mercoledì 21 agosto 2013

Pubblicato : Padre Ambrogio

 

Condoglianze dell'Arcivescovo Mark

 
 
 













Alle comunità parrocchiali del Patriarcato di Mosca a Ravenna e a Bologna

Al clero delle parrocchie del Patriarcato di Mosca in Italia

Ai parenti e ai cari dell'archimandrita Mark (Davitti)

Cari padri, fratelli e sorelle!
Un grande cordoglio ha risuonato nel mio cuore alla notizia della scomparsa del padre archimandrita Mark Davitti. Con la sua dipartita la Chiesa Ortodossa Russa ha subito una grande perdita.
Ordinato sacerdote nel 1971, padre Mark è diventato uno dei primi sacerdoti italiani, che hanno fatto rinascere fervente l'Ortodossia in terra italica. Ha servito per più di quarant'anni la Chiesa di Cristo, essendo un buon pastore per i suoi parrocchiani. Le sue fatiche nell'organizzare la vita parrocchiale nelle diverse comunità ortodosse in Italia in molti casi sono state alla base dell'esistenza contemporanea della nostra Chiesa in terra italica.
Con grande calore ricordo i miei colloqui con padre Mark. Quando ero ancora ieromonaco, tanti anni fa sono andato in pellegrinaggio a Bari, dove padre Mark svolgeva il suo servizio pastorale, e sono stato accolto da un caloroso e cordiale benvenuto. Abbiamo parlato in vista dell'unione a lungo attesa della Chiesa Russa all'estero con il Patriarcato di Mosca, unione per la quale padre Mark stravedeva con tutta l'anima e che si è effettuata dopo poco tempo, tra l'altro grazie al suo esempio personale.
Esprimendo le condoglianze a tutti voi, cari padri, fratelli e sorelle, prego Cristo il Salvatore, che conduca l'anima del suo fedele servitore, l'archimandrita Mark, nei cieli dove non vi è né malattia, né tristezza, né gemito, ma vita senza fine, e che gli renda eterna memoria.
MARK
arcivescovo di Yegorievsk, amministratore delle parrocchie del Patriarcato di Mosca in Italia

martedì 20 agosto 2013

Posto ben volentieri come ho fatto su Facebook, il ricordo di P. Marco da parte di Monsignor Livi della Diocesi ortodossa di Luni ed Esarcato d'Italia.

Francesco Livi
Questa notte, a mezzanotte e mezzo, il Molto Reverendo Padre l'Archimandrita mitroforo dott. Marco Davitti, Parroco della Chiesa Ortodossa di San Basilio a Bologna e fondatore della Chiesa Ortodossa di Ravenna ci ha lasciato per le dimore dei giusti che hanno per tutta la loro vita servito fedelmente il Signore.

Io gli sono stato amico fraterno di una vita e credo di dovergli una testimonianza. Il padre Marco è stato tra i pionieri dei santi semi dell'Ortodossia in terra d'Italia. Fermamente convinto, così come io lo sono, che l'Italia non è estranea all'Ortodossia, in quanto fino al 1000 ed in alcuni luoghi anche oltre la nostra terra è stata ortodossa almeno fino alla morte da martire dell'ortodossia del santo papa di Roma Giovanni VIII che aveva potuto, nell'ultimo concilio dell'antica pentarchia ortodossa convocato da San Fozio, patriarca di Costantinopoli, per l'ultima volta interamente radunata, condannare con anatema l'eresia filioquista che aveva separato l'Occidente dalla Unica Santa Cattolica ed Apostolica Chiesa. Quindi per gli Italiani l'Ortodossia non era e non è una religione straniera e ritornare ortodossi non è un tradimento ma è semplicemente il ritorno alla fede dei padri nostri che "altri" hanno tradito, specialmente sotto l'impulso dei Franchi carolingi che, a spese dell'unità della Chiesa hanno voluto costruire un impero barbarico in occidente. Convinto di questo ritornò all'ortodossia in America pur tra incomprensioni, dolori, contrarietà e fu proprio in questi momenti che io lo ebbi a conoscere. Da allora non ci siamo mai più persi di vista anche se la nostra vicinanza è stato quando più frequentata quando meno ma con una inalterata amicizia che ha resistito a tutte le prove. Abbiamo sempre rispettato profondamente le scelte fatte da l'uno e dall'altro nella consapevolezza che nella situazione italiana dominata dal papato non era sempre possibile mantenere una coerenza perfetta ma talvolta - miracolo della condiscendenza (oikonomia) della Chiesa, occorreva fare scelte difficili ed anche non sempre gradite pur di continuare a servire al meglio il gregge che Dio cia aveva affidato. E questo è ciò che ha fatto sempre padre Marco. E la testimonianza delle lacrime dei suoi fedeli che ho potuto unire alle mie ed a quelli dei suoi cari quando, pochi giorni fa sono andato a trovarlo all'ospedale e lo ho trovato pienamente rimesso nelle mani della Volontà di Dio, sempre santa e benedetta. Con l'arrivo dell'immigrazione ortodossa in Italia russa, ucraina romena moldava albanese etc. il p. Marco è diventato padre amoroso di tanti di loro, sempre attento alle loro necessità spirituali ma spesso anche a quelle materiali, secondo la necessità. Di qui l'acquisto con mezzi propri e grande sacrificio, della Chiesa di Ravenna e per quella fu l'ultimo suo viaggio a Kiev , per dotarla di un bel lampadario di stile ortodosso. Appena rientrato l'inizio delle breve ma inguaribile malattia che lo ha portato a lasciarci. Il vuoto che lascia è troppo grande per tutti quelli che lo hanno conosciuto. IN questi giorni tutti hanno pregato, dal monastero greco delle monache dei Santi Angeli dove inviò una sua figlia spirituale italiana che ora è suor Basilia ad uno Ucraino dove ora è monaca la sorella della stessa sempre sua figlia spirituale, a tanti amici sacerdoti e laici si sono levate preghiere per la sua santa dipartita verso il Signore. Mentre siamo nel Digiuno per la festa della Dormizione della Tuttasanta Vergine egli ci ha per un ultima volta edificati anche con la sua morte rimessa nelle mani della volontà divina. Vogliano quelli che talora lo hanno criticato comprendere quanto ingiuste e talora maligne erano le critiche incostruttive e chiedere perdono e quanti lo hanno amato, come me indegno, rallegrarsi perché la sua anima eletta sale verso il Paradiso.

Mi stringo in un abbraccio il più fraterno possibile ai suoi parenti nella carne: i fratelli i parenti tutti e soprattutto l'amatissimo nipote Gabriele che egli un giorno non lontano condusse al Monastero dove abito per affidarlo alle mie cure spirituali, quasi, e lo dico col senno di poi, prevedesse che se ne sarebbe andato. Sono vicino anche al padre Serafim che deve a Dio ma anche alla sinergia ed alla guida di padre Marco la sua ortodossia, il suo monachesimo ed il suo sacerdozio, che ne possa sempre seguire l'esempio indimenticabile. Ed a tutti i suoi fedeli e figli di Bologna e Ravenna, al di là di ogni confine giurisdizionale, confini spesso posti solo dalla piccolezza degli uomini e dall'invidia di colui che è il Divisore, Satana il diavolo, Un mio grande abbraccio nella memoria di questo uomo buono giusto e servo di Dio fino alla fine. Che egli possa continuare ad aiutarci con le sue preghiere e la sua intercessione, aiuto forse più valido e forte di ogni aiuto unano, mentre noi cantiamo per lui: MEMORIA ETERNA! VECNAIA PAMIAT! EOINIA I MNINI AFTOU! VECNICA POIMIENIRE!

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L’archimandrita Marco (Davitti) si è addormentato nel Signore



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Nella notte che è appena trascorsa si è addormentato nel Signore Padre Mark Davitti, archimandrita e parroco della chiesa ortodossa russa di san Basilio in Bologna. 
Piangono il padre Mark tutti gli ortodossi in Italia, indipendentemente dalla giurisdizioni, al cui instancabile lavoro devono molto. 
Questo blog vuole ricordare la figura dell’archimandrita Marco pubblicando alcuni suoi ricordi della sua attività pastorale in Italia.
Quando la domenica 28 ottobre 1973 si inaugurò la Chiesa Ortodossa di San Basilio venni anche io da Firenze dove lavoravo per la Fondazione Browning.
All’arrivo alla stazione sbagliai il nome del profeta e chiesi della via “San Geremia”, ma una signora capì il mio errore e mi fece prendere un autobus che mi portò al Collegio di Spagna. Da lì scesi a piedi per via Barberia e arrivai alla Chiesa. Il padre Evloghij Hessler stava per iniziare la celebrazione. La Chiesa aveva tutti gli affreschi da restaurare ed era in pessime condizioni. Il pavimento era coperto da vaste macchie di catrame. 
Il padre aveva fatto innalzare un’iconostasi di compensato sul balaustro che si trovava tra le due cupole anteriori e che dava un senso di Chiesa molto piccola; ai lati però altre balaustre e delle tende gialle chiudevano un grande santuario dove un altare di legno, quadrato, canonico ortodosso appariva piccolo in basso d’avanti ad un enorme altare barocco che ben mostrava come la Chiesa fosse latina e romana. Non mi piacque. Mi offersi io di cantare la divina liturgia in slavo, in mancanza di un cantore. Il padre lo permise, ma dopo la santificazione dei doni preferì mettere una cassetta di musica con canti russi molto belli e impressionanti per i numerosi italiani presenti, ma che non corrispondevano alla celebrazione.
Dopo la celebrazione ci fu un pranzo intimo, il padre Evloghij fu molto affabile ed io tornai a casa contento e tuttavia deluso dalle condizioni del tempio. 
Tornai definitivamente dall’America il venerdì 20 settembre 1975. Il giorno dopo il mio babbo organizzò una grigliata di bistecche in campagna, al Varco di Faella, davanti alla casa tenuta da Don Aldo Cuccoli, che era il suo confessore. Credo che la cena per mio padre fosse la festa per il mio ritorno, come quello del figliol prodigo e per don Aldo l’occasione, nemmeno tanto celata, di convincermi di rinsavire, dopo aver perso la testa per anni dietro all’Ortodossia. Da parte mia, mi ricordo di essere stato al settimo cielo per la festa calorosa dei miei famigliari, il chiasso dei miei amici e dei cugini, e la riscoperta dei sapori forti dei cibi toscani, dopo tanti mesi di cibo insipido a New York. Ascoltavo inebriato la cadenza delle voci di chi mi parlava, mentre mi sorbivo un bel bicchiere di vino rosso ben invecchiato. 
Tornai a casa tardi. Dopo un po’ squillò il telefono, era il padre Evloghij da Milano: mi pregava di andare il giorno dopo a Bologna a celebrare, perché lui era impegnato a Milano. Meravigliato della velocità con cui si era diffusa la notizia del mio ritorno, accettai. Così al mattino, presto, presi a Figline un treno per Bologna. La Chiesa era in condizioni peggiori di quando l’avevo vista l’ultima volta, coperta da due anni di polvere e molto trascurata, ma c’era stato un grande cambiamento, ora era piena di studenti greci. Un gruppo di studentesse, figlie spirituali del padre Emilianos di Simonopeha al Monte Athos, cantava con voce squillante e con grande pietà. Così celebrai in greco e prima di partire ebbi la possibilità di fare conoscenza con diversi di loro.
Quando il sabato successivo Evloghij mi chiamò perché ritornassi a Bologna, partii volentieri, dopo aver preparato una valigia nella quale misi un paramento e tutte le suppellettili per la divina liturgia che a Bologna mancavano, compreso lo air o воздух che era bruciato, e ritornai a San Basilio. Dopo la celebrazione chiesi se qualcuno poteva restare a pulire la Chiesa. Rimasero in molti, c’era anche una signora russa e un turco di Istanbul che soggiornava per qualche tempo a Bologna e tutti insieme lavarono, spazzarono e pulirono tutto il giorno. Cominciammo anche a grattare coi coltelli il bitume che incrostava il pavimento. Un’operazione, questa, che andrà avanti per quasi due anni. Le ragazze staccarono le tende per portarsele a casa a lavare. Alla fine della giornata eravamo stanchi ma entusiasti. Quel lavoro insieme ci aveva trasformato in vecchi amici e prima di lasciarci celebrammo il vespro.
Quella sera Evloghi mi telefonò e mi disse che se lo volevo potevo continuare a celebrare ancora, fino al 14 ottobre; quando sarebbe venuto a Milano il metropolita Nicodim; se ero interessato, potevo chiedere a lui di affidarmi quella Chiesa.
Andai a Milano a ricevere il metropolita. Furono tre o quattro giorni intensi di funzioni e incontri ecumenici ad alto livello, col sindaco e col Cardinale, alla tomba di Sant’Ambrogio e in tante Chiese. Andrea Kopeckyj, il figlio del compianto prete di Bari, e il sottoscritto, ci alternavamo nella faticosa attività di tradurre tutto quello che diceva, o veniva detto, al metropolita, che, in quella occasione, mi prese molto in simpatia.
Così a Pavia il prelato chiese al Vescovo cattolico, presso il quale eravamo ospiti, una macchina da scrivere e mentre lui si riposava un poco dopo pranzo, io scrissi la mia domanda per essere incardinato nell’Eparchia dell’Europa Occidentale del Patriarcato di Mosca. Alla partenza il metropolita Nicodim prese i miei attestati ecclesiastici e mi disse di celebrare a Bologna e di commemorarlo, in attesa di ricevere da lui le necessarie patenti. Tornato a casa coll’aiuto di mio babbo, presi la mia poca roba ed i miei molti libri e mi installai in una soffitta di via Sant’Isaia al numero 35, e cominciai il mio servizio a San Basilio. Gli studenti venivano abbastanza numerosi, celebravano intensamente tutte le feste del nuovo calendario. Uno studente, Spignos Papaspyrale, dipinse le icone per l’iconostasi e Eleni, una studentessa, un paio di belle tele. Ogni cosa nuova era gradita ai ragazzi, che ad ogni vacanza portavano dalla Grecia vino, olio, candele, lampade, un flusso che dura fino ad oggi. Il mercoledì della Grande Settimana venne alla Chiesa a cantare Petros Matenocov, all’inizio diffidente nei miei confronti, che, invece, è rimasto fino all’ultimo il cantore fedele e competente della Chiesa. A lui si unì, venendo da Firenze l’anno dopo, l’altro cantore Christos Davaris.
I primi tempi a Bologna furono molto duri. Mia mamma mi dava diecimila lire ogni settimana (5 euro di adesso). Io li usavo per andare a prendere i pasti alla mensa degli studenti. Così era un’occasione per stare insieme con gli studenti nelle interminabili code. Mi resi conto che molti cercavano traduttori dall’inglese per le tesi, fu così che mi trovai un lavoro. Traducevo e adattavo tesi a un prezzo che era un quinto dei prezzi ufficiali di allora e così potevo pagare l’affitto e non ricorrere più all’aiuto di mio padre.
Nei successivi sei anni la Chiesa visse intensamente, si celebrava in greco e si adottarono usanze greche, molte delle quali sopravvivono ancor oggi. Alla fine del 1981, per il continuo rialzo dei prezzi scrissi una lettera all’Arcivescovo Antonio di Ginevra per dirgli che ormai non riuscivo più a sopravvivere. Dopo due mesi circa, un giorno verso le dodici il mio Vladyka mi telefonò. Il padre Leonard Nicolsky, molto malato, al mattino aveva lasciato la Chiesa di Bari e se ne era ritornato in Canada. Bisognava partire subito per salvare la Chiesa da eventuali prese di possesso illegali. Dietro di me sarebbe venuto il diacono Piotr Figurek con le necessarie patenti di nomina, se avessi accettato. Chiesi due ore per riflettere e consigliarmi con mia madre (mio padre era morto nel 1979), il Vescovo trovò saggia la mia decisione. Dopo due ore telefonò di nuovo, ed io gli dissi che accettavo ed il pomeriggio partii per Bari. Arrivai la mattina alle cinque e mi installai nell’appartamento del prete. Cominciai un lungo lavoro di restauro e di ripristino. Un giorno voglio scrivere le mie memorie di Bari. Iniziai una dura pendolarità. Celebravo una domenica a Bologna e l’altra a Bari. Dopo un anno, per diminuire i viaggi molto faticosi (ho sempre viaggiato di notte e senza cuccette per limitare le spese) cominciai a vivere a Bologna un venerdì e rimanere fino alla notte dopo la domenica successiva. Così coprivo due domeniche a Bologna, poi ritornavo a Bari per due settimane, coprendo una domenica, ma celebrando molte funzioni infrasettimanali per sostenere quella comunità. C’erano a Bari quattro o cinque donne russe ed ucraine, più “la bulgara”. Si aggiunsero però diversi serbi e gli studenti greci venivano numerosi, anche se in città si levò una grande propaganda contro la mia presenza. Tornando a Bologna, nel 1983, di febbraio, Vladyko Antony ordinò Ambrogio Bozzo prete per Bologna e Genova. L’ordinazione fu celebrata a Roma, proprio nel giorno che il presidente Bettino Craxi dichiarò la città non più Città Santa. Dallo scisma fra cattolici e ortodossi non c’era stata più nessuna ordinazione ortodossa in Roma. Padre Ambrogio serviva due domeniche a Genova e la terza mi sostituiva a Bologna. Così a San Basilio la Divina Liturgia c’era di nuovo dopo un anno di intervallo. Così è stato da allora fino ad oggi. Dopo qualche anno venne ad abitare a Castenaso un prete greco, padre Costantinos, che aveva la figlia farmacista sposata con un italiano. Col suo aiuto riuscimmo ad aumentare le liturgie domenicali a Genova e Bari.
Nel 1987 ci fu il nono centenario del Furto di San Nicola, ormai diventato una Traslazione delle Reliquie di San Nicola. Il 22 maggio, alla presenza di circa 400 russi, venuti da tutta la diaspora, e un coro da New York, fui benedetto Archimandrita, senza mitra. 
Durante quegli anni era stata tanta l’attività a Bari, sia per l’assistenza ai pellegrini, sia per la ristrutturazione degli edifici, che la Chiesa di San Basilio rimase come l’avevo ristrutturata, se si eccettuano le icone nuove all’iconostasi, qualche icona nella navata e alcuni paramenti.
Alla morte della mia padrona di casa, la signora Laura Nanni, che era caduta per le scale e fu da me soccorsa, la figlia Luisa mi diede lo sfratto dalla soffitta. Così cedetti a mio fratello una parte della casa avuta da mio padre nel 1987 e mi comprai il piccolo appartamento dove tutt’ora abito. Veniva usato anche da Padre Ambrogio quando veniva a Bologna.
Gli anni successivi passarono in fretta, senza nessuna vacanza, senza nessun viaggio, esclusa la pendolarità da Bologna a Bari. Solo nel 1991 tornai in America per una settimana.
Gli studenti greci qui a Bologna diminuivano ogni anno, però erano sorti diversi laboratori di pellicceria, dove vi lavoravano diverse famiglie greche, che frequentavano la Chiesa regolarmente ed anche con generosità.
Nel 1995, durante l’estate, presi una forte bronchite e dopo caddi seriamente ammalato. Passai il mese di agosto dai miei a Reggello. Avevo lasciato a Bari un amico russo, che viveva in Germania, molto fidato a San Basilio. Con tutti i greci a casa la Chiesa era, come al solito, chiusa in quel mese. In settembre, ormai abbastanza ristabilito, ricevetti, il quindici del mese, dal nuovo vescovo di Genova Ambrosij, la mitra.
La storia non sarebbe finita qui, perché tanti pensieri, ricordi ed immagini affollano la mia mente, forse un giorno anch’essi finiranno sulla carta. Sono episodi lieti e talvolta anche tristi della mia vita di sacerdote, ma tutti vissuti nella convinzione che il loro fine fosse il bene di chi a me si era affidato. Sarò riuscito nel mio intento? 
 Padre Mark (Davitti), Archimandrita
Fonte: sito della Chiesa ortodossa di san Basilio in Bologna

Arrivederci in cielo, padre Marco

  Pubblicato : Padre Ambrogio
 













Nella notte tra il 19 e il 20 agosto, l'archimandrita Marco (Davitti) si è addormentato nel Signore. Ringraziamo chi ha accolto l'appello alla preghiera per lui in questi ultimi giorni di vita terrena, e invitiamo, ancora e ancora, a pregare perché il Signore gli dia il riposo insieme ai giusti e una gloriosa risurrezione.
Eterna memoria, archimandrita Marco!

venerdì 16 agosto 2013




 

Una preghiera per l'archimandrita Marco (Davitti)



 





















In questi giorni il nostro confratello padre Marco (Davitti) si sta spegnendo presso l'Ospedale Maggiore di Bologna, città in cui ha retto per 40 anni la parrocchia di san Basilio (BO). Chiediamo a tutti i lettori del nostro sito di pregare per un suo trapasso sereno e per la consolazione dei suoi numerosi figli spirituali. Molto del lavoro di padre Marco è stato pionieristico, e molti degli ortodossi che oggi vivono rispettati e sereni in Italia lo devono al paziente e continuo lavoro preparatorio di persone come padre Marco, a cui va tutta la nostra stima ed affetto.
 

Questa mattina, Gianluigi, Andrea e Giuseppe, hanno visitato la nostra Chiesa Parrocchiale di Castrovillari.



martedì 13 agosto 2013

http://www.ortodossiatorino.net/

Una lezione dalla Chiesa russa sull'economia mondiale

 















Mosca, 9 agosto 2013, Interfax-religion

Il capo del Dipartimento sinodale per le relazioni tra la Chiesa e la società, l'arciprete Vsevolod Chaplin, non è d'accordo con quelli che credono che le nazioni ortodosse siano le più depresse in senso economico.
"Oggi molte persone con scherno e disprezzo parlano delle nazioni ortodosse come prive di successo economico. Costruiscono diagrammi che illustrano la dipendenza della prosperità economica dalla religione. Ritengono che gli atei siano quelli di maggior successo, i protestanti un po' meno, i cattolici ancor meno e che gli ortodossi siano i più poveri e i più infelici", ha detto padre Vsevolod, rispondendo alle domande sul sito web del Dipartimento di sinodale per l'informazione.
Invece di replicare allo schema, il sacerdote ha ricordato che "molti economisti moderni che non sono appassionati di fondamentalismo di mercato dicono che la crescita dell'economia e della domanda non può essere infinita, e le nazioni che possono abbandonare l'idea di una crescita costante e incontrollata avranno maggior successo quando questa crescita si fermerà".
Secondo padre Vsevolod "prima o poi la crescita si fermerà, dato che le risorse del pianeta sono limitate e la domanda, anche se è insensata, non può crescere per sempre".
Credendo che sia "necessario passare da un'economia di crescita a un'economia di autosufficienza," il sacerdote ha osservato che "l'autosufficienza e l'auto-limitazione nell'acquisizione dei beni terreni sono sempre state caratteristiche della civiltà ortodossa".
"Le sue tradizioni insegnano a non moltiplicare all'infinito le ricchezze materiali, ma a essere felici del poco, o almeno di una quantità ragionevole di beni della terra. Penso che il futuro appartenga a tale atteggiamento. Oggi dovremmo interpretarlo in categorie di scienza economica e nella costruzione di un sistema economico", ha detto padre Vsevolod.
Egli è sicuro che tale modello avrà molto più successo rispetto a un'idea di crescita eterna e domanda illimitata, che non può finire se non nel disastro.
Allo stesso tempo, valutando l'attuale livello di prosperità dei pensionati russi, il sacerdote ha invitato il governo e la società a riflettere seriamente sul perché le persone che si sono dedicate a servire il paese vivano la pensione a un livello di sussistenza, e talvolta anche al di sotto di questo livello.
"Il pensionamento dovrebbe essere dignitoso. E ci chiama a prenderci cura di questa società, specie se in questa società le persone si definiscono per la maggior parte cristiane", dice il rappresentante della Chiesa.
 

domenica 11 agosto 2013

Dal blog: http://cristiano-ortodosso-italiano.blogspot.it

PREGHIERA PER CHI SI ACCINGE A UN VIAGGIO

Preghiere iniziali.
D. Preghiamo il Signore!
C. Signore, abbi pietà.
S. Tu che sei, o Cristo, la via e la verità, manda quest'oggi il tuo Angelo, come un tempo lo inviasti a Tobia per accompagnare il tuo servo (nome…..), affinché lo preservi da disgrazie e lo conservi sano per la tua gloria.
Concedilo, come solo amante degli uomini, per l'intercessione della Tuttasanta Madre di Dio.
Signore, tu che hai accompagnato Luca e Cleofa nel loro cammino verso Emmaus, accompagna oggi questo tuo servo in partenza, liberalo da ogni pericolosa circostanza, perché tu puoi fare tutto quello che vuoi, poiché sei buono e amante degli uomini.
+ Poichè a te appartiene il regno, la potenza e la gloria; Padre, Figlio e Santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli.
C. Amìn

Dal sito: http://www.ortodossiatorino.net

  Un oggetto liturgico raro: il Sion
 
Che cosa sono gli strani contenitori che portano sulla spalla sinistra i diaconi mentre incensano durante le funzioni alla Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca?
 
L'oggetto in questione è chiamato "Sion" o "Gerusalemme", e ha la forma di alcuni dei tabernacoli eucaristici russi. In Russia sopravvivono molti antichi tabernacoli; questo, proveniente dsalla Cattedrale della Dormizione nel Cremlino di Mosca, è del XII secolo:
 
Nelle icone, i santi diaconi raffigurati con il turibolo nella destra hanno spesso oggetti a forma di chiesa nella mano sinistra:
 
L'uso storico del Sion come effettivo tabernacolo è piuttosto discusso. Certamente, possiamo presumere che non abbia molto senso portare in giro i santi doni durante un'incensazione: questo ne sminuirebbe il valore eucaristico (di solito sono gli oggetti minori che fanno contorno a quelli maggiori, e non viceversa). D'altra parte, l'ipotesi del tabernacolo è rafforzata dall'uso di tenere sulla spalla un aer immediatamente sotto all'oggetto: l'unico altro oggetto che è raffigurato con una simile forma di riverenza è il libro dei Vangeli, e il diacono era di fatto un portatore della comunione ai malati.
C'è chi considera il Sion una forma glorificata di recipiente per l'incenso (l'aer non sarebbe eucaristico, ma un semplice velo di protezione per non far finire la polvere dell'incenso sui paramenti). In tal senso oggi non è usato solo in Russia nelle funzioni patriarcali (e in alcuni monasteri): si trovano cose simili sul Monte Sinai e sul Monte Athos. Negli usi del monachesimo greco non è infrequente che monaci non ordinati e monache procedano durante gli offici a fare incensazioni con l'incensiere manuale (katzion), e talvolta, mentre reggono l'incensiere con la destra, tengono nella sinistra una scatola dell'incenso a forma di chiesa. In ogni caso, le versioni usate a Mosca non sono apribili e non contengono nulla di particolare.
Altre supposizioni storiche vedono l'oggetto come un recipiente per le prosfore (in tal caso, affidato ai diaconi per la distribuzione ai fedeli) oppure come reliquiario. Il defunto padre greco-cattolico Serge (Keheler) vede nel Sion un'evoluzione delle scatole per le raccolte delle offerte (in sé, uno dei compiti dei diaconi fin dal primo secolo). Questo potrebbe in parte spiegare perché la presenza di tali oggetti si nota soprattutto nelle cattedrali e nelle grandi chiese urbane: erano i luoghi in cui storicamente si organizzava il maggior numero di raccolte di fondi per soccorso e beneficienza. Se questa ipotesi è fondata, allora la "morte" dell'uso liturgico del Sion avvenne quando nel mondo bizantino il rito di cattedrale fu sostituito dal rito monastico. Il Sion sarebbe sopravvissuto solo nei luoghi estrememente conservatori come il Monte Athos.
L'uso odierno di Mosca, stando a quanto riportato da uno dei diaconi patriarcali, l'arcidiacono Stepan (Gavshev), è stato implementato dal patiarca Pimen a partire da un modello liturgico osservato da lui e da altri chierici russi al Monte Athos negli anni '80. Al Monte Athos il Sion si usa all'incensazione prima del Polieleo, mentre nell'uso di Mosca si usa anche alle incensazioni al "Signore, a te ho gridato" e prima del Grande Ingresso.
Anche nella Russia pre-rivoluzionaria c'erano comunque diversi luoghi in cui si trovavano esempi di Sion (ce n'erano anche tra i Vecchi Credenti). Il libro di Nikol'skij sul Tipico presenta un elenco parziale di quelle località.
Il Sion è usato con il nome di "arca", anche dai diaconi della Chiesa armena:
 
Il Dizionario della Chiesa armena di Malachia Ormanian riporta due voci interessanti:
Arca/Dabanag
Il significato di questo termine è "piccola scatola". Nella chiesa il termine è applicato a vari oggetti come (1) l'arca dell'incensiere, che talvolta ha un coperchio artistico su cui si pone una candela, e si tiene nella mano sinistra quando si incensa; (2) l'arca del prete, in cui i fedeli erano soliti mettere monete come offerte al prete.
Arca (dell'incensiere)/Khngaman
Recipiente in argento per l'incenso, con o senza coperchio. Vi si tiene l'incenso durante la funzione, in modo che quando il diacono va dall'officiante gli può presentare il recipiente, che contiene un cucchiaio, assieme al turibolo, per trasferire l'incenso nel turibolo.
Qui c'è un'immagine armena di santo Stefano con l'arca in mano:
 
Questo piccolo oggetto, tanto solenne quanto elegante, potrebbe apparire privo di senso per la mentalità contemporanea. Eppure, ci trasmette simbolicamente una quantità di messaggi e di insegnamenti, sottolineando l'importanza del servizio diaconale nella vita liturgica e sociale dei cristiani.

martedì 6 agosto 2013

Tratto dal sito amico: http://www.eleousa.net

Russia - Intervista al Patriarca Teodoro II

Si sono appena concluse in Russia, Ucraina e Bielorussia le celebrazioni del 1025° anniversario del Battesimo della Rus’. I capi e i rappresentanti delle diverse Chiese ortodosse sono venuti a partecipare ai festeggiamenti. Tra gli ospiti illustri c’era Sua Beatitudine il Patriarca di Alessandria e di tutta l’Africa Teodoro II. In quest’intervista esclusiva con il corrispondente di «La Voce della Russia» ci racconta le sue impressioni.

Sua Beatitudine il Papa e Patriarca della grande città di Alessandria, di Libia, della Pentapoli, di Etiopia, Egitto e tutta l’Africa, padre dei padri, pastore dei pastori, vescovo dei vescovi, Tredicesimo Apostolo e giudice dell’universo… Il Patriarca Teodoro II ha molti titoli. A causa della fittissima agenda delle celebrazioni, siamo riusciti a intervistare il capo della Chiesa di Alessandria solo sul treno, con il quale lui e gli altri alti rappresentanti dell’Ortodossia universale hanno viaggiato nel territorio storico della Santa Rus’: da Mosca a Kiev e poi a Minsk. «Sono molto colpito e toccato da questo viaggio», ha iniziato così il suo racconto Teodoro II.
«A suo tempo avevo partecipato alla celebrazione del Millennio del Battesimo della Rus’ - ha continuato. - È stato nel 1988. All’epoca mi trovavo a Odessa, ero archimandrita nella Rappresentanza della Chiesa ortodossa di Alessandria presso il Patriarcato di Mosca. Allora il nostro Patriarca Parthenios non poteva venire, e io lo rappresentavo. Ricordo che l’allora Patriarca Pimen era già in carrozzina e la Liturgia era stata presieduta dal compianto Patriarca Ignazio di Antiochia. Ricordo che era una giornata molto nuvolosa e il cielo era coperto. E ho avuto la sensazione che il tempo ci volesse ricordare le sofferenze attraverso cui è passato il popolo russo per arrivare al giorno luminoso del Millennio del Battesimo. Poi quando siamo arrivati a Kiev, c’è stata una delle piogge più forti che abbia mai visto. E Dio ha voluto che venticinque anni dopo io potessi ritornare alla celebrazione del 1025° anniversario del Battesimo della Rus’, questa volta come Patriarca della Chiesa di Alessandria. Ringrazio Dio e il Patriarca Kirill, mio caro fratello, per questo onore. E spero davvero che tutti noi possiamo ancora celebrare i millecinquant’anni del cristianesimo in Russia!».
Conversando, ogni tanto il Patriarca Teodoro passa al russo. Non è la sua lingua materna, ma la perferita. Della Russia e del popolo russo il Primate della Chiesa di Alessandria può parlare per ore. E non è sorprendente: negli anni ‘80 è stato a lungo Esarca del Patriarcato di Alessandria presso la Chiesa russa, a capo della Rappresentanza che si trovava a Odessa. Negli anni dell’Unione Sovietica, non si faceva nessuna distinzione tra russi e ucraini. Per noi era tutta Russia; e le ho dato il mio cuore - dice ridendo il Patriarca di Alessandria: «Già quando studiavo teologia presso l’Università di Salonicco, ho letto un libro sul San Serafino di Sarov. E per sette anni di fila ogni sera ho pregato San Serafino di farmi conoscere la terra russa. E da allora, ho sempre detto che il mio cuore appartiene per sempre alla Russia. Dio alla fine mi ha ascoltato, e ho vissuto per dieci anni a Odessa. A quel tempo studiavo la lingua russa, ma non mi sarei mai immaginato che il russo sarebbe diventato una lingua di importanza mondiale. Sono molto grato alla Russia e al popolo russo, perché qui ho imparato molto e ho scoperto molte cose che oggi mi aiutano nel mio ministero patriarcale».
Sono già nove anni che Teodoro II è a capo della Chiesa di Alessandria, una delle più antiche del mondo. Prima, per alcuni anni ha diretto le missioni ortodosse in Camerun, Zimbabwe, Mozambico, Botswana e Angola. Missionario, conoscitore dell’arte e custode delle tradizioni ortodosse e della spiritualità orientale, oggi il Patriarca Teodoro II nutre grandi speranze nella Russia e nella Chiesa ortodossa russa: «Sono lieto che tra gli antichi Patriarcati il nostro è l’unico con cui la Russia ha sempre avuto rapporti molto stretti e amichevoli. Sono grato al Patriarca Kirill che ha permesso a noi di mandare qui in Russia alcuni dei nostri ragazzi provenienti dall’Africa per i loro studi. Sono sempre lieto quando in Africa mi capita di poter parlare in russo con presidenti o primi ministri di diversi Stati, che hanno fatto i loro studi in Russia».
Questo viaggio di Teodoro II nel territorio della Chiesa Ortodossa Russa per i festeggiamenti in onore del milleventicinquesimo anniversario del Battesimo della Rus’ si realizza in un momento particolarmente difficile per il continente africano e il Medio Oriente per quanto riguarda il loro futuro. L’imporsi delle forze islamiche fondamentaliste fa sì che molti ortodossi sono costretti ad abbandonare le terre nelle quali il cristianesimo ha iniziato la sua diffusione.
«In Egitto, noi del Patriarcato di Alessandria siamo la più piccola comunità del Paese. Molto più forte è la Chiesa copta - il numero dei suoi seguaci è di circa quindici milioni. Ora il mio cuore è addolorato soprattutto perché pochi giorni fa, in Egitto, sono scoppiati di nuovo dei tumulti. I musulmani conservatori fanatici, che propugnano un regime islamico rigoroso, si scontrano con quanti sono a favore di uno stile di vita moderno. Parlando con tante persone, sono giunto alla conclusione che i «Fratelli Musulmani» non hanno né la capacità, né la voglia di fare qualcosa di buono per il proprio popolo. Essi non agiscono per il bene comune, ma fanno solo i propri interessi. Devo dire che nessuno ha mai toccato né me, né nessun altro del Patriarcato. Siamo trattati con rispetto. Tutti ci conoscono come «i greci», e non risentiamo di nessuna aggressione da parte dei musulmani. Spesso la sera esco a passeggiare per le vie della città, con la tonaca e il rosario tra le mani. E spesso persone semplici, musulmani, mi invitano a casa loro».
Il Capo della Chiesa di Alessandria ha detto di aver intenzione, subito dopo il suo ritorno in Egitto, di incontrarsi con i leader musulmani e il capo della Chiesa copta. Il Patriarca Teodoro II è convinto che i capi spirituali, insieme, possano trovare soluzioni per fermare lo spargimento di sangue nel Paese.

Intervista di Milena Faustova

(Fonte: Decr Servizio Comunicazione; www.mospat.ru)