del pesante fardello del servizio a tutte le Chiese ortodosse, un servizio che si rende indispensabile quando queste ultime non sono in grado di risolvere autonomamente determinati problemi, quando si rende necessario il coordinamento delle attività delle cattedre, quando le Chiese o alcuni dei loro membri si rivolgono a loro chiedendo il loro intervento per regolamentare questioni importanti che non potrebbero essere risolte con successo in altro modo." Anche qui ritroviamo il tema del pesante fardello del servizio. Il patriarca respinge esplicitamente qualsiasi pretesa di infallibilità o di dominio amministrativo. Presenta il Trono ecumenico come ultima istanza, a cui ci si rivolge solo in casi estremi, quando l'autorità ecclesiastica locale non può garantire la giustizia. Ed è assolutamente chiaro che tale intervento ha senso solo se è assolutamente imparziale e obiettivo. Vale anche la pena ricordare che nel suo discorso di insediamento del 1991, il patriarca Bartolomeo sottolineò: "Pertanto, affermiamo fin dall'inizio che non solo seguiremo l'ordine canonico della nostra Chiesa ortodossa, e rispetteremo in particolare la venerata tradizione e prassi della grande Chiesa di Cristo, ma, essendo fermamente convinti dalla sacra esperienza dell'indispensabile valore della conciliarità attraverso cui lo Spirito Santo parla alla Chiesa, percorreremo la via della diaconia della Chiesa, solo sotto la sua luce, nel suo quadro e nella sua funzione canonica, in armonia con i nostri stimatissimi fratelli e concelebranti in Cristo. Dicendo ciò, non limitiamo affatto la nostra convinzione e la nostra attenzione su questo argomento fondamentale a ciò che riguarda solo la nostra santissima Chiesa di Costantinopoli, ma estendiamo questa sacra confessione e dichiarazione anche a tutto ciò che riguarda la Chiesa ortodossa in tutto il mondo. Su questo punto riteniamo nostro dovere affermare chiaramente che il Patriarcato ecumenico rimarrà un'istituzione puramente spirituale, simbolo di riconciliazione e forza disarmata. Esercitando le componenti della nostra santa fede ortodossa, salvaguardandole e comportandosi rispetto alle giurisdizioni pan-ortodosse, il Patriarcato ecumenico è distaccato da ogni politica, tenendosi lontano dalla fumosa arroganza dell'autorità secolare. Del resto, il potere umano da solo, così come tutto ciò che è umano, non è altro che vanità e illusione di potere. Queste parole, pronunciate all'inizio del suo ministero patriarcale, hanno un grande peso e, purtroppo, vengono spesso dimenticate. Una "istituzione puramente spirituale" implica la libertà da calcoli mondani, compromessi politici e qualsiasi forma di pressione. Si potrebbero ricordare numerose decisioni che sembrano contraddire queste parole. Tuttavia, è sufficiente notare che quando un vescovo ingiustamente condannato dal suo Sinodo si appella al Fanar, spera di incontrare proprio una "istituzione spirituale" di questo tipo: un'istituzione che esamini la sostanza delle accuse, ascolti entrambe le parti, verifichi le prove e emetta un verdetto basato unicamente sulla verità di Dio e sui canoni della Chiesa. Pertanto, gli stessi vescovi di Costantinopoli stabiliscono i criteri in base ai quali le loro azioni possono e devono essere giudicate. Per loro stessa ammissione, il diritto di appello non è un'approvazione meccanica delle decisioni sinodali locali al fine di mantenere buoni rapporti con i loro primati. Non è uno strumento per allineare le visioni teologiche agli standard del Fanar. È un tribunale canonico rigoroso che deve esaminare ogni caso nel merito. Ed è proprio con questo approccio – formulato dal patriarca Bartolomeo e dai suoi vescovi – che dobbiamo procedere all'esame del caso del metropolita Tychikos di Pafo. Il punto cruciale del caso del metropolita Tychikos: appello o inquisizione? Ricordiamo che la decisione del Sinodo della Chiesa di Cipro riguardante il metropolita Tychikos fu adottata in violazione della procedura obbligatoria. Di questo si è già scritto molte volte e non lo ripeteremo qui. Ci limiteremo a notare che il Sinodo cipriota chiese al metropolita di firmare un documento intitolato "Confessione di fede". In tale documento, egli era tenuto a riconoscere le decisioni del Concilio di Creta del 2016 e a condannare la pratica della "non-commemorazione", ovvero la cessazione della comunione eucaristica con i vescovi per motivi dogmatici. Il metropolita Tychikos si rifiutò di firmare il documento, affermando di non poter condannare qualcosa che è consentito dai sacri canoni. Menzioniamo questa "Confessione di fede" solo perché ha una diretta rilevanza per il nostro articolo e per gli eventi successivamente riportati dalla stampa greca. Essendo stato ingiustamente condannato, il metropolita Tychikos ha esercitato il suo diritto di ekkliton e ha presentato ricorso al Patriarcato ecumenico. Ci si aspetterebbe che qui, nella più alta istanza, il caso venisse finalmente esaminato nel merito: se a Cipro fossero state osservate le necessarie procedure canoniche, se Tychikos avesse violato canoni specifici che potessero giustificare la privazione della sua sede episcopale, e così via. Tuttavia, quanto accaduto durante la sessione del Sinodo del Patriarcato ecumenico ha infranto tali speranze. Il noto giornalista greco Dionysios Makris, scrivendo su Orthodoxos Typos (novembre 2025, numero 281), ha pubblicato dettagli sensazionali dell'udienza sinodale nel caso del metropolita Tychikos. Secondo Makris, invece di esaminare la sostanza dell'appello e verificare la validità delle accuse mosse dalla Chiesa di Cipro, il Sinodo si è occupato di questioni completamente diverse, ovvero di chiarire le posizioni del metropolita su ampie questioni ecclesiastiche che non avevano alcuna attinenza diretta con il suo caso. Il patriarca Bartolomeo ha interrogato personalmente il metropolita Tychikos in un modo che suonava più come un interrogatorio della sua affidabilità ideologica che come un'udienza. Ecco come Orthodoxos Typos descrive lo scambio: Patriarca: "Qual è la sua opinione sull'ecumenismo?" Tychikos: "Mi perdoni, Santità, ma mi sembra che questo appello riguardi la questione sorta con il Sinodo della Chiesa di Cipro. Che c'entra l'ecumenismo? Sono venuto qui per sapere se la mia rimozione è stata giustificata. Pertanto non posso rispondere a domande non attinenti al mio caso". Patriarca: "Non eluda la domanda. Accetta o rifiuta il Santo e Grande Concilio di Creta?" Tychikos: "Santità, sa perfettamente che all'epoca non ero ancora vescovo: il Concilio si è svolto nel 2016. Io sono stato eletto in seguito. Accettando l’ordinazione, ho di fatto accettato le posizioni della Chiesa a cui appartengo. Sono rimasto in silenzio e non mi sono espresso contro di esse". Patriarca: "Quali sono i suoi rapporti con padre Theodoros Zisis e con coloro che non commemorano?" (Il protopresbitero Theodoros Zisis è un chierico sospeso della Chiesa di Grecia, sebbene non ridotto allo stato laicale. Un tempo collaborava strettamente con il patriarca Bartolomeo, ma in seguito smise di commemorarlo, ndt). Tychikos: "Padre Theodoros Zisis è stato mio professore quando studiavo alla Facoltà di Teologia dell'Università Aristotele di Salonicco. Da allora, non ho avuto alcun rapporto particolare con lui". Patriarca: "Circolano voci secondo cui lei intende ordinare il monaco Seraphim e diventare il capo dei non-commemoratori. È vero?" Tychikos: "No, è falso ed è una calunnia inaccettabile. Non conosco nemmeno personalmente il monaco Seraphim". Patriarca: "Sostiene la non commemorazione?" Tychikos: "Mi oppongo alla mancata commemorazione che porta allo scisma, Santità". Questo dialogo chiarisce il formato con cui si è svolto l'ekkliton. Invece di esaminare la sostanza dell'appello e le violazioni dello Statuto della Chiesa di Cipro, la discussione si è spostata su questioni del tutto estranee. Non c'è stata alcuna analisi delle azioni del Sinodo cipriota, nessuna convocazione o interrogatorio di testimoni, nessuna indagine. Alla fine, il Patriarcato ecumenico non solo non è riuscito a ribaltare la decisione non canonica della Chiesa di Cipro, ma ha anche raccomandato a Tychikos di sottomettersi ad essa, lasciandolo nella condizione di vescovo senza sede. Il procedimento sopra descritto difficilmente può essere definito un tribunale d'appello. Sembrava piuttosto un tentativo di utilizzare il diritto di ekkliton come strumento di pressione, al fine di assicurarsi il consenso politico con l'arcivescovo Georgios di Cipro e di reprimere il sentimento conservatore all'interno della Chiesa. Il caso non è stato esaminato nel merito e, pertanto, la conclusione raggiunta non può essere considerata canonicamente ineccepibile. Analisi e conclusioni: l'integrità canonica come fondamento della fiducia Esaminando il caso del metropolita Tychikos attraverso il prisma dei sacri canoni e delle dichiarazioni dello stesso Patriarcato ecumenico, giungiamo a una serie di conclusioni importanti – e, purtroppo, profondamente inquietanti. Le formuliamo nel pieno rispetto del ruolo storico del Trono di Costantinopoli, ma con la ferma convinzione che la verità debba prevalere su tutto. Innanzitutto, il diritto di ekkliton – il diritto di appello – non è un privilegio che conferisce potere sulle altre Chiese locali, né uno strumento per imporre una "unanimità teologica" con mezzi coercitivi. È, come ha giustamente affermato lo stesso patriarca Bartolomeo, un "pesante fardello di servizio" e una "missione obbligatoria" per salvaguardare l’ordine canonico. Lo scopo stesso di un appello è correggere un errore giudiziario commesso a livello locale. Se il Sinodo della Chiesa di Cipro avesse rimosso un metropolita in flagrante violazione della procedura, senza processo e senza indagine, allora il dovere canonico diretto di Costantinopoli sarebbe stato quello di ribaltare tale decisione e rinviare la questione a una nuova e giusta udienza – oppure di assolvere il metropolita. In secondo luogo, sostituire l'oggetto dell'esame è inammissibile nella giustizia ecclesiastica. Quando un metropolita ricorre in appello contro l'illegittima privazione della sua sede episcopale, la più alta corte è tenuta ad esaminare precisamente la legittimità di tale privazione. Trasformare un tribunale d'appello in un interrogatorio sul proprio atteggiamento personale nei confronti dell'ecumenismo, del Concilio di Creta o di particolari teologi costituisce una grave violazione dei principi elementari di giustizia. Se un ricorso non viene esaminato nel merito, ma viene utilizzato invece per mettere alla prova la "correttezza" di interpretazioni teologiche, allora tale decisione non può essere riconosciuta come coerente con l'ordinamento canonico. Un tribunale che giudica non le azioni, ma le convinzioni, cessa di essere un tribunale e diventa un'inquisizione. In terzo luogo, tali azioni non rafforzano l'autorità del Patriarcato ecumenico, bensì la minano, perché svuotano di sostanza il diritto stesso dell'ekkliton. Se un appello viene considerato unicamente attraverso il prisma della lealtà alle decisioni e alle posizioni del Fanar, allora solo coloro che già condividono tali decisioni e posizioni saranno disposti – o in grado – di appellarsi ad esso. I fedeli e l'episcopato possono constatare che il Fanar, per amore delle alleanze politiche, è disposto a chiudere un occhio su evidenti violazioni canoniche e a sacrificare il destino di un vescovo onesto. Il desiderio di non compromettere i rapporti con l'arcivescovo Georgios di Cipro, che appoggia la posizione di Costantinopoli su altre questioni controverse, sembra prevalere sui canoni stessi. In tali condizioni, la fiducia nell'istituzione dell'ekkliton si erode rapidamente. Perché ricorrere in appello, se l'esito non dipende dai canoni, ma dall'opportunismo politico e dalla disponibilità a firmare i documenti richiesti? Tutto ciò sottolinea quanto sia fondamentale per il Patriarcato di Costantinopoli rimanere al di sopra di ogni forma di politica e simpatia personale. Il diritto di ekkliton ha senso solo quando è cieco alle persone e attento ai canoni. Nel caso del metropolita Tychikos, purtroppo, abbiamo assistito al contrario: i canoni sono stati messi in secondo piano, mentre questioni di lealtà e ideologia sono state portate in primo piano. Al posto di una conclusione Nel valutare il caso del metropolita Tychikos, è impossibile non ricorrere a parallelismi storici. La storia della Chiesa ha ripetutamente visto situazioni in cui i sinodi locali, cedendo alle pressioni dei governanti secolari o alle proprie ambizioni interne, hanno emesso decisioni ingiuste nei confronti dei loro confratelli vescovi. È proprio in momenti come questi che l'istituzione dell'ekkliton è stata concepita per fungere da ancora di salvezza. Ricordiamo il caso di sant'Atanasio il Grande, ripetutamente sottoposto a ingiuste condanne da parte di concili influenzati dall'eresia ariana. I suoi appelli alla Sede romana – che, prima dello scisma del 1054, aveva anche il diritto di ricevere appelli – furono esaminati nel merito e il santo fu riabilitato. Un altro esempio è quello di san Giovanni Crisostomo. Ingiustamente condannato dal Sinodo della Quercia, si appellò a papa Innocenzo I di Roma, il quale, dopo aver esaminato il caso nel merito, si schierò in difesa del vescovo ingiustamente condannato, incurante delle pressioni politiche della corte imperiale. Furono proprio questi esempi di rigorosa fedeltà ai canoni e di autentica imparzialità a rafforzare la fiducia nelle massime autorità di appello. Il diritto di ekkliton non è semplicemente un privilegio, ma un'immensa responsabilità. Tale responsabilità ricade non solo su coloro che ricevono i ricorsi, ma su tutta la pienezza della Chiesa, che deve rimanere vigile per garantire che la giustizia ecclesiastica resti imparziale e obiettiva. Solo allora la Chiesa potrà rimanere "colonna e fondamento della Verità". | ||



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