
il processo del metropolita Tychikos
da parte del Trono ecumenico si è ridotto a una mera formalità. Foto:
Unione dei giornalisti ortodossi
I canoni concedono alla Chiesa di
Costantinopoli il diritto di istanza giudiziaria suprema. Come viene
esercitato questo diritto?
Per riassumere brevemente, nel 2025 il
Sinodo della Chiesa di Cipro ha deciso di rimuovere il metropolita
Tychikos dal governo dell'eparchia di Pafo. Secondo la maggior parte
degli esperti, questa decisione è stata presa senza un'adeguata indagine
canonica e senza osservare nemmeno le più elementari procedure
giudiziarie prescritte dai sacri canoni della Chiesa.
Trovandosi in una situazione in cui la
giustizia non poteva essere ripristinata a livello locale, il
metropolita Tychikos ha esercitato il suo diritto legittimo: il diritto
di appello (τὸ ἔκκλητον). L'ekkliton è un antico diritto canonico di
qualsiasi vescovo o chierico di una Chiesa ortodossa locale di
appellarsi contro una decisione sinodale dinanzi al Patriarcato
ecumenico (di Costantinopoli). Non si tratta di una mera tecnicalità
legale o di una formalità burocratica. Per secoli, l'ekkliton ha
rappresentato la più alta corte, una garanzia che un vescovo
ingiustamente condannato avrebbe ricevuto un'udienza imparziale, lontana
dalle passioni politiche locali e dai conflitti personali.
Per un comune fedele ortodosso, il
destino di un singolo metropolita cipriota potrebbe sembrare una
questione interna a una sola eparchia. Ma questo sarebbe un errore. Il
caso del metropolita Tychikos è un esempio illuminante di come
funzionano oggi i più alti meccanismi della giustizia ecclesiastica.
Ogni credente dovrebbe comprendere che i
canoni della Chiesa non sono stati scritti per accumulare polvere negli
archivi, ma per difendere la verità e la giustizia. Il diritto di
appello è stato concesso alla sede di Costantinopoli dai Concili
ecumenici non come strumento per affermare la propria influenza politica
o imporre la propria volontà alle altre Chiese locali, ma come croce di
servizio. È un obbligo: essere l'ultima corte della verità, dove il
giudizio viene emesso non secondo simpatie o calcoli politici, ma
unicamente secondo la lettera e lo spirito dei sacri canoni.
In questo articolo, basandoci sui canoni,
sulle dichiarazioni ufficiali e sulle testimonianze oculari,
esamineremo nel dettaglio che cos'è il diritto di appello, come deve
essere applicato e cosa è realmente accaduto nella sessione del Sinodo
del Patriarcato ecumenico che ha esaminato l'appello del metropolita di
Pafo.
Che cos'è il diritto di appello secondo i sacri canoni?
Per cogliere l'essenza del problema,
dobbiamo rivolgerci alle fonti primarie: i sacri canoni della Chiesa
ortodossa, formatisi nel corso del primo millennio di storia cristiana e
tuttora legge indiscussa per tutte le Chiese locali. Il diritto di
appello (ekkliton) non è stato inventato per servire le ambizioni di
nessuno, bensì è stato istituito dai Padri della Chiesa secondo i
principi della conciliarità, quale meccanismo necessario per mantenere
l'ordine e proteggere dall'arbitrarietà a livello locale.
Storicamente, l'istituzione del diritto
di appello iniziò a delinearsi già con il Concilio di Sardica (343), che
concesse tale diritto al vescovo di Roma in quanto vescovo dell'antica
capitale imperiale. I documenti chiave che sancirono questo diritto per
la sede di Costantinopoli furono i canoni del IV Concilio ecumenico,
tenutosi a Calcedonia nel 451. Con l'ascesa di Costantinopoli a Nuova
Roma, il patriarca ecumenico divenne il principale garante di questo
diritto nell'Oriente cristiano e, dopo la definitiva divisione delle
Chiese nell'XI secolo, l'unico.
Di particolare importanza sono i Canoni 9
e 17 del Concilio di Calcedonia. Il Canone 9 afferma: "Se un vescovo o
un chierico ha una controversia con il metropolita della provincia, si
rivolga all'esarca della diocesi o al trono della città imperiale di
Costantinopoli, e lì la questione sia dibattuta".
Questo canone stabilisce chiaramente
l'ordine della giustizia ecclesiastica. Se sorge un conflitto tra un
chierico e un vescovo, la questione viene risolta a livello della
metropolia. Ma se il conflitto coinvolge il metropolita stesso – il capo
di una regione ecclesiastica locale – allora il ricorso può essere
indirizzato all'esarca (il capo di un distretto ecclesiastico più ampio)
o direttamente alla sede di Costantinopoli.
Il Canone 17 dello stesso Concilio
integra e chiarisce questa norma nel contesto delle controversie
territoriali: "E se qualcuno subisce un torto da parte del suo
metropolita, la questione sia decisa dall'esarca della diocesi o dal
trono di Costantinopoli, come detto in precedenza".
Questi due canoni sono la pietra angolare
del diritto di appello. Essi dimostrano che i Padri del Concilio
consideravano la sede di Costantinopoli la più alta autorità
giudiziaria, capace di risolvere controversie che non potevano essere
risolte a livello locale. È fondamentale sottolineare che questo diritto
è concesso come garanzia di giustizia per la parte lesa – come afferma
esplicitamente il Canone 17, "se qualcuno ha subito un torto".
Lo scopo principale dell'ekkliton è la
protezione di coloro che sono stati ingiustamente condannati, il
ripristino della giustizia violata e la correzione degli errori
giudiziari commessi dai Sinodi locali.
Non meno importante è il celebre Canone
28 del Concilio di Calcedonia, che confermò ed estese le prerogative di
Costantinopoli già concesse dal secondo Concilio ecumenico del 381. Il
Canone 28 afferma: "Seguendo in ogni cosa le decisioni dei santi Padri e
riconoscendo il canone appena letto dei centocinquanta vescovi diletti
da Dio (che si riunirono nella città imperiale di Costantinopoli, che è
la Nuova Roma, al tempo dell'imperatore Teodosio di beata memoria), noi
decretiamo e stabiliamo le stesse cose riguardo ai privilegi della
santissima Chiesa di Costantinopoli, che è la Nuova Roma".
Questo canone poneva il vescovo della
Nuova Roma – Costantinopoli – sullo stesso piano di onore del vescovo
della vecchia Roma e gli concedeva il diritto di ordinare metropoliti
nelle diocesi del Ponto, dell'Asia e della Tracia (ovvero nei territori
dell'attuale Turchia e dei Balcani sudorientali), nonché vescovi in
terre al di fuori di tali diocesi. Successivamente, nel 692, il Canone
36 del V-VI Concilio (il Concilio Quinisesto o Trullano) riaffermò
ancora una volta questi privilegi della sede di Costantinopoli.
Tuttavia, nella lettura di questi canoni,
è fondamentale comprendere il punto centrale: nell'ecclesiologia
ortodossa, ogni "privilegio" o "diritto" è indissolubilmente legato al
dovere e al servizio.
Il Patriarca Ecumenico è "primo tra pari" (primus inter pares).
Non si tratta dell’autorità assoluta di un monarca, ma di un primato
d’onore e di servizio. Proprio per questo motivo, il diritto di
ascoltare gli appelli impone un'immensa responsabilità canonica al Trono
ecumenico.
Quando un vescovo leso si rivolge a
Costantinopoli, si aspetta che il suo caso venga esaminato
imparzialmente, rigorosamente nel merito delle accuse mosse contro di
lui e in piena conformità con la lettera e lo spirito dei canoni. In
quel momento, il Patriarcato ecumenico agisce come arbitro indipendente,
ponendosi al di sopra degli intrighi politici locali, delle animosità
personali e delle pressioni amministrative. Se, tuttavia, l'istanza di
appello comincia a essere guidata non dai canoni ma da opportunismo
politico, simpatie per una parte o dal desiderio di imporre particolari
visioni teologiche, il significato stesso dell'ekkliton crolla. La
giustizia si trasforma in uno strumento di influenza e le decisioni
sinodali in un mezzo di pressione.
Cosa dicono il patriarca Bartolomeo e i vescovi di Costantinopoli a proposito dell'ekkliton?
È significativo notare che i
rappresentanti del Patriarcato ecumenico – e il patriarca Bartolomeo in
persona – descrivono il diritto di appello come una pesante croce di
servizio e un sacro obbligo. Nei loro discorsi ufficiali, messaggi e
interviste, i gerarchi di Costantinopoli sottolineano che le loro
prerogative non sono concesse per il dominio, ma per servire l'unità
della Chiesa e salvaguardare l'ordine canonico.
In un documento chiave pubblicato sul
sito ufficiale dell'arcidiocesi del Patriarcato ecumenico negli Stati
Uniti, intitolato "La leadership del Patriarcato ecumenico e il
significato del Canone 28 di Calcedonia", viene citata un'importante
dichiarazione del patriarca Bartolomeo:
"Il Patriarcato ecumenico, in quanto
primo Trono della Chiesa ortodossa, ha ricevuto, per decisione dei
Concili ecumenici (canone 3 del II Concilio ecumenico; canoni 9, 17 e 28
del IV Concilio ecumenico; canone 36 del Concilio ecumenico quinisesto)
e per la prassi ecclesiale secolare, la responsabilità eccezionale e la
missione obbligatoria di prendersi cura della protezione della fede
così come ci è stata tramandata e dell'ordine canonico (taxis). E così
ha adempiuto con la dovuta prudenza e per diciassette secoli a tale
obbligo nei confronti delle Chiese ortodosse locali, sempre nel quadro
della tradizione canonica e sempre attraverso l'utilizzo del sistema
sinodale [...]"
In questa dichiarazione, lo stesso
patriarca Bartolomeo definisce queste prerogative – incluso il diritto
di ascoltare i ricorsi ai sensi dei Canoni 9 e 17 – una "responsabilità
esclusiva" e una "missione obbligatoria". Sottolinea che questa missione
deve essere sempre svolta "nel quadro della tradizione canonica". Ciò
significa che qualsiasi decisione del Patriarcato ecumenico in merito a
un ricorso deve essere canonicamente impeccabile, trasparente e
rigorosamente motivata.
In un altro discorso, pronunciato
all'Università di Tartu (Estonia) nel 2000, il patriarca Bartolomeo si
espresse in modo ancora più chiaro :
"Il Patriarcato ecumenico non ha mai
rivendicato un primato amministrativo o di autorità tra le Chiese
ortodosse, né si è mai ritenuto investito di un'autorità infallibile.
Tutti i patriarchi ecumenici si sono considerati e si considerano
investiti del pesante fardello del servizio a tutte le Chiese ortodosse,
un servizio che si rende indispensabile quando queste ultime non sono
in grado di risolvere autonomamente determinati problemi, quando si
rende necessario il coordinamento delle attività delle cattedre, quando
le Chiese o alcuni dei loro membri si rivolgono a loro chiedendo il loro
intervento per regolamentare questioni importanti che non potrebbero
essere risolte con successo in altro modo."
Anche qui ritroviamo il tema del pesante
fardello del servizio. Il patriarca respinge esplicitamente qualsiasi
pretesa di infallibilità o di dominio amministrativo. Presenta il Trono
ecumenico come ultima istanza, a cui ci si rivolge solo in casi estremi,
quando l'autorità ecclesiastica locale non può garantire la giustizia.
Ed è assolutamente chiaro che tale intervento ha senso solo se è
assolutamente imparziale e obiettivo.
Vale anche la pena ricordare che nel suo discorso di insediamento del 1991, il patriarca Bartolomeo sottolineò:
"Pertanto, affermiamo fin dall'inizio che
non solo seguiremo l'ordine canonico della nostra Chiesa ortodossa, e
rispetteremo in particolare la venerata tradizione e prassi della grande
Chiesa di Cristo, ma, essendo fermamente convinti dalla sacra
esperienza dell'indispensabile valore della conciliarità attraverso cui
lo Spirito Santo parla alla Chiesa, percorreremo la via della diaconia
della Chiesa, solo sotto la sua luce, nel suo quadro e nella sua
funzione canonica, in armonia con i nostri stimatissimi fratelli e
concelebranti in Cristo. Dicendo ciò, non limitiamo affatto la nostra
convinzione e la nostra attenzione su questo argomento fondamentale a
ciò che riguarda solo la nostra santissima Chiesa di Costantinopoli, ma
estendiamo questa sacra confessione e dichiarazione anche a tutto ciò
che riguarda la Chiesa ortodossa in tutto il mondo. Su questo punto
riteniamo nostro dovere affermare chiaramente che il Patriarcato
ecumenico rimarrà un'istituzione puramente spirituale, simbolo di
riconciliazione e forza disarmata. Esercitando le componenti della
nostra santa fede ortodossa, salvaguardandole e comportandosi rispetto
alle giurisdizioni pan-ortodosse, il Patriarcato ecumenico è distaccato
da ogni politica, tenendosi lontano dalla fumosa arroganza dell'autorità
secolare. Del resto, il potere umano da solo, così come tutto ciò che è
umano, non è altro che vanità e illusione di potere.
Queste parole, pronunciate all'inizio del
suo ministero patriarcale, hanno un grande peso e, purtroppo, vengono
spesso dimenticate. Una "istituzione puramente spirituale" implica la
libertà da calcoli mondani, compromessi politici e qualsiasi forma di
pressione. Si potrebbero ricordare numerose decisioni che sembrano
contraddire queste parole. Tuttavia, è sufficiente notare che quando un
vescovo ingiustamente condannato dal suo Sinodo si appella al Fanar,
spera di incontrare proprio una "istituzione spirituale" di questo tipo:
un'istituzione che esamini la sostanza delle accuse, ascolti entrambe
le parti, verifichi le prove e emetta un verdetto basato unicamente
sulla verità di Dio e sui canoni della Chiesa.
Pertanto, gli stessi vescovi di
Costantinopoli stabiliscono i criteri in base ai quali le loro azioni
possono e devono essere giudicate. Per loro stessa ammissione, il
diritto di appello non è un'approvazione meccanica delle decisioni
sinodali locali al fine di mantenere buoni rapporti con i loro primati.
Non è uno strumento per allineare le visioni teologiche agli standard
del Fanar. È un tribunale canonico rigoroso che deve esaminare ogni caso
nel merito.
Ed è proprio con questo approccio –
formulato dal patriarca Bartolomeo e dai suoi vescovi – che dobbiamo
procedere all'esame del caso del metropolita Tychikos di Pafo.
Il punto cruciale del caso del metropolita Tychikos: appello o inquisizione?
Ricordiamo che la decisione del Sinodo
della Chiesa di Cipro riguardante il metropolita Tychikos fu adottata in
violazione della procedura obbligatoria. Di questo si è già scritto
molte volte e non lo ripeteremo qui. Ci limiteremo a notare che il
Sinodo cipriota chiese al metropolita di firmare un documento intitolato
"Confessione di fede". In tale documento, egli era tenuto a riconoscere
le decisioni del Concilio di Creta del 2016 e a condannare la pratica
della "non-commemorazione", ovvero la cessazione della comunione
eucaristica con i vescovi per motivi dogmatici. Il metropolita Tychikos
si rifiutò di firmare il documento, affermando di non poter condannare
qualcosa che è consentito dai sacri canoni. Menzioniamo questa
"Confessione di fede" solo perché ha una diretta rilevanza per il nostro
articolo e per gli eventi successivamente riportati dalla stampa greca.
Essendo stato ingiustamente condannato,
il metropolita Tychikos ha esercitato il suo diritto di ekkliton e ha
presentato ricorso al Patriarcato ecumenico. Ci si aspetterebbe che qui,
nella più alta istanza, il caso venisse finalmente esaminato nel
merito: se a Cipro fossero state osservate le necessarie procedure
canoniche, se Tychikos avesse violato canoni specifici che potessero
giustificare la privazione della sua sede episcopale, e così via.
Tuttavia, quanto accaduto durante la sessione del Sinodo del Patriarcato ecumenico ha infranto tali speranze.
Il noto giornalista greco Dionysios Makris, scrivendo su Orthodoxos Typos (novembre 2025, numero 281), ha pubblicato dettagli sensazionali dell'udienza sinodale nel caso del metropolita Tychikos.
Secondo Makris, invece di esaminare la
sostanza dell'appello e verificare la validità delle accuse mosse dalla
Chiesa di Cipro, il Sinodo si è occupato di questioni completamente
diverse, ovvero di chiarire le posizioni del metropolita su ampie
questioni ecclesiastiche che non avevano alcuna attinenza diretta con il
suo caso. Il patriarca Bartolomeo ha interrogato personalmente il
metropolita Tychikos in un modo che suonava più come un interrogatorio
della sua affidabilità ideologica che come un'udienza.
Ecco come Orthodoxos Typos descrive lo scambio:
Patriarca: "Qual è la sua opinione sull'ecumenismo?"
Tychikos: "Mi perdoni, Santità, ma mi
sembra che questo appello riguardi la questione sorta con il Sinodo
della Chiesa di Cipro. Che c'entra l'ecumenismo? Sono venuto qui per
sapere se la mia rimozione è stata giustificata. Pertanto non posso
rispondere a domande non attinenti al mio caso".
Patriarca: "Non eluda la domanda. Accetta o rifiuta il Santo e Grande Concilio di Creta?"
Tychikos: "Santità, sa perfettamente che
all'epoca non ero ancora vescovo: il Concilio si è svolto nel 2016. Io
sono stato eletto in seguito. Accettando l’ordinazione, ho di fatto
accettato le posizioni della Chiesa a cui appartengo. Sono rimasto in
silenzio e non mi sono espresso contro di esse".
Patriarca: "Quali sono i suoi rapporti
con padre Theodoros Zisis e con coloro che non commemorano?" (Il
protopresbitero Theodoros Zisis è un chierico sospeso della Chiesa di
Grecia, sebbene non ridotto allo stato laicale. Un tempo collaborava
strettamente con il patriarca Bartolomeo, ma in seguito smise di
commemorarlo, ndt).
Tychikos: "Padre Theodoros Zisis è stato
mio professore quando studiavo alla Facoltà di Teologia dell'Università
Aristotele di Salonicco. Da allora, non ho avuto alcun rapporto
particolare con lui".
Patriarca: "Circolano voci secondo cui
lei intende ordinare il monaco Seraphim e diventare il capo dei
non-commemoratori. È vero?"
Tychikos: "No, è falso ed è una calunnia inaccettabile. Non conosco nemmeno personalmente il monaco Seraphim".
Patriarca: "Sostiene la non commemorazione?"
Tychikos: "Mi oppongo alla mancata commemorazione che porta allo scisma, Santità".
Questo dialogo chiarisce il formato con
cui si è svolto l'ekkliton. Invece di esaminare la sostanza dell'appello
e le violazioni dello Statuto della Chiesa di Cipro, la discussione si è
spostata su questioni del tutto estranee. Non c'è stata alcuna analisi
delle azioni del Sinodo cipriota, nessuna convocazione o interrogatorio
di testimoni, nessuna indagine. Alla fine, il Patriarcato ecumenico non
solo non è riuscito a ribaltare la decisione non canonica della Chiesa
di Cipro, ma ha anche raccomandato a Tychikos di sottomettersi ad essa,
lasciandolo nella condizione di vescovo senza sede.
Il procedimento sopra descritto
difficilmente può essere definito un tribunale d'appello. Sembrava
piuttosto un tentativo di utilizzare il diritto di ekkliton come
strumento di pressione, al fine di assicurarsi il consenso politico con
l'arcivescovo Georgios di Cipro e di reprimere il sentimento
conservatore all'interno della Chiesa. Il caso non è stato esaminato nel
merito e, pertanto, la conclusione raggiunta non può essere considerata
canonicamente ineccepibile.
Analisi e conclusioni: l'integrità canonica come fondamento della fiducia
Esaminando il caso del metropolita
Tychikos attraverso il prisma dei sacri canoni e delle dichiarazioni
dello stesso Patriarcato ecumenico, giungiamo a una serie di conclusioni
importanti – e, purtroppo, profondamente inquietanti. Le formuliamo nel
pieno rispetto del ruolo storico del Trono di Costantinopoli, ma con la
ferma convinzione che la verità debba prevalere su tutto.
Innanzitutto, il diritto di ekkliton – il
diritto di appello – non è un privilegio che conferisce potere sulle
altre Chiese locali, né uno strumento per imporre una "unanimità
teologica" con mezzi coercitivi. È, come ha giustamente affermato lo
stesso patriarca Bartolomeo, un "pesante fardello di servizio" e una
"missione obbligatoria" per salvaguardare l’ordine canonico. Lo scopo
stesso di un appello è correggere un errore giudiziario commesso a
livello locale. Se il Sinodo della Chiesa di Cipro avesse rimosso un
metropolita in flagrante violazione della procedura, senza processo e
senza indagine, allora il dovere canonico diretto di Costantinopoli
sarebbe stato quello di ribaltare tale decisione e rinviare la questione
a una nuova e giusta udienza – oppure di assolvere il metropolita.
In secondo luogo, sostituire l'oggetto
dell'esame è inammissibile nella giustizia ecclesiastica. Quando un
metropolita ricorre in appello contro l'illegittima privazione della sua
sede episcopale, la più alta corte è tenuta ad esaminare precisamente
la legittimità di tale privazione. Trasformare un tribunale d'appello in
un interrogatorio sul proprio atteggiamento personale nei confronti
dell'ecumenismo, del Concilio di Creta o di particolari teologi
costituisce una grave violazione dei principi elementari di giustizia.
Se un ricorso non viene esaminato nel
merito, ma viene utilizzato invece per mettere alla prova la
"correttezza" di interpretazioni teologiche, allora tale decisione non
può essere riconosciuta come coerente con l'ordinamento canonico. Un
tribunale che giudica non le azioni, ma le convinzioni, cessa di essere
un tribunale e diventa un'inquisizione.
In terzo luogo, tali azioni non
rafforzano l'autorità del Patriarcato ecumenico, bensì la minano, perché
svuotano di sostanza il diritto stesso dell'ekkliton. Se un appello
viene considerato unicamente attraverso il prisma della lealtà alle
decisioni e alle posizioni del Fanar, allora solo coloro che già
condividono tali decisioni e posizioni saranno disposti – o in grado –
di appellarsi ad esso.
I fedeli e l'episcopato possono
constatare che il Fanar, per amore delle alleanze politiche, è disposto a
chiudere un occhio su evidenti violazioni canoniche e a sacrificare il
destino di un vescovo onesto. Il desiderio di non compromettere i
rapporti con l'arcivescovo Georgios di Cipro, che appoggia la posizione
di Costantinopoli su altre questioni controverse, sembra prevalere sui
canoni stessi. In tali condizioni, la fiducia nell'istituzione
dell'ekkliton si erode rapidamente. Perché ricorrere in appello, se
l'esito non dipende dai canoni, ma dall'opportunismo politico e dalla
disponibilità a firmare i documenti richiesti?
Tutto ciò sottolinea quanto sia
fondamentale per il Patriarcato di Costantinopoli rimanere al di sopra
di ogni forma di politica e simpatia personale. Il diritto di ekkliton
ha senso solo quando è cieco alle persone e attento ai canoni. Nel caso
del metropolita Tychikos, purtroppo, abbiamo assistito al contrario: i
canoni sono stati messi in secondo piano, mentre questioni di lealtà e
ideologia sono state portate in primo piano.
Al posto di una conclusione
Nel valutare il caso del metropolita
Tychikos, è impossibile non ricorrere a parallelismi storici. La storia
della Chiesa ha ripetutamente visto situazioni in cui i sinodi locali,
cedendo alle pressioni dei governanti secolari o alle proprie ambizioni
interne, hanno emesso decisioni ingiuste nei confronti dei loro
confratelli vescovi. È proprio in momenti come questi che l'istituzione
dell'ekkliton è stata concepita per fungere da ancora di salvezza.
Ricordiamo il caso di sant'Atanasio il
Grande, ripetutamente sottoposto a ingiuste condanne da parte di concili
influenzati dall'eresia ariana. I suoi appelli alla Sede romana – che,
prima dello scisma del 1054, aveva anche il diritto di ricevere appelli –
furono esaminati nel merito e il santo fu riabilitato.
Un altro esempio è quello di san Giovanni
Crisostomo. Ingiustamente condannato dal Sinodo della Quercia, si
appellò a papa Innocenzo I di Roma, il quale, dopo aver esaminato il
caso nel merito, si schierò in difesa del vescovo ingiustamente
condannato, incurante delle pressioni politiche della corte imperiale.
Furono proprio questi esempi di rigorosa fedeltà ai canoni e di
autentica imparzialità a rafforzare la fiducia nelle massime autorità di
appello.
Il diritto di ekkliton non è
semplicemente un privilegio, ma un'immensa responsabilità. Tale
responsabilità ricade non solo su coloro che ricevono i ricorsi, ma su
tutta la pienezza della Chiesa, che deve rimanere vigile per garantire
che la giustizia ecclesiastica resti imparziale e obiettiva.
Solo allora la Chiesa potrà rimanere "colonna e fondamento della Verità". |