mercoledì 18 marzo 2009

Dal blog: Parliamo di ortodossia (sito in francese)

Il patriarca di Mosca chiede di sostenere i Serbi del Kosovo.

In occasione del quinto anniversario dei tragici avvenimenti nel Kosovo e Metochie, il patriarca Kyrill di Mosca e di tutta la Russia ha indirizzato un messaggio a Lluis Maria de Puig, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consilio d’Europa, ed a Koichiro Matsuura, direttore generale dell’UNESCO. Nel marzo del 2004, gli attentati contro i Serbi da parte dei nazionalisti albanesi avevano costretto migliaia di persone all’esilio, privato della vita numerosi altri e causata la distruzione di un grande numero i monasteri e chiese di questa storica regione della Serbia.
“Degli atti barbarici sono stati eseguiti nel centro dell’Europa contemporanea. Le piaghe ancora oggi non sono guarite, scrive il patriarca Kyrill. I Serbi a tutt’oggi non hanno la possibilità di ritornare sulle loro terre e nelle loro abitazioni. I monumenti architettonici religiosi di un grande valore sono ogni giorno in distruzione, di cui alcuni fanno parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO”.
Il primate della Chiesa ortodossa russa deplora nella sua lettera il fatto che “le istituzioni internazionali si sono trovati nella incapacità di proteggere questo patrimonio, fare il necessario per restaurare i santuari distrutti e permettere alle famiglie serbe di recuperare le loro case. La proclamazione unilaterale dell’indipendenza della regione del Kosovo non ha migliorato la situazione, ma al contrario ha messo fine ai processi positivi”.
Il patriarca Kyrill teme che la situazione del Kosovo non da luogo “a dei dubbi circa l’efficacia degli organismi internazionali nella difesa delle minoranze etniche e del loro patrimonio”.
“La Chiesa ortodossa russa crede che l’indirizzo preso dall’amministrazione del Kosovo e Metochie e la posizione passiva delle forze internazionali conducono in fin dei conti alla scomparsa della popolazione ortodossa in questa regione.” Il patriarca chiede nel suo messaggio al presidente dell’Assemblea permanente del Consiglio d’Europa a “sostenere le sfortunate vittime e fare tutto il necessario per ristabilire la giustizia e rendere il mal tolto alla popolazione della regione del Kosovo”.
Nella sua lettera al direttore generale dell’UNESCO, il patriarca esprime la riconoscenza della Chiesa ortodossa per gli sforzi di questa organizzazione nel restauro dei monasteri e delle chiese ortodosse nel Kosovo.


Tradotto dal francese d a P. Giovanni

Dal blog: Parliamo di ortodossia (sito in francese)

La finalità del matrimonio è l’unità spirituale di due persone, la procreazione non è che una conseguenza.

Secondo padre Andrè Lorgus (Russia), prete e psicologo, il senso del matrimonio cristiano consiste nella ricerca dell’unità spirituale tra due esseri affettuosi e non nella procreazione che ne è una conseguenza. “La logica del matrimonio è di operare l’unità spirituale tra due persone. La nascita dei bambini è il seguito naturale del matrimonio e non il suo obbiettivo”, ha dichiarato padre Andrè Lorgus durante una conferenza al centro ecumenico moscovita “Biblioteca dllo spirito”. Questi discorsi risuonano come un’eco nel dibattito attuale in Francia sul “diritto ai bambini” reclamato da certe persone.
Secondo il prete ortodosso, il comandamento diviè secondario dal punto di vista teologico, psicologico e pastorale. “Il senso del matrimonio consiste nel ripristino dell’unità che era stata donata da Dio nel Paradiso. I due non saranno che una sola carne- è stato enunciato al soggetto degli sposi e non dei loro figli”.
“Se si considera che la nascita dei bambini è l’inizio del matrimonio, allora quello delle copie sterili dovrà essere considerato un matrimonio non riuscito. Gli sposi che si amano e si comprendono, ma non hanno bambini dovrebbero dunque pensare che loro non hanno compiuto il precetto di Dio. L’assenza di bambini non dovrà portare a minare l’integrità del matrimonio”.


Tradotto dal francese da P. Giovanni

sabato 14 marzo 2009

PENSANDO AGLI ACQUAFORMOSITANI EMIGRATI




Carissimi Fratelli, Gentilissime sorelle, paesani e cittadini o ex paesani oramai da generazioni all’estero, dove avete dato il meglio di voi per tenere alto il nome della nostra e vostra Acquaformosa, ovunque Voi siate, Vi giunga un favoloso e fantastico saluto. Lo so che pensate ai vostri cari, ai vostri amici, a ciò che avete lasciato e che ancora vi lega a questa terra; vorreste venire forse per l’ultima volta a rivedere ciò che rimane indelebile nel pensiero. Questo sogno, questo desiderio, nel nostro piccolo, cerchiamo di farvelo rivivere anche solamente via etere ……. sempre meglio poco che niente! Quanti di voi hanno parlato di questo lembo di terra, di questo paese, ka kusjuna, ka rrangunga, ka vidhi, ka shëpella, ka sheshi, ka krojë pjak, ka pallaci, Shën Mëria Malit ed altri luoghi dell’infanzia ai vostri figli, che l’arbëresh non lo parlano, ma che nel loro sangue hanno un filamento di radice acquaformositano, arbëresh ed italiano. Noi vi portiamo eternamente nel nostro piccolo e prezioso cuore e cerchiamo di offrirvi qualche cosa che possa immaginare e rivivere, anche se a migliaia di chilometri, il vostro sogno.
Acquaformosa vi pensa e prega nelle Liturgie che si celebrano nella piccola Cappella Ortodossa, intitolata a Santa Caterina Megalomartire, per tutti voi e per i vostri cari. Una volta al mese il nostro pensiero, le nostre preghiere vi raggiungono nelle più disparate regioni della terra e per voi preghiamo il Signore di mantenervi ininterrottamente in ottima salute e sempre nelle Sue grazie perché possiamo, al termine della nostra vita, raggiungere l’agognato premio: un posto nel suo Regno dove non c’è dolore ne stridore di denti, mo solo pace e gioia.
Anche domenica scorsa, per la Chiesa ortodossa, prima domenica di quaresima, abbiamo potuto celebrare la Divina Liturgia, in quanto i nostri fedeli hanno raggiunto la Chiesa ed insieme al sottoscritto hanno cantato nella lingua dei nostri Padri, la Liturgia ortodossa. La Cappella era, nella sua limitatezza, per noi, strapiena. Come acquaformositano, figlio di questa terra e di questo paese, come primo prete ortodosso, sono raggiante di felicità; il popolo è soddisfatto, la comunità non ci abbandona e fino a quando si precipita in Chiesa, noi ringraziando e pregando il Signore, andiamo avanti. Signore nella Tua immensa misericordia abbi pietà di noi e donaci la forza di continuare la nostra avventura. A tutti un grazie Padre Giovanni Capparelli

DA ALBANIA NEWS

Të ceremoni e ditë vere

Më 14 mars, në ditën e Estate (Dita e Veres) është një festival pagan që simbolizon të rigjenerimit, e zgjim e natyrës dhe vazhdimësinë e jetës. Origjina e tij zë fill në antikitet janë të humbur. Sipas disa burimeve, në ditën e Verës nga Arberesh rezultat, Italo-Albanian alokuar në Itali në shekullin e pesëmbëdhjetë. Më 14 mars, Arberesh e bregdetit italian, mblodhi një tufë bari me rrënjët dhe e tokës, duke e çuar atë në shtëpi për të përkujtuar përvjetorin e tyre të emigrimit nga Shqipëria. Në fakt, burime të tjera përbëjnë festivalin TE antikiteti ilir. Në atë kohë, festivalin e parë e shënon mars se sipas kalendarit Julian korrespondon me ditën e parë të vitit. Pilgrimages u bënë më të lartë në peaks e maleve shqiptare si të jetë i afërt me Perëndinë dhe dielli lutur për të mirën dhe prosperitetin e vitit të ri. I kapërcyen zjarr i madh dhe i madh i të rinjve simbolizoi në fund të dimrit. Por kurora dhe garlands në dyert e shtëpive të dëshironte good luck. E bardhësi e festivalit ka dobësuar gjatë shekujve, por ka ardhur në këtë ditë në sajë të traditës ruhet në qytetin e Elbasanit. The ritual për ditën e Verës fillon në një ditë më parë me përgatitjen e saj ëmbëlsirat: e revani dhe ballakume, e përzier gjalpë, sheqer, miell misri e veze yolks gatuar në një furrë druri. E në mbrëmje do të shpërndahen për anëtarët e familjes: ballakume, figs të thata, arra, gjeldeti thighs, vezë të ziera, simite (një sanduiç tipike të qytetit). Gruaja më e vjetër e shtëpisë alarm mbetet në natën dhe lëviz nga një dhomë në një tjetër për të vënë në blades bari cushions çifte, të rinjtë dhe fëmijët, ritual symbolizing rigjenerimit dhe jetës. Në mëngjesin e 14 mars, njerëz të moshuar lënë derën e hapur si një shenjë e bujaria, një shtambë e mbushur me ujë të freskët dhe do të sjellë në shtëpi një tufë bari i gjelbër. Të rinj të manured portokalli dhe ulliri pemë, në vend që të janë më të vogla të parë për të bërë vizita "fat" të fqinjëve dhe të afërmve të cilët japin atyre thighs gjeldeti, të thata dhe arra figs. Së fundi drekë në 14 mars, ajo duhet të jetë rreptësisht të ngrëna jashtë shtëpisë në shoqëri me të afërmit dhe miqtë. Për disa vite, Dita e Verës është i famshëm në gjithë vendin dhe është bërë pjesë e festave zyrtare të shtetit të Shqipërisë.

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Il rito del giorno d'estate

Il 14 marzo, il Giorno d’Estate (Dita e Verës) è una festa pagana che simboleggia la rigenerazione, il risveglio della natura e la continuità della vita. Le sue origini si perdono nell’antichità. Secondo alcune fonti, il Giorno d’Estate deriverebbe dagli arbëresh, le comunità italo-albanesi stanziate in Italia nel XV secolo. Il 14 marzo, gli arbëresh delle coste italiane, raccoglievano un ciuffo d’erba insieme alle radici e la terra, portandolo a casa in ricordo dell’anniversario della loro emigrazione dall’Albania. Di fatto, altre fonti fanno risalire la festa all’antichità illirica. In quell’epoca, la festa ricorreva il primo di marzo che secondo il calendario giuliano corrispondeva anche al primo giorno dell’anno. Pellegrinaggi venivano fatti nelle vette più alte delle montagne albanesi per trovarsi il più vicino possibile al Dio Sole e pregare per la bontà e il benessere dell’anno nuovo. I grandi falò attraversati dagli uomini e i giovani simboleggiavano la fine dell’inverno. Invece le corone e le ghirlande sulle porte delle case auspicavano la buona fortuna. Il candore della festa si è affievolito nel corso dei secoli ma è arrivata fino ai nostri giorni grazie alla tradizione conservata nella città di Elbasan. Il rituale del Giorno d’Estate inizia il giorno precedente con la preparazione dei suoi dolci tipici: il revani e la ballakume, degli amalgamati di burro, zucchero, farina di mais e tuorli d’uova cotti in forno a legna. La sera vengono distribuiti ai membri della famiglia: ballakume, ficchi secchi, noci, cosce di tacchino, uova lesse, simite (un panino tipico della città). La donna più anziana della casa rimane sveglia la notte e passa da una camera all’altra a posare fili d’erba sui cuscini delle coppie, dei giovani e dei bambini, rito che simboleggia la rigenerazione e la vivificazione. La mattina del 14 marzo, i più anziani lasciano la porta di casa aperta in segno di generosità, riempiono una brocca con acqua fresca e portano a casa un ciuffo d’erba verde. I più giovani concimano gli aranci e gli ulivi, invece i più piccoli sono i primi a fare le visite “portafortuna” ai vicini e ai parenti che li regalano cosce di tacchino, ficchi secchi e noci. Infine il pranzo del 14 marzo, va mangiato rigorosamente all’aperto in compagnia di amici e parenti.Da qualche anno, il Giorno d’Estate è festeggiato in tutto il paese ed è entrato a far parte delle festività ufficiali dello stato albanese.

venerdì 13 marzo 2009

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA


Domenica 15 marzo 2009 - Memoria dei Santi: Ieromartire Teodoto, Vescovo – Eutalia di Lentini

Seconda Domenica di Quaresima - Domenica di San Gregorio Palamas
Tono VI – Digiuno con licenza di olio e vino


Liturgia di San Basilio

Antifone della festa:



1) Lettore: Agathòn to exomologhìsthe to Kirìo,
ke psàllin to onòmatì su, Ìpsiste.

Coro: Tes presvìes tis Theotòku, Sòter, sòson
imàs.


2) Lettore: O Kìrios evasìlefsen, efprèpian
enedhìsato, enedhìsato
o Kìrios dhìnamin ke periezòsato.


Coro: Sòson imàs, Iiè Theù, o anastàs
ek nekròn, psàllondàs si:
Alliluia.

3) Lettore: Dhèfte agalliasòmetha to Kirìo,
alalàxomen to Theò to
Sotìri imòn.


Coro: Anghelikè Dhinàmis epì to mnìma su,
ke i filàssondes apenekròthisan;
ke ìstatoMaria en do tafo zitùsa
to àchrandòn su sòma.
Eskìlefsas ton Adhin, mi pirasthìsip’aftù;
ipìndisas ti Parthèno, dhorùmenos tin zoiìn.
O anastàs ek ton nekròn, Kirie, dòxa si.


Tropari


Tono VI

Anghelikè Dhinàmis epì to mnìma su,
ke i filàssondes apenekròthisan;
ke ìstatoMaria en do tafo zitùsa
to àchrandòn su sòma.
Eskìlefsas ton Adhin, mi pirasthìsip’aftù;
ipìndisas ti Parthèno, dhorùmenos tin zoiìn.
O anastàs ek ton nekròn, Kirie, dòxa si.

(Tropario del Santo della Chiesa)

……… ……. ……..
Tropario del Santo del giorno



Kontakion

Ti ipermàcho stratigò ta nikitìria,
os litrothìsa ton dhinòn efcharistìa
anagràfo si i pòlis su, Theotòke.
All’os èchusa to kràtos aprosmàchiton,
Ek pandìon me kindhìnon elefthèroson,
Ìna kràzo si: Chère, Nìmfi anìmfefte.


Apostolo (Ebrei 1,10-2,3)

- Tu, o Signore, ci custodirai e ci guarderai
da questa gente per sempre (Sal. 11,8)
- Salvami, Signore, perché non c’è più un uomo fedele;
perché è scomparsa la fedeltà tra i figli degli uomini (Sal. 11,2)


Lettura dalla lettera di San Paolo agli Ebrei.

Tu, Signore, da principio hai fondato la terra e opera delle tue mani sono i cieli. Essi periranno, ma tu rimani;invecchieranno tutti come un vestito.
Come un mantello li avvolgerai, come un abito e saranno cambiati;
ma tu rimani lo stesso, e gli anni tuoi non avranno fine. A quale degli angeli poi ha mai detto: Siedi alla mia destra,finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza? Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito, per non andare fuori strada. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, come potremo scampare noi se trascuriamo una salvezza così grande? Questa infatti, dopo essere stata promulgata all'inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l'avevano udita.

Alliluia (3 volte).

Canterò in eterno la tua misericordia, o Signore, con la mia bocca
Annunzierò la tua fedeltà di generazione in generazione.

Alliluia (3 volte).

Poiché hai detto: la mia grazia durerà per sempre;
la tua verità è fondata nei cieli.

Alliluia (3 volte).

Vangelo (Mc. 2,1-12)

Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».


Megalinarion

Epì si chère, Kecharitomèni, pàsa i ktìsis, anghjèlon to sìstema, kje anthròpon to ghènos, ighiasmène naè, kje paràdise loghikè, parthenikòn kàfchima, ex is Theòs esàrkothi, kje pedìon ghègonen o pro eònon ipàrchon Theòs imòn; tin gar sin mìtran thrònon epìise, kje tin sin gastèra platitèran uranòn apirgàsato. Epì si chère, Kecharitomèni, pàsa i ktìsis, dhòxa si.

Kinonikon

Enìte ton Kirion ek ton uranòn;
enite aftòn en tis ipsìstis.
Alliluia

VELINE simbologia occulta 666

Dal Blog di mio figlio Giuseppe



Veline di Antonio Ricci è un programma che contiene molti messaggi subliminali e non, dai contenuti esoterici, satanici, simbologie occulte.

Attenzione a queste forme occulte che simboleggiano azioni contro la Cristianità.

Estratto da: Albania News


Intervista a Giorgio Maria Castriota Scanderbeg, discendente dell'eroe Giorgio Castriota Scanderbeg



Dott.Giorgio Maria Castriota Scanderbeg, come si origina e si sviluppa nel tempo, il ramo di Napoli dei discendenti di Scanderbeg?

A mio avviso, quando si parla di discendenza diretta, è bene precisare che, come in tutte le cose della vita esistono i rami principali, cioe’ discendenti dal primogenito di poi i rami secondari, che in base alla vicissitudini della vita, possono divenire principali, qualora il primogentito della stirpe non dovesse avere figli maschi.
Per meglio esemplificare il mio pensiero, che si basa su precise norme genealogiche, porto come esempio i mie figli. Il primogenito è Filippo Maria, nato il 25.1.1989 ed il secondogenito è Alessandro Maria, nato il 6.2.1992; Qualora a Filippo toccasse in sorte di non avere figli maschi, l’onere della discendenza toccherebbe di diritto ad Alessandro.
Partendo da Giovanni Castriota, enunciando di volta in volta i primogeniti, individuiamo il figlio Giorgio, eroe albanese ed europeo, come da lei giustamente precisato, da cui il mio ramo discende, dopo Giorgio da:
Giovanni, Ferrante (spesso indicato il nome Ferrante anche come Ferdinando), Achille, Pirro, Antonio, Achille (signore di San Demetrio San Cosmo e Macchia, in Calabria Citra), Antonio, che sposa Claudia di Paola, Giorgio, Ferrante (o Ferdinando) da cui Francesco, nato il 23.11.1779 (Filippo, nato il 29.3.1783) Antonio, che sposa Emanuella di Gennaro, dei marchesi di Auletta, Giovanni che sposa Maria dei marchesi Sersale, da cui Emanuella e Francesco, nato il 7.6.1875 e deceduto, senza eredi, il 9.6.1943.
A questo punto, estintosi il ramo principale, il secondogenito di Ferrante, cioe’ Filippo, indicato dianzi in parentesi, nato il 29.3.1783, passa a trasmettere la sua discendenza, e quindi la diretta discendenza dei Castriota Scanderbeg, a: Ferdinando (Ferrante) I° barone di Fossaceca e Castelluccio, Filippo II° secondo barone di Fossaceca e Castelluccio, da cui in prime nozze, Ferdinando III° barone di Fossaceca e Castelluccio, Filippo, IV° barone di Fossaceca e Castelluccio, e poi, Giorgio (io) V° barone di Fossaceca e Castelluccio, da cui, come detto sopra, Filippo Maria ed Alessandro Maria.
Tale indicazione di nomi, oltre ad essere piu’ dettagliatamente inserita nell’albero geneaolgico della nostra famiglia, è stata giustificata, analizzata e riconosciuta valida, con atti che si conservano nell’archivio della Consulta Araldica, e che sono stati dichiarati autentici a Roma il 3.2.1910 dal Regio Commissario della Consulta Araldica , e vistati per autenticita’ dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro dell’Interno, nonche’ Presidente della Consulta Araldica, dott. Sannino.


Le risapute vicende eroiche in cui si e’ contraddistinto il suo grande antenato Giorgio, certamente hanno recato in dote ai suoi discendenti oltre a qualche privilegio, anche un certo carico di responsabilita’ soprattutto morale; come vive e come si rapporta con tali evenienze?

Io sono nato Castriota Scanderbeg, per me e’ sempre stato normale portare il mio cognome. Quando abbiamo cominciato a studiare la storia, talvolta, in classe, ci si imbatteva nello studio, in Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, le cui gesta, purtroppo, non venivano mai realmente approfondite; Io mi sentivo, dapprima intimidito, ( non solo dagli sguardi e sorrisini dei compagni), ma anche dal peso del nome che portavo. Saro’ mai all’altezza di un si’ grande uomo?
Ebbene i privilegi terreni, avuti in dote, a livello familiare, non sono nulla nei confronti dell’unico vero privilegio, quello di rappresentare sulla terra, ai giorni nostri, un uomo fiero, imbattibile, leale, onesto, distintosi in Albania ed in Europa, come dimostrabile leggendo le sue gesta.
Non saremo mai comparabili all’eroe, ma potremo solo tentare di esserne degni ambasciatori, in Italia, in Albania, ed in Europa tutta.

Dopo oltre due secoli di rapporti interrotti tra i due rami principali dei Castriota Scanderbeg in Italia, quello di Ruffano (Le) e quello di Napoli, si è riaperto quel dialogo costruttivo che tanti, da tempo attendevano. Può dire qualcosa sul rapporto con i suoi ”cugini” ritrovati di Ruffano?

Anche qui ho da fare una premessa. Io sono nato nel 1955 da Filippo Maria, figlio primogenito di Ferdinando, il quale, per sua indisponibilita’ alla notorieta’, non ha mai, o meglio quasi mai, partecipato a cerimonie ufficiali in rappresentanza degli Scanderbeg. Chi lo ha fatto, con una diversa e brillante partecipazione è stato mio zio Giorgio, conosciuto come Fra’ Giorgio, in Italia, in Albania e tra gli arberesh. Detto cio’ mi corre l’obbligo, per verita’ storica, di affermare che nella mia famiglia, da quando sono nato, non sono venuto mai a conoscenza di dissapori con il ramo di Ruffano. Ho saputo della loro esistenza consultando il libro d’oro della nobilta’ italiana e la mia curiosita’ non si e’ mai spinta oltre. Loro discendono da Pardo, fratello di Achille da cui discendiamo noi. Siamo quindi, per trovare un giusto legame “cugini”.
Mi dispiace apprendere da lei che tra le nostre famiglie ci sia stato del “freddo” secolare, ma in tutti i casi, cosi’ come il ghiaccio mantiene inalterate le caratteristiche delle cose, degli alimenti ecc., cosi questo ghiaccio, una volta scioltosi ha dato vita, seppur ad un solo iniziale incontro telefonico, ad un immutato senso di stima a persone che in tutti i casi portano il nostro cognome. Ricevere una sera verso le ore 20,00 una telefonata dal dott. Alessandro Castriota Scanderbeg, mi ha riempito di gioia e commozione. So che loro hanno avuto innato, come noi, il senso della famiglia e della modestia. Sono persone di indubbia moralita’, e spero al piu’ presto di poterli conoscere.
Pensi che Alessandro ha sposato una donna il cui nome e’ Carolina, che è lo stesso nome di mia nonna, e che sarebbe stato il nome che avremmo dato a nostra figlia, qualora fosse nata. Il mio secondogenito si chiama Alessandro. Che dire? Siamo felici di sapere che in tutti i casi, le nostre famiglie, a prescindere dalle discendenze, sono e saranno nel futuro, ancora presenti, baluardi dell’unica cosa che possiamo fare, cioe’ tenere in vita la memoria storica dell’eroe albanese. Mi permetto, suo tramite di fare gli auguri al dott. Giulio, il quale di recente ha avuto un erede maschio, Giorgio, testimonianza del rispetto che entrambe le nostre famiglie portano all’eroe.


Dott. Giorgio Maria Castriota Scanderbeg, lei tra poco visitera’ l’Albania, terra in cui si conservano indelebilmente le radici della sua famiglia. Come sta vivendo l’attesa del viaggio? Quali sentimenti le dominano l’anima?

Deve sapere che nel 1997 circa, se non ricordo male, si stavano predisponendo i contatti tra gli amici albanesi e mio zio, Fra’ Giorgio, che in Albania faceva opera meritoria di invio di generi medicinali e non, in nome e per conto dell’Ordine di Malta, portandoli direttamente lui, alla guida di camion (cosa che ora continua a fare la sua degna figlia, mia cugina, Maria Luisa). Gli eventi bellici che hanno devastato ed insanguinato la costa adriatica e non, hanno di fatto interrotto i rapporti, per organizzare tale rientro, ma dentro di me ho sempre avuto il sentore che prima o poi ci sarei andato.
Ho avuto il piacere e l’onore di incontrare a Roma l’ambasciatore Kola, il poeta Visar Zhiti, e tanti, tanti amici e fratelli albanesi. A tutti loro, in occasione di un mio commosso piccolo discorso a piazza Albania, ho detto che in tutti i paesi del mondo sarei andato come turista, in Albania no.
Vorrei andarci solo previo invito, e consentire a me ed alla mia famiglia, di poter far ritorno in quella che, mi sia consentito, ritengo essere la “terra promessa”.
I mille pensieri, i mille sentimenti che attanagliano la mia persona sono tanti e tali al punto che penso che verrebbe la voglia di “scappare”, ma puo’ un Castriota Scanderbeg scappare?

A presto, Albania, mia patria di sangue. Giorgio

giovedì 12 marzo 2009

Riunione all'Ambasciata di Grecia a Mosca

Il Patriarca Kyrill si è recato all’Ambasciata di Grecia in occasione della Domenica dell’Ortodossia

In occasione della Domenica dell’Ortodossia, il Patriarca Kyrill di Mosca e di tutta la Russia ha preso parte a un ricevimento presso l’Ambasciata di Grecia a Mosca. Questi ricevimenti presso l’Ambasciata greca durante la prima Domenica di Quaresima, con la partecipazione del Patriarca di Mosca, sono diventate in Russia una consuetudine. L’occasione ha riunito i rappresentanti di diverse Chiese ortodosse locali, segnatamente della Chiesa greca, gli Ambasciatori dei paesi ortodossi, il nunzio Antonio Mennini, rappresentate della Santa-Sede in Russia, i rappresentanti della Chiesa apostolica armena, come pure di altre comunità religiose di Russia.
Nel suo intervento all’Ambasciata, il Patriarca Kyrill ha annunciato di avere l’intenzione di una sua visita in Grecia per rincontrare l’Arcivescovo di Atene e gli ortodossi di Grecia, “per dare un nuovo impulso allo sviluppo delle buone relazioni bilaterali”.
“In questa nostra epoca, nel contesto della mondializzazione e dell’integrazione europea, i popoli ortodossi che hanno le stesse fondamenta spirituali e culturali, dovranno stabilire delle relazioni più strette. Il difficile è sottovalutarvi il ruolo delle Chiese locali giacché sono loro stesse che manifestano e simboleggiano il fondamento comune dei nostri popoli e dei nostri paesi”, ha sottolineato il Patriarca.

Tradotto dal francese da P. Giovanni - Orthodoxie.com

mercoledì 11 marzo 2009

MEGLIO TARDI CHE MAI.

Bari: Vertice Napolitano-Medvedev, consegnata Chiesa russa

Oggi a Bari in un vertice Italia-Russia il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha consegnato la chiave simbolica della chiesa ortodossa di Bari al presidente della Federazione Russa Dimitry Medvedev.
Secondo Napolitano la riconsegna del luogo di culto "è il simbolo dello storico dialogo tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa russa e del più generale impegno comune a rafforzare la cultura della pace, nella comprensione reciproca e dell'avvicinamento fra diverse tradizioni spirituali e culturali". Questo impegno, per il presidente, "costituisce la migliore risposta al diffondersi dei fenomeni di intolleranza e dei fondamentalismi aggressivi che negano e minacciano conquiste essenziali di libertà e progresso civile".
L'evento di oggi "conferma il rapporto profondissimo che lega le nostre culture e i nostri popoli", ha detto Dimitry Medvedev. ''Nel 2017 - ha proseguito - festeggeremo insieme i 100 anni del complesso della chiesa ortodossa. Questo evento richiederà una preparazione seria che diventerà una dimostrazione della comunanza dei valori spirituali e umanistici che legano la Russia all'Italia nel rispetto reciproco".
Dopo la consegna delle chiavi, il cardinale Salvatore De Giorgi ha letto il messaggio del Papa. "La storia di Bari e di questa regione è segnata in modo profondo dalla presenza del mondo orientale e la sensibilità ecumenica costituisce una caratteristica tipica delle popolazioni pugliesi", scrive il Pontefice. Il Santo Padre auspica "che anche l'odierna manifestazione contribuisca a far sì che Bari continui ad essere, come ebbe a dire il papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, un 'ponte naturale verso l'Oriente', offrendo il suo prezioso contributo al cammino verso la piena comunione tra i Cristiani''.
Nel suo messaggio, letto dal vescovo di Egorievsk Mark, vicecapo della Direzione dei Rapporti della Chiesa del Patriarcato di Mosca, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill I ha parlato di ''giornata storica'' e ricordato che Bari, ''dove giacciono le reliquie di San Nicola Taumaturgo tanto venerato nella Chiesa ortodossa russa sin dai tempi antichi, è un luogo amato di pellegrinaggio dai suoi figli fedeli".
Alla cerimonia sono intervenuti anche il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini e il sindaco di Bari Michele Emiliano.
Secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini, la restituzione della chiesa ortodossa di Bari alla Russia è un segno "dello stato eccellente dei rapporti bilaterali tra Italia e Russia". Per Frattini, si tratta di "un evento storico per i rapporti politici, culturali e spirituali tra l'Italia e la Russia e rappresenta il segno di una amicizia antica e profonda tra i nostri popoli e di una comune sensibilità umana, culturale e spirituale''.
Da parte sua il sindaco della città Michele Emiliano ha evidenziato come si tratti di "un gesto che riempie finalmente di contenuti la denominazione 'Bari Porta d'Oriente' un significato che non risiede più solo in uno slogan fortunato ma si nutre di relazioni reali con il resto del mondo e con il popolo russo in particolare". Mentre il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola ha sottolineato la portata ''storica'' della giornata e ''la vocazione di Bari e della Puglia ad essere punto di incrocio e convivialità tra le culture e i popoli".
L'evento odierno avrebbe dovuto svolgersi il 6 dicembre scorso ma fu rinviato per la morte di Alessio II. L'impegno della consegna dell'edificio di culto fu preso nel giugno del 2007 dall'ex premier italiano Romano Prodi in occasione della visita a Bari dell'allora presidente della Federazione russa Vladimir Putin.


Da:notizie-online.it (1-3-2009)

URIME MARSIDA ! Auguri Marsida !

Operata con successo in Toscana, la piccola albanese Marsida potrà iniziare a camminare per la prima volta

Il suo nome è Marsida, ha poco più di quattro anni e finalmente potrà cominciare a camminare per la prima volta: sinora la sua vita si era svolta in braccio alla madre o seduta sul divano e sul letto dell’umile casa che condivide con i nonni ed i genitori nel paesino albanese di Shllak, distretto di Scutari, e ciò le aveva comportato più di un problema a livello psicologico. Quasi due anni fa, correva il mese di giugno del 2007, l’incontro, che cambiò la vita alla famiglia di Marsida, con la Misericordia di Firenze in Albania per un campo di lavoro. Il dirigente dell’organizzazione assistenziale toscana, Alessandro Ghini, si prese a cuore il problema di Marsida e promise ai genitori che avrebbe fatto l’impossibile per regalare a quella bambina, che osservava con invidia le scarpine delle bambole che le venivano regalate dai cooperanti italiani, il sogno di camminare autonomamente. Detto fatto: tornato in Toscana il funzionario della Misericordia fiorentina contattò l’equipe di ortopedia dell’Ospedale di Prato, particolarmente rinomata per questo genere di interventi. Un anno dopo il suo primo incontro con i militi della Misericordia fiorentina, una volta superati gli asfissianti controlli di polizia voluti dalla legge Bossi- Fini, Marsida essendo albanese è pur sempre un’extra- comunitaria, la bambina poté essere visitata nella capitale italiana dell’industria tessile ed i suoi accompagnatori, tra cui l’inseparabile volontaria albanese Vefa, poterono apprendere dalla viva voce di un medico dell’equipe del nosocomio pratese, il dottor Biddau, che un giorno forse la fanciulla avrebbe iniziato a camminare. L’intervento è stato successivamente effettuato dall’equipe guidata dal professor Carlo Cavacciocchi ed ha visto impegnate, sia durante la fase operatoria che durante la degenza successiva, più di una decina di persone tra medici, fisiatri, infermieri e psicologi. E’ stato coronato da successo. Nessuna spesa a carico dell’umile famiglia di Marsida: l’equipe infatti ha lavorato in gran parte gratuitamente, per vedere un giorno la bambina sorridere, e le spese necessarie sono state interamente coperte dalla Regione Toscana e dalla Misericordia di Firenze. Un grande esempio di altruismo e di solidarietà, quindi, quello che ci giunge dalla terza città della Toscana che la dice lunga sulla reale volontà dei medici italiani di fronte all’obbligo, in via di imposizione grazie ad una barbara legge voluta dal partito governativo xenofobo della Lega Nord, da più parti paventato, di denunciare tutti quegli immigrati irregolari che dovessero rivolgersi un domani alle strutture ospedaliere pubbliche italiane. Di fronte alla progressiva chiusura dell’opinione pubblica italiana nei confronti dell’immigrazione da paesi più poveri, l’esempio che viene da Prato ci parla invece della persistenza di un’Italia diversa, aperta, solidale, in grado ancora di essere generosa ed altruista di fronte ai problemi di una bambina proveniente da un paese vicino ma ancora in buona parte arretrato, in continuo ed ansioso cammino verso l’integrazione europea. Un esempio sicuramente da seguire e che potrebbe essere di lezione invece ai tanti politici, “ padani” e non solo, che usano l’argomento sicurezza, sfruttando le immotivate angosce degli italiani, come una clava per sbattere in faccia ai più bisognosi le porte delle frontiere italiche. Intanto i volontari della Misericordia di Firenze hanno regalato a Marsida un paio di scarpe nuove affinché le possa indossare e non più ammirare ai piedi delle sue bambole.
Da: Albania News