sabato 7 marzo 2009

CONVIVIO PRESBITERALE SOTTO LA NEVE

La nostra avventura silana inizia quando, abbandonato il paese di Spezzano della Sila, abbiamo incontrato i primi fiocchi di neve, che ci hanno accompagnato fino all’arrivo e sono continuati senza smettere un istante riempendo il selciato di una bella coltre bianca, che nonostante passasse lo spazzaneve, subito l'asfalto si imbiancava.
Siamo arrivati a destinazione con P. Giovanni e la Signora Presbitera che, un poco preoccupati, ci stavano aspettando. Qui inizia la nostra avventura sulla Sila cosentina. Buona giornata ……… in bianco.









Come potete vedere, c'era e non poteva mancare, il canelupo, formato mignon, di P. Giovanni, un cagnolino di peluche, bianco, come la neve che cadeva.







Abbiamo approfittato del fuoristrada per fare un giro per il paese: poca gente in giro, qualche auto in circolazione e poi noi che ci siamo beccati un sacco di vento e di neve in faccia.







Per tutta la giornata la neve non ha smesso di cadere. Su questi meravigliosi posti turistici è bello vivere certamente più in estate, quando la frescura ti accarezza il viso e la calura è sopportabile. La montagna calabrese ti invita a viverla sempre, con il suo splendore immacolato e le sue meraglie da assaporare da soli o in compagnia.








La neve continuava a cadere copiosa, la giornata volgeva al termine e ci siamo dovuti accomiatare da P. Giovanni e Presbitera. Una strada coperta di neve ci ha accompagnata e fatto perdere un sacco di tempo nel scendere verso Cosenza. Ma grazie a Dio siamo arrivati a casa sani e salvi, infreddoliti, ma felici della splendida giornata che nostro Signore ha permesso di trascorrere allegramente alle nostre famiglie.

giovedì 5 marzo 2009

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA - DELL'ORTODOSSIA





Comunico a tutti i fedeli ortodossi ed a tutti i cittadini arbresh di Acquaformosa che Domenica 8 Marzo 2009, prima domenica di quaresima, dedicata alla vittoria delle Sante Immagini sugli iconoclasti, la Divina Liturgia verrà celebrata presso la Cappella Ortodossa di Santa Caterina Megalomartire in Via Garibaldi, 64 con inizio alle ore 10.00.
La nostra attività spirituale nel nostro paese continua, anche grazie alla vostra assiduità nel frequentare ed assistere alla Divina Liturgia.
Comunque inserisco il Calendario delle celebrazione presso la nostra Cappella:


Calendario mensile della celebrazione della
Divina Liturgia ad Acquaformosa in Via Garibaldi, 64:

a) Marzo - Domenica 8 - Ore 10.00
b) Aprile - Domenica 5 - Ore 10.00
c) Maggio - Domenica 10 - Ore 10.00
d) Giugno - Domenica 7 - Ore 10.00
e) Luglio - Domenica 12 - Ore 10.00
f) Agosto - Domenica 9 - Ore 10.00
g) Settembre - Domenica 13 - Ore 10.00
h) Ottobre - Domenica 11 - Ore 10.00
i) Novembre - Domenica 8 - Ore 10.00
j) Dicembre - Domenica 13 - Ore 10.00

Prima Domenica di Quaresima - Domenica dell’Ortodossia

Domenica 8 marzo 2009 - Memoria del Santo Policarpo di Smirne



Prima Domenica di Quaresima - Domenica dell’Ortodossia
Tono V – Digiuno con licenza di olio e vino


Antifone della festa:

1) Lettore: O Kìrios evasìlefsen, efprèpian
enedhìsato, enedhìsato
o Kìrios dhìnamin ke periezòsato.

Coro: Tes presvìes tis Theotòku, Sòter, sòson
imàs.


2) Lettore: Exomologhisàsthosan to Kirìo aftù,
ke ta thavmàsia aftù tis iìs ton anthròpon.

Coro: Sòson imàs, Iiè Theù, o anastàs
ek nekròn, psàllondàs si:
Alliluia.

3) Lettore: Enesàtosan aftòn I uranì ke i ghi,
Thàlassa ke panda ta èrponda en aftì.

Coro: Ton sinànarchon Lògon Patrì ke Pnèvmati,
ton ek Parthènu techtènda is sotirìan imòn,
animnìsomen, pistì, ke proskinìsomen,
òti ivdhòkise sarkì anelthin en to stavrò,
ke thànaton ipomìne, ke eghìre tus tethneòtas
en ti endhòxo anastàsi aftù.

Tropari


Tono V

Ton sinànarchon Lògon Patrì ke Pnèvmati,
ton ek Parthènu techtènda is sotirìan imòn,
animnìsomen, pistì, ke proskinìsomen,
òti ivdhòkise sarkì anelthin en to stavrò,
ke thànaton ipomìne, ke eghìre tus tethneòtas
en ti endhòxo anastàsi aftù.

(Tropario del Santo della Chiesa)

……… ……. ……..
Tropario del Santo del giorno

Veneriamo la tua purissima icona, o buono, chiedendo perdono delle
nostre colpe, o Cristo Dio. Ti sei benignamente degnato infatti di
salire volontariamente con il tuo corpo sulla croce per liberare
dalla schiavitù del nemico coloro che tu hai plasmato; pertanto
con riconoscenza a te gridiamo: hai riempito di gaudio l’universo,
o nostro Salvatore, venuto a salvare il mondo.

Kontakion

Ti ipermàcho stratigò ta nikitìria,
os litrothìsa ton dhinòn efcharistìa
anagràfo si i pòlis su, Theotòke.
All’os èchusa to kràtos aprosmàchiton,
Ek pandìon me kindhìnon elefthèroson,
Ìna kràzo si: Chère, Nìmfi anìmfefte.


Apostolo (Ebrei 11,24-26,32-40)

- Benedetto sei tu, o Signore, Dio dei Padri nostri,
e lodato e glorificato è il tuo nome nei secoli. (Dan. 3,26)
- Poiché sei giusto in tutto ciò che hai fatto; e tutte
le tue opere sono vere e rette le tue vie. (Dan. 3,27)


Lettura dalla lettera di San Paolo agli Ebrei.

Fratelli, per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio
Della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato.
Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa.
E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, li Lefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri.
Alcune donne riacquistarono i loro morti risuscitati. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! - vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.
Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

Alliluia (3 volte).

- O Dio, abbiamo ascoltato con i nostri orecchi. I nostri antenati
ci hanno trasmesso i prodigi da Te compiuti nei tempi antichi.

Alliluia (3 volte).

- Invocavano il Signore ed egli rispondeva, parlava loro
da una colonna di nubi.

Alliluia (3 volte).

Vangelo (Gv 1, 43-52))

Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret». Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo».


Kinonikon

Enìte ton Kirion ek ton uranòn;
enite aftòn en tis ipsìstis.
Alliluia

Albania: Una richiesta di restituzione dei beni della Chiesa ortodossa.

La presidenza della Conferenza delle Chiese europee (CEC), che si è riunita a Durazzo su invito del suo vice-presidente, l’arcivescovo di Tirana e di tutta l’Albania, Mons. Anastase, il quale ha chiesto al governo albanese la restituzione alla Chiesa Ortodossa d’Albania l’insieme dei suoi beni confiscati dal regime comunista e da allora ancora non resi.
Egli ugualmente chiede una rapida restituzione di tutti i luoghi santi: monasteri. chiese, moschee, i centri di confraternita sufisti (Bektachis) e le loro servitù, che ancora non sono stati restituiti ai legittimi proprietari.
Questi luoghi santi sono stati soppressi nel 1967, durante il regime comunista di Enver Hoxha, durante l’instaurazione del primo stato ateo del mondo, e trasformati in abitazioni o luoghi di divertimento, in palestre o in sale per la propaganda politica.
Nel loro comunicato, i rappresentanti della presidenza del CEC esprimono egualmente i loro ringraziamenti all’arcivescovo d’Albania, Anastase, per l’occasione offerta loro di rendersi conto sul posto dello sviluppo della Chiesa ortodossa in Albania in questi ultimi 18 anni, vale a dire dopo che il nuovo stato ha autorizzato la sua esistenza.
Oggi giorno, circa 700.000 ortodossi albanesi sono serviti da 140 preti di cui il loro numero è sempre in crescita; più di 150 Chiese sono state costruite, 70 monasteri e monumenti storici ortodossi e 160 Chiese restituite fino ad ora alla Chiesa sono state restaurate.
Durante lo stesso periodo, la Chiesa ortodossa d’Albania ha intrapreso iniziative ed attività operanti nel campo della salute, dell’educazione, della previdenza sociale, dello sviluppo agrario, della cultura e del dialogo interreligioso .

Dal sito orthodoxie.com
Tradotto dal francese da P. Giovanni

mercoledì 4 marzo 2009

RICORDANDO AMOREVOLMENTE MINO REITANO

LEGGENDO LE NOTIZIE CHE ZENIT MANDA GIORNALMENTE, OGGI HO TROVATO UN GRANDE ED INTERESSANTE ARTICOLO RIGUARDANTE LA VITA DELL'ARTISTA CALABRESE MINO REITANO, MI E' ENTRATO NEL CUORE ED IO LO POSTO NEL MIO BLOG. MERAVIGLIOSO!! COMPLIMENTI ALL'AUTORE.

Il capolavoro di Mino Reitano?

La famiglia, la canzone più bella della sua vita

di Renzo Allegri


ROMA, martedì, 3 marzo 2009 (ZENIT.org).- Alla fine di gennaio, se ne è andato per sempre Mino Reitano, uno dei cantati più amati dalla gente. Aveva 64 anni. Gli ultimi due trascorsi nella morsa di una malattia dolorosa che ha affrontato con straordinario coraggio.

Ai funerali c’era una gran folla di gente e anche diversi colleghi. Pochi, per quanto Reitano meritava. Ma erano i suoi amici, quelli che lo conoscevano bene e, parlando di lui, ne hanno evidenziato la bontà, la signorilità, la vita esemplare.

Anche i giornali hanno dato evidenza a questa scomparsa. Ricordando soprattutto il modo sereno e composto, con il quale Mino ha “vissuto” la malattia.

Dopo la sua morte, tutti i media hanno riportato le dichiarazioni che il cantante aveva rilasciato in un’intervista pubblicata il primo giugno 2008 dal quotidiano cattolico online, “Petrus”. Ma proprio quelle citazioni evidenziavano un fatto triste. E cioè che Mino Reitano, personaggio popolarissimo, con una splendida carriera artistica durata una quarantina d’anni, era stato completamente dimenticato dai media.

Al punto che, alla sua morte, i grandi giornali, quelli che generalmente vivono sulla pelle degli artisti, sono stati costretti a “ripescare” dichiarazioni che il cantante aveva fatto otto mesi prima a un quotidiano “online”.

Quotidiano cattolico, benemerito, ma si sa che nel nostro Paese le pubblicazioni online non godono ancora di una grande visibilità pubblica.

Mino Reitano, cosciente della propria popolarità, certo di avere milioni di persone che lo ricordavano, avrebbe certamente desiderato fare quelle sue ultime confidenze a un grande pubblico, a giornali di vasta diffusione. Invece no, nessuno di quei giornali si è ricordato di lui, è andato a trovarlo, a parlargli mentre era ancora in vita.

Ma a voler essere precisi, si può affermare che Reitano non ha quasi mai goduto di un trattamento generoso e sincero da parte dei media. Giornali, radio, televisioni si sono interessati di lui sempre con una certa ironia, con una certa, sia pur pacata, ostilità e sufficienza. Non lo hanno mai sostenuto.

Non gli hanno mai dato pieno credito. Non potevano ignorarlo perché era l’idolo della gente, ma non ha mai goduto di quelle attenzioni mediatiche di stima e di apprezzamento, tanto utili anche per la vendita dei dischi, riservate invece a molti altri suoi colleghi, meno bravi e meno popolari di lui.

C’è stata, nei suoi confronti, quella strana, silenziosa ma reale, congiura che tocca certi artisti. Ne è dimostrazione il fatto che alla radio, nelle innumerevoli trasmissioni radiofoniche di decine di stazioni radio giornalmente impegnate a lanciare nell’etere migliaia di canzoni, non si sente mai la voce di Reitano. In televisione, negli ultimi vent’anni, questo cantante lo si è visto poco, anzi pochissimo.

Più volte aveva raccontato che sognava di poter condurre, anche lui, come altri suoi colleghi, una trasmissione tutta sua, raccontando la propria vita, che è stata piena di spunti avventurosi e straordinari.

Nato nel Sud d’Italia, a Fiumara, in Calabria, da famiglia povera, orfano fin da piccolo, è riuscito egualmente , affrontando comprensibili grandi sacrifici, a studiare musica al Conservatorio, imparando a suonare il pianoforte, il violino e la tromba.

A 14 anni iniziò a cantare nel complesso musicale dei suoi fratelli emigrando poi con loro in Germania, dove ebbe inizio il suo successo. In quel Paese ebbe modo di suonare nello stesso club dove suonavano anche i “The Quarrymen”, gruppo inglese, con i quali strinse amicizia. In seguito, quel gruppo divenne famoso con il nome dei Beatles.

Nel 1965 Mino cominciò a farsi notare anche in Italia, e poi arrivò il grande successo che lo ha portato ai vertici della popolarità. Un successo pieno, duraturo, costellato da tappe prestigiose, sia come interprete che come autore. Certe sue canzoni hanno superato la prova del tempo, come, per esempio, “Una ragione di più”, portata al successo da Ornella Vanoni, la quale, trent’anni dopo ha voluto inserirla anche nel suo ultimo CD.

Reitano aveva scritto un libro autobiografico sulle proprie vicende, aveva poi presentato in Rai varie proposte per trarne delle puntate televisive, ma non ebbe mai risposta. Perché? Se lo chiedeva sconsolato anche lui. E su tante altre vicende strane della sua carriera si interrogava senza trovare risposte.

In pratica, Reitano non aveva protettori politici, ideologici, corporativi. Faceva parte di quella categoria di persone con una esistenza normale, serena, senza scandali, una famiglia unita, tradizionale, una fede cristiana sentita e praticata apertamente. E, purtroppo, questi valori, per il nostro mondo pubblico attuale, sono un handicap insuperabile.

Ma il cantante calabrese non se ne è mai lamentato. E alla fine, quando la malattia lo attanagliava lasciandogli poche prospettive, era sereno. Al giornalista di “Petrus” ha potuto confidare: “Offro ogni sofferenza a Gesù e alla Madonna e ringrazio Dio per il dono della mia Famiglia”.

Sulla famiglia ha aggiunto: “Uno dei doni più belli che la vita mi ha dato è stato proprio quello della famiglia: una moglie splendida e due figlie che mi sono sempre vicine e non mi lasciano mai. Cos’altro avrei potuto pretendere di più?”.

Ha avuto, però, anche parole che si riferivano alle delusioni patite: “Perdono tutti. Non voglio lasciare nulla in sospeso con alcuno. Il cristianesimo è saper dimenticare, lasciarsi alle spalle rancori e risentimenti, abbandonarsi liberamente alla misericordia. Senza perdono la nostra fede sarebbe vuota. Io stesso chiedo perdono nel caso abbia danneggiato qualcuno, anche se, mi creda, nel limite delle mie possibilità, ho sempre cercato di aiutare e comprendere tutti. Se non ci sono riuscito, spero davvero vogliano scusarmi”.

Dichiarazioni veramente straordinarie che dimostrano che Reitano è stato sì un grande cantante, ma è stato soprattutto una brava, onesta persona, e la canzone più bella del suo repertorio è stata la sua vita.

Qualcuno potrebbe pensare che Mino Reitano abbia riscoperto questi valori spirituali di fronte alla malattia. Errato. Reitano li ha sempre vissuti questi valori. La fede cristiana era un patrimonio che aveva ricevuto da bambino e che, crescendo, aveva assimilato e arricchito.

Il suo concetto di famiglia era certamente frutto dell’educazione familiare, della cultura che si era dato, ma soprattutto conseguenza logica della sua fede cristiana. E’ vissuto in serena fedeltà a questi suoi principi, senza sbandierarli, senza ostentarli. Ma chiunque, avvicinandolo, ne sentiva la presenza vitale.

Li scoprii anch’io quando, per ragioni di lavoro, conobbi Reitano, all’inizio degli anni Settanta. Era già famoso. Anzi, all’apice della sua popolarità. Con il denaro guadagnato, aveva comperato un appezzamento di terra ad Agrate, periferia di Milano, inizio della verde Brianza e lì aveva, in poco tempo, riunificato la famiglia: aveva costruito villette per il padre, i fratelli, i cugini.

Una festosa comunità, alla quale aveva voluto dare il nome del paese calabro dove era nato: “Villaggio Fiumara”. C’era anche un campo di calcio e alla domenica arrivavano da Milano altri amici cantanti, tra essi Celentano, e giocavano, mentre il padre di Mino faceva il pane nel forno a legna.

Mino, allora, era continuamente sui giornali, dove gli venivano attribuiti flirt, fidanzate, matrimoni imminenti. Ma, entrando nella sua famiglia, si capiva subito che cose del genere non avevano niente a che fare con la vita reale del cantante. E tutti si meravigliarono quando, nel 1977, improvvisamente Reitano stesso annunciò in televisione, durante una puntata della trasmissione di Mike Bongiorno, “Scommettiamo”, che era fidanzato e si sarebbe sposato dopo un paio di settimane.

Giornali, settimanali, giornalisti, fotografi: tutti presi in contropiede. E non si trattava di un fidanzamento improvviso, nato da poco, frutto di un colpo di fulmine. No. Mino e la ragazza che stava per sposare si conoscevano da 10 anni, e nessuna notizia era mai trapelata, neppure in quegli ultimi mesi quando i due si frequentavano con assiduità proprio perché stavano organizzando le loro nozze.

Stupito al pari di tutti gli altri miei colleghi giornalisti, chiesi a Reitano come fosse riuscito a tenere segreto un fidanzamento. E mi rispose: “Non dimenticare che sono calabrese. Sulle cose importanti noi calabresi non ammettiamo indiscrezioni. Con le altre ragazze lasciavo correre voci e notizie, mi lasciavo fotografare perché erano situazioni che non sarebbero mai approdate a conclusioni concrete. Qui era diverso. Era una cosa seria, e non ne ha saputo niente nessuno, tranne, naturalmente, le nostre famiglie”.

Qualche giorno dopo mi fece conoscere la sua fidanzata, Patrizia. Una maestrina che aveva, allora, 25 anni e lavorava in una biblioteca a Bologna. Timida, riservatissima, credo non avesse mai parlato con un giornalista. Era quella la sua prima intervista.

Mi trovai di fronte una ragazza straordinaria, che mi colpì molto. Anche lei, come Mino, aveva una chiara, forte fede cristiana nel cuore. Non sbandierata, non proclamata, ma vissuta. Io credevo di conoscere bene Mino, ma, parlando con Patrizia capii che, in realtà, lo conoscevo solo superficialmente. Conoscevo il cantante popolare, simpatico, estroverso, che era disponibile per interviste, foto, che sorrideva sempre su tutto. Ma non conoscevo la persona.

Dopo la scomparsa di Mino, sono andato a rileggermi le cose che Patrizia mi disse in quella intervista. Parole alle quali forse allora non diedi tutta l’importanza che contenevano. Ma che ora, a distanza di 32 anni, fanno capire come Mino e Patrizia guardassero alla vita che insieme stavano per iniziare con una serietà e una fede cristiana veramente sorprendente in persone tanto giovani.

Patrizia mi raccontò che quando aveva conosciuto Mino, lei aveva 14 anni e mino 22. Mino non aveva ancora raggiunto il grande successo, che sarebbe arrivato l’anno successivo. Tra loro nacque un sentimento profondo e sincero. Ma il turbinio di impegni seguito al successo li divise. Mino era sempre in giro per il mondo. E lei, timida studentessa, pensava di essere stata dimenticata. Invece non fu così. Mino non l’aveva dimenticata e quando si rincontrarono, tutto riprese dal punto in cui la storia si era interrotta.

Patrizia, riferendomi di come era avvenuto il loro incontro decisivo, mi disse: “Il nostro amore si era chiarito in quella zona bellissima delle Marche che si stende dalla basilica di Loreto alla cattedrale di San Ciriaco in Ancona. Sono convinta che quei due luoghi hanno avuto una grande importanza nel nostro destino”.

“La prima volta che io e Mino abbiamo parlato apertamente dei nostri sentimenti eravamo in un luogo dominato dall'alto dalla basilica di Loreto. Poiché la nostra conversazione era molto importante e avrebbe impegnato la nostra vita futura, io pensavo continuamente alla Madonna e sono certa che ci ha illuminato. Nei giorni seguenti mi sono spostata ad Ancona. Erano i giorni in cui riflettevamo per prendere le decisioni definitive, e io sono andata molte volte nella cattedrale di San Ciriaco, a parlare dei miei problemi. Ecco perché ricordo con affetto quei due luoghi”

Patrizia e Mino hanno costruito la loro famiglia su convinzioni semplici e antiche, illuminate dalla loro fede. Sono vissuti insieme 32 anni. Ci saranno certamente stati anche per loro problemi e difficoltà. Come per tutti. Ma hanno sempre tenuto vivi i contatti con quelle persone “invisibili ma reali”, alle quali si erano rivolte per avere consigli e aiuto al momento di decidere della loro vita insieme.

E il cantante, facendo un bilancio della sua esistenza prima di andarsene per sempre da questo mondo, ha potuto dire al giornalista che lo intervistava: “Uno dei doni più belli che la vita mi ha dato è stato proprio quello della famiglia: una moglie splendida e due figlie che mi sono sempre vicine e non mi lasciano mai”. La famiglia, la canzone più bella che ha scritto.

p.s.: Addio Mino ti ricorderemo sempre, in perpetuo, attraverso i tuoi capolavori.

martedì 3 marzo 2009

Non giudicare ...... anzi ognuno la pensi come meglio crede!

Dal sito di Repubblica del 3.3.09

"E' Quaresima, niente sms e televisione"
Si moltiplicano gli appelli di parroci e vescovi


La prima Quaresima anti hi-tech
"A digiuno di sms, tv e iPod"
di MICHELE SMARGIASSI


BOLOGNA - E' una vera e propria "fuga dall'Egitto dei desideri superflui". La Quaresima anti-consumista e il digiuno non tradizionale, ecco le sorprese della Pasqua cattolica di quest'anno. Sono una mezza dozzina, ma tendono ogni giorno a crescere, le diocesi in cui i fedeli si sentono raccomandare dal pulpito l'astinenza non dalla carne, ma dal cellulare, dall'iPod, dalla tivù, dall'automobile, dall'acqua minerale. A Modena il vescovo Benito Cocchi, con l'appoggio di Azione cattolica e degli scout dell'Agesci, lancia il No-sms day: rinunciare ai "messaggini" tutti i venerdì di Quaresima. Per "tornare a comunicare, invece di komunikare".

Proposta di sobrietà, recupero di relazioni umane contro le relazioni virtuali. Scelta un po' sorprendente, considerato che quaranta chilometri più in là, a Bologna, c'è un cardinale, Carlo Caffarra, che da tempo va sperimentando una evangelizzazione giovanile proprio attraverso gli sms: lui parla in diretta televisiva e i ragazzi da casa gli mandano domande con i messaggini. Ma quello di Modena non è esattamente un digiuno anti-tecnologico.

Dietro la scelta di frenare la corsa alla komunikazione c'è anche un motivo più stringente e "politico": il coltan. Minerale utilizzato per la costruzione dei cellulari, "all'80% viene dal Kiwu, regione del Congo in cui è in corso una guerra civile che ha causato 4 milioni di morti in 10 anni", spiega Francesco Panigadi del Centro missionario modenese, da cui è partita l'idea: quasi una quaresima da boicottaggio terzomondista. Lanciato pochi giorni fa, il digiuno sms è già stato rilanciato dalla diocesi di Bari attraverso la sua TeleDehon, poi ripreso da quella di Pesaro.

Il patriarcato di Venezia invece ha scelto come bersaglio l'acqua, quella minerale imbottigliata: "Un gesto semplice: apriamo il rubinetto" è lo slogan, distribuzione di caraffe gli strumenti. Qui la quaresima si fa ecologista, e non nasconde di aver preso in prestito l'idea dalla campagna "Imbrocchiamola!" lanciata dal mensile Altreconomia. Un giovane parroco di Rivoli ha distribuito ai ragazzi del catechismo un drappo nero per coprire la televisione da qui a Pasqua, come "fioretto" penitenziale.

La diocesi di Trento propone addirittura un intero calendario liturgico di astinenze insolite, una per ogni domenica quaresimale: digiuno dall'auto, digiuno dal virtuale (niente Facebook, niente mp3), digiuno dallo spreco (non gettare cose riciclabili, niente cicche né chewing-gum per terra), digiuno dall'alcol e perfino (ma come si farà?) "digiuno dall'egocentrismo". Per l'arcivescovo Luigi Bressan è il modo giusto di rispondere al richiamo del Papa al digiuno come "arma spirituale per lottare contro ogni attaccamento disordinato a noi stessi. Ognuno scelga una forma, accanto a quelle richieste dalla Chiesa".

A pensare che quaresima sia solo sostituire il pesce alla carne dev'essere rimasta solo la zelante assessora del comune di Roma che ha tolto d'autorità le bistecche dai menù del venerdì in tutte le mense scolastiche (dimenticando che la Chiesa non impone, anzi sconsiglia, il digiuno ai minori di 14 anni).
"Non è quella, oggi, la pratica di rinuncia che può farci migliori", sorride don Gianni Fazzini, direttore dell'originale Ufficio pastorale per gli stili di vita della diocesi di Venezia, il primo nel suo genere. E' questo nuovo "pensiero della sobrietà", a cavallo tra fede ed ecologia della sostenibilità, che sta dietro la sorpresa delle quaresime anomale.

"La nuova idea di digiuno è una rinuncia individuale che si fa strumento di cambiamento collettivo. E' una reazione alla crisi economica: cambiare le scelte di consumo è la nostra risposta al disastro dell'economia, oltre che una precisa responsabilità del cristiano per la salvaguardia del Creato".

Le venti diocesi che hanno seguito l'esempio che arriva da Venezia si sono incontrate la settimana scorsa a Padova, e hanno dato vita a una rete che promette nuove iniziative. Per l'ambientalismo laico sempre più in crisi, potrebbe essere una imprevista e gradita Pasqua di Resurrezione.

(3 marzo 2009)

lunedì 2 marzo 2009

Il Papa confessa la "nostalgia per la piena unità" con gli ortodossi

Tratto da Zenit:

Consegnando al Patriarcato russo la chiesa di San Nicola a Bari

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 2 marzo 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha confessato la "nostalgia per la piena unità" con i cristiani ortodossi, persa quasi mille anni fa, in un messaggio inviato in occasione della consegna alla Chiesa ortodossa russa della chiesa di San Nicola a Bari.
La chiave del tempio è stata consegnata questa domenica nella città pugliese dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al presidente della Federazione Russa, Dmitri Medvedev, che la porterà al Patriarca di Mosca, Sua Santità Kirill I.

Come legato del Papa, ha partecipato alla cerimonia il Cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo emerito di Palermo, che ha letto il messaggio inviato dal Pontefice per l'occasione.

Nel testo, il Papa "si compiace che questo edificio venga incontro, qui a Bari, alla devozione degli ortodossi russi verso San Nicola. Il popolo russo non è mai venuto meno nel suo amore verso questo grande Santo, che lo ha sempre sostenuto nei momenti di gioia e nelle difficoltà".

"Ne è testimonianza anche questa chiesa ortodossa russa di San Nicola realizzata agli inizi del secolo scorso per ospitare i pellegrini, che, specialmente nei viaggi verso la Terra Santa, facevano tappa a Bari, punto di incontro tra l'Oriente e l'Occidente, per venerare le reliquie del Santo".

Nicola di Myra (nell'attuale Turchia, come viene chiamato in Oriente) o Nicola di Bari (come viene chiamato in Occidente) è stato un Vescovo vissuto nel IV secolo.

"Come non riconoscere che questa bella Chiesa risveglia in noi la nostalgia per la piena unità e tiene vivo in noi l'impegno a lavorare per l'unione tra tutti i discepoli di Cristo?", si chiede il Papa nel suo messaggio.

La chiesa e la residenza attigua vennero costruite dalla Chiesa ortodossa russa nel 1913, ma nel 1937 vennero comprate in circostanze poco chiare dal Comune, che aveva già aperto il tempio al culto ortodosso e ha risposto con generosità alla richiesta della Chiesa cattolica e ortodossa di restituire la proprietà alla Chiesa ortodossa russa.

Kirill I ha inviato un messaggio per la cerimonia, letto dal Vescovo Mark, presidente ad interim del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, in cui trasmette la sua gratitudine "alla Diocesi cattolica di Bari e ai domenicani che custodiscono oggi le reliquie del Santo, per l'ospitalità costante nei confronti dei nostri pellegrini".

Il leader ortodosso russo ringrazia anche le autorità russe e quelle italiane, che hanno permesso e favorito la restituzione della chiesa.

Nel corso della cerimonia, il Presidente Napolitano ha detto al suo omologo russo che "è un grande onore restituirle la simbolica chiave di questa chiesa di così grande suggestione eretta quasi un secolo fa".

"Questa chiave è il simbolo dell'amicizia fra i nostri Paesi e i nostri popoli, del dialogo fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, del più generale impegno a rafforzare la cultura della pace nella comprensione reciproca con l'avvicinamento fra diverse tradizioni culturali e spirituali".

"Questo impegno è la migliore risposta al diffondersi dei fenomeni di intolleranza e dei fondamentalismi aggressivi che negano o minacciano conquiste essenziali di libertà e progresso civile", ha aggiunto.

Il Presidente della Federazione Russa Dmitri ha sottolineato che il complesso "è un centro spirituale importantissimo per l'ortodossia russa sulla terra italiana che potrà solo crescere in futuro".

"A Bari verranno migliaia di nostri connazionali. Nel 2011 si svolgerà l'anno della cultura e della lingua italiana in Russia e della cultura e della lingua russa in Italia", ha annunciato.

LA QUARESIMA

La Quaresima
igùmeno Andrea (Wade)
Torino, 2009


Cenni storici

“Quaresima” (latino: Quadragesima; greco: Tessaracostì) significa “quaranta giorni”. Si può dunque applicare questo termine al periodo di digiuno che precede la Pasqua e al periodo analogo che precede la festa di Natale. Anticamente fungeva come un tempo per la preparazione dei catecumeni per il battesimo a Pasqua (nei primi secoli si battezzava solo una volta l’anno, nel pomeriggio di Sabato Grande secondo la tradizione di Gerusalemme già attestato al quarto secolo, dopo il vespro e prima della Liturgia eucaristica vigilare di Pasqua – una funzione che si celebra tuttora, ma di solito senza i battesimi), per la preparazione dei penitenti per la riconciliazione e per preparare i fedeli per la celebrazione annuale di Pasqua. Le origini e la preistoria della Quaresima pasquale sono complesse. Benché tutte le tradizioni liturgiche chiamino questo periodo i “quaranta giorni”, la sua lunghezza effettiva variava secondo il modo di calcolare i giorni e se si contavano i sabati e/o le domeniche, con il risultato che ora dura cinque settimane in Occidente e sette nella Chiesa Ortodossa, e perfino otto nella Chiesa Copta Ortodossa.

Tradizionalmente, gli specialisti accademici della storia della liturgia consideravano che questa stagione liturgica si fosse sviluppata come progressiva estensione indietro del breve digiuno di purificazione e di preparazione, situato prima della Pasqua. In altre parole, che un digiuno di uno o due giorni si fosse esteso per comprendere, in un primo tempo, l’intera settimana (più tardi conosciuta come “Settimana Santa” in Occidente e “Grande Settimana” in Oriente), poi un periodo di tre settimane (almeno a Roma) con la settimana finale inclusa e, finalmente, un periodo di preparazione di quaranta giorni estesi su sei o sette settimane (che talvolta includeva, talvolta escludeva la Grande Settimana), assimilando coloro che si preparavano per il battesimo a Pasqua con la tentazione di quaranta giorni vissuta da Gesù nel deserto, di cui il racconto evangelico viene tuttora letto nella chiesa latina la Prima Domenica di Quaresima. Poiché era un periodo penitenziale, la penitenza pubblica di coloro che erano sottomessi alla penitenza canonica fu altresì aggiunta, con la loro riconciliazione il Grande Giovedì (almeno nella tradizione romana).

La ricerca moderna, pur non negando lo sviluppo del digiuno prepasquale, avanza l’argomento che ciò che divenne la Quaresima ebbe le sue origini in un antico digiuno prebattesimale che seguiva l’Epifania nella Chiesa di Alessandria, ove un periodo di quaranta giorni di digiuno e di preparazione per il battesimo, già associato con la tentazione di Gesù, sembra aver cominciato con la celebrazione dell’Epifania (il Battesimo di Gesù) il 6 gennaio, con il battesimo che veniva conferito verso la metà di febbraio alla conclusione del digiuno. In alcuni luoghi, come Roma e Gerusalemme, tre settimane di preparazione per la Pasqua, con possibili precedenti giudaici come preparazione per la pasqua ebraica, poteva esser stato la pratica, e tre settimane di preparazione per il battesimo, in qualunque giorno fosse conferito, sembra esser stato la pratica altrove. Dal fatto che una Quaresima prepasquale di quaranta giorni appare di un colpo e quasi universalmente negli anni che seguono il Concilio Ecumenico I di Nicea (325), molti studiosi dei nostri giorni vedono i quaranta giorni stessi come la contribuzione della pratica prebattesimale dopo l’Epifania nella Chiesa di Alessandria, ma ora spostato prima di Pasqua e in sintesi con altre pratiche di preparazione prepasquale e penitenziale. È anche possibile che questo cambiamento coincidesse con un cambiamento analogo verso l’accettazione di un ideale universale del battesimo a Pasqua, una pratica non molto documentata prima di tale data. Comunque, l’organizzazione precisa di questi quaranta giorni variava parecchio secondo la geografia e la chiesa, e la Chiesa alessandrina stessa, come testimoniano le Lettere festive di Sant’Atanasio Magno, sembra non aver mai adottato il battesimo a Pasqua e aver accettato solo ritrosamente la stessa Quaresima come periodo prepasquale.

Al tempo del papa di Roma san Leone Magno (m. 461), la sintesi era completa in Oriente come in Occidente e la Quaresima era emersa come la stagione che rimane tuttora, in teoria. Ma con il declino e il tramonto del catecumenato adulto e il sistema della penitenza canonica, la Quaresima si limitò finalmente a una preparazione ascetica generale per la Pasqua per tutta la comunità cristiana. Nella Chiesa Ortodossa rimangono tracce della Liturgia battesimale del Sabato Grande nelle 15 letture al vespro (7 + 7 + 1) durante le quali il vescovo o patriarca battezzava i catecumeni adulti nel battistero, e nel rito stesso del battesimo, nel quale la successione di preghiere nella prima parte (“Ordine per fare il catecumeno”) era anticamente le preghiere lette a varie giorni della Quaresima e l’“esame” del catecumeno. Quando si cominciava a battezzare in altri giorni, il ritmo di questa parte fu distrutto, e si cominciò a leggere tutto d’affilato.

La Quaresima oggi nella Chiesa Ortodossa

Se l’Occidente latino ha abbandonato il digiuno come pratica ascetica, la Chiesa Ortodossa e le altre Chiese orientali hanno mantenuto le antiche tradizioni. Il canone apostolico 69 recita:

Se qualunque vescovo, presbitero o diacono, oppure lettore o cantore, non digiuna durante il santo digiuno quadragesimale della Pasqua, o il giorno quarto [mercoledì] o il giorno della Preparazione [venerdì], sia deposto, se non è impedito da qualche infermità corporale. Ma se è un laico, sia scomunicato.

I canoni apostolici sono rivestiti dell’autorità del Sesto Concilio Ecumenico. Leggiamo nel secondo canone del Concilio Quinisesto (“in Trullo”):
Apparve anche buono a questo santo Concilio, che gli ottantacinque canoni, ricevuti e ratificati dai santi e benedetti Padri prima di noi, e anche tramandati fino a noi nel nome dei santi e gloriosi Apostoli, debbano da ora in poi rimanere fermi e stabili per la cura delle anime e la guarigione dei disordini. […] Ma se chicchessia fosse giudicato per aver innovato qualsiasi dei canoni sopramenzionati o per aver tentato di abolirli, sia soggetto alla pena imposta da quello stesso canone per esserne guarito dalla sua trasgressione.

Per questa ragione la Chiesa Ortodossa non innova e non abolisce le regole del digiuno. Quelli che lo fanno dovranno fare i conti con la propria coscienza e con la disciplina della Chiesa.

Durante il digiuno, non mangiamo nessun cibo di origine animale (né carne, né pesce, né latticini né uova). Inoltre, non prendiamo né vino né olio vegetale. Il vino e l’olio sono permessi il sabato e la domenica, e anche il giorno dei santi quaranta martiri e a pranzo il Grande giovedì. Il pesce è permesso la Domenica della Palme e alla festa dell’Annunciazione, se fuori della Grande Settimana. Il caviale (ossia uova di pesce) è permesso il Sabato di Lazzaro (il giorno prima di Domenica delle Palme). Il Sabato Grande dopo la Liturgia si mangiano frutti secchi con vino, ma senza olio.

Comunque, la Quaresima non è solo questione di mangiare e bere (o di non mangiare e non bere). È soprattutto un ritorno a Dio nella penitenza, l’umiltà, l’elemosina, il perdono e nella preghiera, che dovrebbe aumentare durante questo periodo. La confessione e la comunione dovrebbero praticarsi assiduamente durante questo tempo liturgico.

Il libro liturgico che ci accompagna durante le tre settimane prima della Quaresima e fino alla sera del Sabato Grande si chiama il Triodio quaresimale. “Triodio” viene dall’uso antico della Chiesa di Gerusalemme, conservato da noi nei giorni feriali della Quaresima, di cantare soli tre odi al mattutino invece del canone completo di nove odi. Il calendario liturgico di questo periodo è il seguente:

3 domeniche prima della Quaresima: Domenica del Pubblicano e del Fariseo, seguito da una settimana senza digiuno.
2 domeniche prima della Quaresima: Domenica del Figlio Prodigo, seguito da un’altra settimana senza digiuno.
Sabato di Carnevale: Commemorazione dei defunti.
1 domenica prima della Quaresima: Domenica di Carnevale, con il Vangelo del Terribile Giudizio. Segue la settimana dei latticini. Dopo questa domenica non si mangia più la carne fino alla Pasqua.
Domenica dei Latticini, del Perdono. È l’ultimo giorno dei latticini fino alla Pasqua. Alla fine
del vespro, tutti chiedono perdono gli uni agli altri per entrare correttamente nella Quaresima. Inizia la prima settimana di Quaresima, con prosternazioni ad ogni ufficiatura, alla lettura della Preghiera di Sant’Efrem Siro. Non si celebra più la Divina Liturgia da lunedì a venerdì, ma al vespro di mercoledì e di venerdì si celebra la Liturgia dei Doni Presantificati, con la comunione consacrata la domenica precedente. La sera si canta la grande compieta con, per i primi quattro giorni, la lettura del Grande Canone di Sant’Andrea di Creta.
1° domenica di Quaresima, dell’Ortodossia. Si festeggia la vittoria del culto delle sante icone
dopo l’iconoclasmo. La 1°, 2°, 3°, 4° e 5° domenica di Quaresima, si celebra la (più antica) Liturgia di San Basilio invece di quella di San Giovanni Crisostomo.
2° domenica di Quaresima, di San Gregorio Palamas.
3° domenica di Quaresima, dell’Adorazione della santa Croce.
4° domenica di Quaresima, di San Giovanni Climaco. La Scala della perfezione di questo grande asceta del Monte Sinai (6° secolo) si legge nei monasteri, cominciando all’inizio della Quaresima. La lettura finisce questo giorno, e perciò si festeggia la memoria del Santo.
5° giovedì di Quaresima. Al mattutino (di solito celebrato la sera prima) si legge l’intero Grande Canone di Sant’Andrea di Creta e la vita di Santa Maria Egiziaca. Al vespro si celebra una Liturgia supplementare dei Doni Presantificati.
5° sabato di Quaresima, dell’inno acatisto. Al mattutino (di solito celebrato la sera prima), si canta l’inno acatisto alla Madre di Dio (6° secolo).
5° Domenica di Quaresima, di Santa Maria Egiziaca.
6° Sabato di Quaresima, della risurrezione di Lazzaro. La sera, Veglia con la benedizione delle Palme.
6° Domenica, della Palme. Festa con permesso di pesce, vino e olio. La sera inizia la Grande Settimana.
Lunedì, martedì e mercoledì della Grande Settimana si celebra il vespro con la Liturgia dei Doni Presantificati, con le letture del vangelo. La sera si celebra il mattutino “dello sposo”.
Giovedì Grande si celebra la memoria dell’istituzione dell’eucaristia. Vespro e Liturgia di san Basilio Magno. La sera, mattutino dei dodici vangeli della Passione di Cristo.
Venerdì Grande, memoria della crocifissione di Cristo. Il mattino, le ore regali (chiamate così perché l’imperatore assisteva a queste ore. Non usava assistere alle ore feriali). Ad ogni ora, incensazione, stichire (antichissime, testi attestati a Gerusalemme nel periodo del quarto all’ottavo secolo nel più antico Iadgari georgiano) e lettura dei vangeli della Passione. Al vespro, deposizione dalla croce e processione dall’altare alla tomba in mezzo alla chiesa con la sindone (icona ricamata del corpo morto di Cristo). La sera: mattutino del Sabato Santo, con lamentazioni funebri e ufficiatura del seppellimento di Cristo. Durante la Grande dossologia, processione attorno alla chiesa con la sindone. Di ritorno nella chiesa, la sindone viene di nuovo deposto sulla tomba e si leggono letture che anticipano la risurrezione.
Sabato Grande, ore, vespro, 15 letture e Liturgia di San Basilio Magno. Prima del Vangelo, la chiesa e i ministri cambiano i paramenti neri in bianco. Inizia la lettura degli Atti dei santi Apostoli. Alle 11 di sera, si celebra l’ufficio di mezzanotte, e la sindone viene portata sull’altare, dove rimarrà fino all’Ascensione. Poi inizia la processione e il mattutino pasquale.

In questo periodo ricco di celebrazioni liturgiche, molte delle quali derivano dalle ufficiature antichissime della Chiesa della Risurrezione di Cristo a Gerusalemme nei primi secoli (sono già descritte da Egeria verso l’anno 380), i fedeli ortodossi hanno numerose occasioni di pregare e di commemorare gli eventi della nostra salvezza. È il dovere dei sacerdoti responsabili di celebrare il più spesso possibile per l’edificazione spirituale della gente, la quale deve fare ogni sforzo per assistere. Con le disposizioni interiori del pentimento, dell’umiltà e della pietà, il popolo di Dio si prepara degnamente, con l’aiuto del Signore, per celebrare tutta la bellezza spirituale del grande giorno di Pasqua.
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Vedi: Maxwell E. Johnson, ‘From Three Weeks to Forty Days: Baptismal Preparation and the Origins of Lent’, Living Water, Sealing Spirit: Readings on Christian Initiation, ed. Maxwell E. Johnson, Collegeville 1995, pp. 118-136; Thomas J. Talley, The Origins of the Liturgical Year, 2nd. ed., Collegeville 1991, pp. 1-77, 163-225.

Ringrazio fraternamente l'igumeno padre Andrea, della nostra parrocchia di Torino, il quale, alla mia richiesta di un articolo sulla quaresima, subito mi ha inviato questa sua riflessione.
Grazie Caro Padre e Buona quaresima.

sabato 28 febbraio 2009

La visione di Dio nelle Vite dei santi italo-greci

Il monachesimo di un periodo intermedio nella vita religiosa della Chiesa ortodossa orientale – che si estende, per convenzione storiografica, dal trionfo dell’ortodossia iconofila (843) all’inizio dell’eta dei Comneni (1081) e che riceve percio l’epiteto di monachesimo medio-bizantino – e profondamente segnato dalla duplice paternita di s. Basilio e di s. Teodoro Studita: dopo il dilagare di un eremitismo anarcoide, al tempo dell’iconomachia, esso conosce infatti una ripresa dello spirito basiliano mediata pero in modo creativo dal rinnovamento studita. Tutto questo ha comportato una concezione della vita monastica piu ascetico-liturgica, in quanto incentrata su lavoro e preghiera, che non teologico-antropolo gica. In alternativa cioe ad una linea di pensiero, che vedeva nelle forme piu estreme di mortificazione – a scapito della stessa dinamica liturgico-sacrament ale – la chiave di accesso alla perfezione spirituale, la concezione basiliano-studita pone l'esperienza liturgica come terzo pilastro, accanto all'obbedienza ed alla laboriosita, della professione monastica. In sintonia perfetta con questa sensibilita appare la definizione della vita monastica formulata da s. Nilo di Rossano, il Giovane: «Il monaco e un angelo e la sua opera e offerta dell'olio di pace e del sacrificio di lode», e questo aforisma niliano trova puntuale riscontro nella pressoche contemporanea presentazione – da parte di s. Atanasio l’Athonita nel suo typikon – della vita monastica come una vocazione angelica, per il comune compito, degli angeli e dei monaci, di lodare e glorificare Dio. In entrambe le definizioni la metafora isoangelica, consueta nel lessico monastico, viene infatti esplicitamente riferita non gia all'anticipazione in terra della condizione escatologica dell'uomo, bensi all'assimilazione del ceto monacale ai cori angelici nel cantare la gloria divina.
Tale constatazione puo forse spiegare perche, nell’agiografia monastica italo-greca, la percezione sensibile della divina presenza – nei piu tardivi termini palamiti potremmo dire la visione di Dio nelle sue energie increate – e riservata all’anziano – o e concessa a dei testimoni privilegiati, a glorificazione di Dio e del santo – primariamente in un contesto liturgico, ora nel prodigioso svelarsi dell’invisibile efficacia dell’epiclesi, ora nell’unione trasformante della comunione ai divini Misteri. Entrambe le tipologie sono presenti in un celebre passo della Vita di s. Elia di Reggio, lo Speleota, dove si legge: «E tu che cosa vedi nella divina Liturgia, quando offri le cose sante? – chiede Elia da Enna, il Giovane, ad Arsenio, l'anziano dello Speleota, che si affliggeva per non avere ottenuto il carisma profetico – Ha reso testimonianza su di lui il grande Elia (cioe Elia il Giovane) – continua l'agiografo – che il divino Arsenio celebrava la liturgia incruenta stando in mezzo al fuoco spirituale e percio da esso si comunicava. Ora il divino Arsenio era solito vedere la grazia dello Spirito Santo come un fuoco che avvolgeva l'altare mentre offriva i doni divini, dal momento dell'ingresso della divina Liturgia (cioe dal grande Εισοδος) fino alla sua conclusione». Quest’ultimo motivo, gia presente alla fine del VII secolo in un racconto edificante attribuito ad Anastasio il Sinaita e al quale sembra alludere nel secolo successivo il commentario liturgico attribuito al patriarca Germano, quando accenna alla «divina φωτοφάνεια» da parte del sacerdote al momento dell’epiclesi, ha pero il suo archetipo narrativo nel VI secolo, nella Vita del grande Eutimio di Cirillo di Scitopoli. Si legge in essa – come del resto si vede nell’affresco di scuola macedone, forse dello stesso Manuele Panselinos, nel παρεκκλήσιον di S. Eutimio nella basilica di S. Demetrio a Tessalonica – che, mentre il grande ieromonaco palestinese celebrava la divina Liturgia assistito dallo ierodiacono Domiziano, un fuoco scese visibilmente dal cielo al momento del Trisagion, sotto gli occhi esterefatti del saraceno Terebone e dell’eunuco Gabriele, e, distendendosi sopra l’altare, copri a guisa di telo i due celebranti. Si tratta di un αήρ immateriale, inveramento di quello tessuto e ricamato che viene durante il Credo simbolicamente agitato sui Doni da consacrare per esprimere simbolicamente la discesa su di essi della grazia dello Spirito Santo. In un episodio simile, narrato nel VII secolo da Giovanni Mosco e da Sofronio – che nel loro Prato per ben tre volte riportano casi di percezione della venuta e della presenza dello Spirito sulle oblate, lasciando imprecisate le modalita della manifestazione –, e precisamente in quello relativo alla celebrazione liturgica del vescovo della fantomatica Romilla, l’apparizione dello Spirito e accompagnata dal prodigioso sollevarsi di un velo, che rimane sospeso in aria sull’altare a coprire il vescovo celebrante, il papa Agatone ed i diaconi officianti, per ben tre ore. Il termine qui usato ( καταπέτασμα ) potrebbe designare la tenda pendente dal ciborio, che veniva distesa proprio all'inizio dell'anafora, sennonche gia il commentario liturgico dello Pseudo-Germano usa il termine καταπέτασμα come sinonimo di αήρ, il piu ampio dei tre veli liturgici del grande Ingresso, deposto a coprire sull'altare i doni da consacrare. Del resto sembra che il gesto prescritto nella liturgia pontificale ai sacerdoti concelebranti di tenerlo sollevato, alla recita del Simbolo di fede, e di agitarlo sul capo del vescovo chino sulle oblate, derivi proprio dall'antica consuetudine di far ricadere in quel momento sui celebranti il velo del ciborio.
La prima comparsa di questo motivo nell’agiografia italo-greca era nella Vita di s. Elia il Giovane, dove il vescovo Pantaleone, mentre celebra la divina Liturgia, vede una colomba dall’aspetto splendente volare su di lui e posarsi sul suo capo, con una ripresa dell’immagine dello Spirito evangelicamente attestata nella teofania al fiume Giordano. La tipologia teofanica del volatile era presente anche in un apoftegma pubblicato dal Nau, relativo alle prodigiose celebrazioni eucaristiche degli ieromonaci di Scete: l’animale che essi vedevano planare sulle oblate era pero un aquila, altra immagine biblica evocante la presenza di Dio che conduce il suo popolo fuori dall’Egitto e lo reintroduce dopo l’esilio nella terra promessa. A sua volta la Vita romana di s. Gregorio d’Agrigento – scritta dall’igumeno del monastero di S. Saba sull’Aventino –, che parla genericamente di un adombramento dello Spirito alla celebrazione liturgica del santo, reso visibile ai Padri della sinodo romana convocata per giudicarlo, richiama semanticamente il passo lucano dell’Annunciazione.
Il passo citato del βίος dello Speleota riprende invece, in una piu stretta dipendenza dall'archetipo cirilliano – consueta del resto in questo testo –, l'altra immagine neotestamentaria dello Spirito Santo, quella del fuoco. La tipologia biblica del fuoco come percezione sensibile della presenza dello Spirito – autorevolmente rappresentata dall'endiadi evangelica «Spirito Santo e fuoco» e dalla teofania della Pentecoste lucana – e liturgicamente attestata, in relazione all'Eucaristia, nell'epiclesi della liturgia di s. Giacomo, dove si invoca lo Spirito «che e disceso sui santi apostoli sotto forma di lingue di fuoco nel cenacolo della santa e gloriosa Sion, il giorno della santa Pentecoste». A sua volta la preghiera epiclettica tramandata dalla Didascalia degli Apostoli lascia presupporre un'ulteriore giustificazione del ricorso all'immagine del fuoco per esprimere l'effusione dello Spirito sulle oblate: come il pane eucaristico, compenetrato dal calore del fuoco, si era cotto, cosi ora, in virtu del fuoco dello Spirito, che ugualmente lo compenetra, esso viene trasformato nel Corpo del Signore. Tramite privilegiato per l'estensione all'ambito liturgico della simbolica biblica Spirito-fuoco e molto probabilmente l'autorita del dialogo crisostomico Sul sacerdozio, che stabilisce una relazione analogica tra il fuoco immateriale, che in numerosi passi veterotestamentari discende dal cielo a consumare i sacrifici in segno di gradimento divino – il dottore antiocheno cita esplicitamente il sacrificio del profeta Elia sul Monte Carmelo –, ed il fuoco dello Spirito che, invocato dal sacerdote, trasforma i santi Doni, sacrificio della nuova alleanza. La tipologia biblica applicata all'epiclesi eucaristica si arricchisce cosi ulteriormente, componendo l'immagine neotestamentaria del fuoco pentecostale con quella veterotestamentaria del fuoco sacrificale, funzionale tra l'altro ad esprimere il carattere sacrificale dell'Eucaristia.
La teofania pneumatica nella forma di fuoco ritornera, dopo piu di un secolo, in un altro βίος italo-greco, quello di s. Bartolomeo da Simeri, dove una colonna di fuoco ( στύλος πυρός ), alta sino al cielo, compare dietro al santo che celebra la divina Liturgia nella chiesa messinese di s. Nicola della Punta – forse la punta del promontorio del faro, dove poi sarebbe sorta la celebre mandra del Salvatore –, nell’istante in cui egli solleva il mistico Corpo, che e precisamente – stando agli antichi commentari liturgici, come quelli di s. Massimo il Confessore, dello Pseudo-Germano e di Teodoro d’Andida, – il momento in cui il celebrante proclama, prima della Comunione: «Le Cose sante ai santi». Quest’altra immagine ignea attinge sempre alla simbolica biblica della presenza divina, assimilandosi alla colonna di fuoco che manifesta la presenza del Dio d’Israele alla guida del suo popolo dall’Egitto alla terra promessa. Se la manifestazione di Dio come fuoco, sperimentata nei sacrifici dell’antica alleanza e nell’effusione dello Spirito conseguente al nuovo patto, si esprime nel tempo della Chiesa nella trasformazione dei Doni nel Corpo e nel Sangue del Signore, allo stesso modo la percezione della divina presenza da parte dell’uomo in procinto di essere deificato ha il suo culmine nello spazio liturgico, dove Dio si rende presente in modo sovrasostanziale. Scrive s. Simeone il Nuovo Teologo: «Fratelli e padri, Dio e fuoco e cosi e chiamato da tutta la Scrittura divinamente ispirata, e l’anima di ciascuno di noi e una lampada. Come dunque una lampada, per quanto piena d’olio, … e completamente oscura finche non partecipi del fuoco e venga accesa, cosi avviene anche per l’anima. Per quanto in apparenza sia ornata di tutte le virtu, se non ha partecipato del fuoco – se cioe non ha partecipato dell’essenza e della luce divina – e ancora spenta e oscura». Ora questa partecipazione al fuoco delle divine energie deificanti avviene, nell’esperienza dei Padri italo-greci, nell’esperienza liturgica e pertanto la loro visione di Dio e principalmente un’estasi liturgica. E questo il luogo privilegiato dove – come insegna il primo stichiron anastasimon delle lodi domenicali del primo tono plagale – le realta divine «si rendono manifeste a quanti con fede adorano il mistero che celebrano».
Il passaggio immediatamente successivo – come del resto risulta dal passo gia citato della Vita dello Speleota – e la partecipazione, ancora piu intima e personale, a questa esperienza tramite la comunione ai divini Misteri: il grande Arsenio direttamente da quel fuoco si comunicava. L’immagine di questa assunzione come dal fuoco della divina perla del Corpo del Signore significa che la partecipazione ai divini Miseri comunica, oltre alla luce della verita, proprio la grazia di quello Spirito, che divinamente trasforma, come si canta subito dopo la comunione dei fedeli: «Abbiamo ricevuto lo Spirito sovraceleste» . Piu avanti un altro passo del medesimo βίος vuole esprimere sostanzialmente lo stesso concetto, quando riferisce che s. Elia si comunicava ai divini Misteri come Isaia dal Serafino, assumendo cioe la divina perla – per la presenza in essa del Cristo nella pienezza della sua Divinita – come un carbone ardente. L’immagine era gia familiare, in quanto divulgata dal trattato sulla fede ortodossa di s. Giovanni Damasceno, che vede proprio nella teofania iniziale, con cui si apre il libro di questo profeta, una prefigurazione della Comunione, da lui definita «divino carbone», «fuoco del nostro desiderio». Del resto un notissimo testo poetico del X secolo, attribuito a Simeone Magistros il Metafrasta, prescrive di prepararsi alla santa Comunione pregando cosi: «O tu che mi hai plasmato, non consumarmi con questa unione, perche sei fuoco che brucia gli indegni!...ma penetra...in tutte le articolazioni, nei reni, nel cuore. Brucia le spine di tutte le mie colpe!». Nel contesto tuttavia della descrizione l’estasi dello Speleota si dilata, estendendosi a tutta la celebrazione liturgica, nel complesso della sua durata, e trasferendosi da chi la celebra a chi vi partecipa – s. Elia infatti non era ieromonaco –; il passo in questione ci informa infatti che egli «nel corso della divina liturgia, mentre stava in piedi, era completamente fuori di se per la contemplazione ( θεωρία ) ed era a tal punto smarrito che, dall’inizio alla fine di essa, i suoi occhi si voltavano all’indietro».
L’estasi indotta dalla celebrazione liturgica o dal momento unitivo della santa comunione non esaurisce tuttavia la dimensione contemplativa e divinizzante della vita cristiana, l’endiadi θεωρία // θέωσις, com’e agiograficamente testimoniata nell’esperienza spirituale dei santi italo-greci. Ad esempio l’energia divina deificante compare direttamente sotto forma di fuoco, che compenetra tutto l’essere umano assimilandolo a se nel momento della preghiera personale, come gia si dice – nella piu antica delle agiografie monastiche italo-greche – di s. Elia il Giovane, che, una volta sorpreso in orazione, appare tutto come fuoco ( ολος ως πυρ ). Questo santo poi e accompagnato per tutta la sua esistenza da un angelo-guida, che gli appare all’inizio sotto le sembianze dell’apostolo Anania, ma che subito viene presentato, sulla base della pretesa etimologia di questo nome, come un dono della grazia di Dio o, piuttosto – dice il testo –, come la stessa grazia divina, pertanto ipostatizzata. In tal caso, come nell’ermenutica veterotestamentaria la formula “Angelo del Signore” sembra oltrepassare i limiti della creatura celeste per designare un modo di manifestarsi di un’ipostasi divina, cosi anche nel nostro testo questa figura sembra trapassare dalla semplice percezione di un essere angelico alla comunicazione di un’energia divina sensibile increata, per esprimersi con la successiva terminologia esicastica. In altri termini, coincidenti pero nei contenuti, si esprimera l’agiografo di s. Bartolomeo da Simeri, presentando il santo intento a purificare la vista dell’intelletto (τό της διανοίας οπτικόν ) per divenire limpido specchio ( κάτοπτρόν αυτοδιαφανές ) dello Spirito Santo.
Questa partecipazione alla vita divina – che, massimamente operante all’altare e dall’altare, non si esaurisce pero nella liturgia – conosce, anche nell’esperienza dei santi italo-greci, una θεωρία – punto di arrivo di una πράξις consistente in una salita attraverso una scala delle virtu che elimina, passo dopo passo, le passioni corrispondenti –, cioe una forma di contemplazione che porta ugualmente il soggetto fuori di se. Sono esemplari al riguardo gli accenni dei rispettivi agiografi all’estasi dei due piu grandi asceti del Merkourion, i contemporanei – alla fine del X secolo – ed amici Nilo e Fantino. Il primo, come uscendo dai sensi, non percepisce piu la presenza degli astanti e, dialogando con cio che lui solo vede, proferisce le risposte dialogate della divina Liturgia o isolati versetti di salmi. Del secondo si dice che, «ricolmo di Spirito santo con incontenibile avidita non era mai sazio di tale dolcissima partecipazione (μέτεξις), ma quanto piu veniva a parte di quel dolce cibo e di quel nettare celeste, tanto piu si slanciava a volo verso l’oggetto del suo desiderio e voleva godere della piacevole contemplazione (καλή θεωρία) di Dio». Questo Fantino, il Giovane, esce di se, in un modo che trascende le leggi naturali, rimanendo senza respiro, con gli occhi e le mani al cielo, dal mattino all’undecima ora, cioe le cinque della sera, ed in questa occasione, temporaneamente fuori dal corpo, passando illeso attraverso le dogane demoniache, e condotto a vedere il luogo di supplizio dei dannati ed a contemplare la splendida dimora dei beati. Questo rapimento estatico al terzo cielo, passando attraverso gli spietati gabellieri, era gia stato anticipato, nel monachesimo italo-greco, dallo Speleota, che una volta era stato sorpreso da un monaco in questa «tremenda contemplazione (φοβερά θεωρία) delle bellezze di lassu», con «l’aspetto del suo volto mutato nella fisionomia e reso luminoso dalla visione (θέα)», e che anzi confessa di esserne continuamente rapito nel corso della sua preghiera personale e della meditazione solitaria. Si tratta della trasfigurazione indotta nella fisicita dell’uomo dal processo di divinizzazione (il caso piu celebre e quello di s. Serafino di Sarov, testimoniato da Motovilov). Non diversamente si legge nella Vita di s. Nilo che la grazia divina rifulgeva sul volto del grande Fantino; dello stesso Nilo poi si dira che nutriva la mente con contemplazioni divine e sublimi (θεάρεστοι καί μεγαλοπρεπη εννοιαι).
Un versetto salmico soprattutto viene con assoluta frequenza, nei testi agiografici italo-greci, posto in correlazione con l’esperienza estatica, con il progressivo elevarsi, passo dopo passo di virtu in virtu, alla contemplazione delle realta divine: si tratta della seconda parte del versetto 6 del salmo 83, dove si parla delle ascensioni (αναβάσεις) nelle quali si impegna l’orante, quasi innalzando nel proprio cuore questa mistica scala, che lo porta alla visione di Dio. Le piu conosciute attestazioni del ricorso a questa esegesi del passo in questione si trovano, nel V secolo, nella Storia “Philotheos” del vescovo Teodoreto di Ciro, dove questo movimento interiore e posto in stretto rapporto con la contemplazione di Dio, la θεία θεωρία, e nella Vita di s. Saba il Santificato, di Cirillo di Scitopoli, dove precisamente in tal modo il santo si trasmuta di gloria in gloria. Per questo, ad esempio nella Vita di s. Filareto di Seminara, il Giovane – sin dall’inizio della sua ascesi tutto teso a vedere Dio, oggetto del suo desiderio («ιδοιμοι τα ποθούμενα», chiede infatti nella sua preghiera) –, tale ascensione immobile e tutta interiore (θεία ανάβασις) diventa in due passi sinonimo di contemplazione. A sua volta, nella figura dell’asceta Cristoforo di Collesano, degno padre di s. Saba il Giovane, tale piu che quotidiana – perche postulata anche di ora in ora – salita a Dio nel proprio cuore, produce – in una piu evidente dipendenza dell’agiografo, il patriarca Oreste di Gerusalemme, dal passo cirilliano – la paolina metamorfosi di gloria in gloria.
Un’ulteriore ripresa di questa immagine davidica delle divine ascensioni si riscontra nella Vita di s. Nicodemo di Kellarana, in un contesto che esprime in modo esemplarmente chiaro la capacita divinizzante di queste risalite dal proprio cuore a Dio: tramite la partecipazione ad esse (διό τη μετέξει), afferma l’agiografo, il santo divenne dio per grazia ( κατά χάριν θεός ο πανόλβιος γέγονεν). L’agiografia monastica italo-greca? ?pervenutaci in misura relativamente abbondante – nonostante la sua perifericita – rispetto ad altre aree dell’ecumene “bizantina”, non poteva lasciarci un testo piu esplicito di questo, tramite la penna di un dotto monaco di nome Nilo – attivo tra la seconda meta dall’XI secolo e l’inizio del successivo –, in ordine al vertiginoso destino dell’uomo di divenire dio per grazia, appunto θεός κατά χάριν .

Enrico Morini
Alma Mater Studiorum. Universita di Bologna

Dal sito di P. Giovanni Festa - Palermo

giovedì 26 febbraio 2009

Domenica I° marzo 2009 - Esilio di Adamo ed Eva (Domenica dei latticini)

(Acquaformosa: Chiesa parrocchiale cattolica - Cacciata dal Paradiso)

Domenica I° marzo 2009 memoria dei Santi: Panfilo e compagni martiri – Flaviano patriarca di Costantinopoli.

Domenica dell’esilio di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre.
(Domenica dei Latticini) Tono IV


Le antifone sono quelle di ogni giorno:

1) Lettore: Agathòn to exomologhìsthe to Kirìo,
ke psàllin to onòmatì su, Ìpsiste.

Coro: Tes presvìes tis Theotòku, Sòter, sòson
imàs.

2) Lettore: O Kìrios evasìlefsen, efprèpian
enedhìsato, enedhìsato
o Kìrios dhìnamin ke periezòsato.

Coro: Sòson imàs, Iiè Theù, o anastàs
ek nekròn, psàllondàs si:
Alliluia.

3) Lettore: Dhèfte agalliasòmetha to Kirìo,
alalàxomen to Theò to
Sotìri imòn.

Coro: To fedhròn tis Anastàseos
kìrigma * ek tu anghèlu mathùse
e tu Kirìu mathìtrie, *
ke tin progonikìn apòfasin
aporrìpsase * tis Apostòlis
cafchòmene èlegon: * Eskìlefte o thànatos,
* ighèrthi Christòs
o Theòs, * dhorùmenos
to kòsmo to mèga èleos.


Tropari - Tono IV

To fedhròn tis Anastàseos
kìrigma * ek tu anghèlu mathùse
e tu Kirìu mathìtrie, *
ke tin progonikìn apòfasin
aporrìpsase * tis Apostòlis
cafchòmene èlegon:
* Eskìlefte o thànatos,
* ighèrthi Christòs
o Theòs, * dhorùmenos
to kòsmo to mèga èleos.

(Tropario del Santo della Chiesa)

Tropario del Santo del giorno

I tuoi martiri, Signore, con la loro lotta hanno ricevuto da te, nostro Dio, le corone dell’incorruttibilità: con la tua forza, infatti, hanno abbattuto i tiranni ed hanno anche spezzato le impotenti audacie dei demoni. Per le loro preghiere, o Cristo Dio, salva le anime nostre.

Kontakion

Maestro di sapienza e guida
dell.intelletto, che ti compiaci
istruire gli ignoranti e proteggere
i poveri, tu o Signore, fortifica
e ammaestra il cuor mio.
Tu che sei il Verbo del divino
Padre, infondi anche a me la
tua parola ed io non frenerò le
mie labbra dal ripeterti: o misericordioso,
abbi pietà di me, miseramente caduto.

Apostolo (Rom. 13, 11 - 14,4)

- Inneggiate al Dio nostro, inneggiate; inneggiate
al re nostro, inneggiate. (Sal. 46,7)
- Popoli tutti, applaudite, acclamate a Dio
Con voci di gioia. (Sal. 46,2)

Lettura dalla lettera di San Paolo ai Romani.

Fratelli, la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri. Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto. Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di
farcelo stare.
Alliluia (3 volte).

- In te mi rifugio, Signore, ch.io non resti
confuso in eterno. Liberami per la tua giustizia e salvami. (Sal. 70,1-2)

Alliluia (3 volte).

- Sii per me un Dio protettore, e baluardo
inaccessibile ove pormi in salvo. (Sal. 70,3)

Alliluia (3 volte).


Vangelo (Mt. 6, 14-21)

Disse il Signore: .Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo
Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

Kinonikon

Enìte ton Kirion ek ton uranòn;
enite aftòn en tis ipsìstis.
Alliluia