lunedì 6 aprile 2009
domenica 5 aprile 2009
La Madre di Dio nel Tempo Liturgico

I libri liturgici greci ci offrono,inseriti fra le diverse Ore canoniche del giorno e della notte ,alcune brevi formule di preghiera indirizzate a Maria che contengono già,oltre alla insistente supplica ,spunti di culto e di teologia mariana.Ecco alcune di queste formule: Per l'intercessione della Madre di Dio,Salvatore,salvaci. -Santissima madre di Dio,salvaci. Tutta santa Madre di Dio,soccorrimi. -Tutta Santa Madre di Dio ,Signora ,intercedi per noi peccatori. -Per l'intercessione,Signore,di tutti i santi e della Madre di Dio ,donaci la tua pace e abbi pietà di noi,Tu che Sei il Solo Misericordioso. -Ripongo in te tutta la mia speranza ,o madre di Dio ,custodiscimi sotto il tuo manto. -Per le numerose preghiere dell'Immacolata Signora nostra,Madre di Dio e Semprevergine Maria.Inni mariani dal Libro delle Ore I seguenti testi,di uso giornaliero,sono tratti dalle diverse ore diurne e notturne dell'ufficio divino bizantino.Sono tradotti dal libro liturgico detto “Horologion”,o libro delle Ore. Le preghiere,composte di Salmi di preghiere e di inni,molti dei quali dovuti ai grandi padri e Dottori della Chiesa antica,sono di una rara ricchezza teologica e spirituale e sintonizzano l'anima dei fedeli che li recitano con tutta la comunità ecclesiale ,filtrando e purificando le meschinità e le debolezze dell'io individuale. Fra gli inni ivi contenuti sono molti quelli mariani che inseriscono, la devozione alla Vergine nel cuore del culto,nelle sue diverse dimensioni:trinitaria,cristologia e pneumologica.La grande maggioranza di questi inni è anonima,fatto che può essere considerato un segno di antichità. A)Inni mariani contenuti nell'ufficio dei Vespri Il Vespro,con cui comincia la giornata liturgica,propone alla recita dei fedeli numerosi inni,fra i quali i seguenti che contengono le due antifone mariane più antiche e venerande:il “Sub tuum praesidium” e “l'Ave Maria”,nella loro formulazione originale greca.Esse vengono cantate con due altre antifone indirizzate al Battista e agli Apostoli.Vi si riconosce già il tema iconografico della “Deesis”,in cui la Madre di Dio e il Battista sono rivolti verso il Cristo le mani alzate in forma di supplica(questo è appunto il significato del termine “Deesis”). “Madre di Dio Vergine,salve,Maria piena di grazia,il Signore è con te;benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo,perché tu hai generato il salvatore delle nostre anime”. “Battista del Cristo,ricordati di noi tutti,affinché ci salviamo dai nostri peccati A te infatti è stata concessa la grazia di intercedere per noi”. “Pregate per noi ,santi Apostoli e tutti i Santi,affinché sfuggiamo ai pericoli e alle afflizioni.Vi abbiamo infatti acquisiti come saldi nostri intercessori davanti al Salvatore” “Sotto la tua misericordia ci rifugiamo ,o Madre di Dio:non disprezzare le nostre suppliche nelle tentazioni,ma liberaci dai pericoli,o sola pura,sola benedetta”. B)Tropari cantati nel Mesonittico o ufficio di Mezzanotte L'ufficio bizantino possiede un'Ora di Mezzanotte di origine monastica.I monaci,prendendo spunto dagli angeli che cantano senza pausa le lodi della Santissima Trinità,si alzano anche loro per aggiungervi la propria lode.In questo contesto di lode non mancano gli inni di lode e di supplica indirizzati alla Madre di Dio.Ne diamo qui i seguenti : 1) “Colui davanti al quale tremano i Cherubini,colui che lodano gli eserciti degli angeli e che ineffabilmente si è incarnato nella Vergine,il Cristo vivificante,lui con timore glorifichiamo.” 2) “Vedendo ,o Vergine ,il tuo Figlio risuscitare dai morti come conviene ad un Dio,la creazione si è riempita di gioia inenarrabile,glorificando lui e lodando te.” 3) “Te muro inespugnabile e roccia di salvezza,preghiamo,o Vergine Madre di Dio :disperdi i consigli degli avversari,tramuta il dolore del tuo popolo in gioia,richiama il mondo tuo,fortifica i devoti,supplica per la pace del mondo.tu sei,o”Deipara”,la nostra speranza.” C) Tropari di recita giornaliera tratti dal Mattutino L'Ora liturgica del Mattutino è piena di azioni di grazie a Dio,per l'occasione che ci dà di vedere di nuovo la luce del giorno che spunta e che ci ricorda l'alba del giorno della resurrezione.Vi sono recitati,fra altre preghiere dei tropari mariani colmi di sentimenti di gratitudine. Fra di essi c'è il famoso inno “Axion estin”,così chiamato per le due parole greche con cui inizia. L'inno è uno dei più cari ai fedeli di rito bizantino che lo riprendono in altre ore dell'Ufficio e lo cantano nella Liturgia eucaristica come “Megalinario”. 1)” Presidio temibile e inconfondibile,non trascurare,o Buona,le nostre preghiere,o Madre di Dio degna di ogni lode.Rafferma lo Stato degli Ortodossi,salva coloro ai quali hai ordinato di regnare e adduci loro la vittoria dal cielo:tu hai partorito Dio,o sola benedetta”. 2)” Generando il Datore della vita,o Vergine,tu hai liberato Adamo dal peccato e ad Eva tu hai dato la gioia in luogo della tristezza.Faccia scorrere su di te le sorgenti della vita Colui che, Dio e uomo insieme,si è incarnato in te”. 3)” E' veramente giusto (Axion estin) proclamare beata te,o Madre di Dio,che sei beatissima,tutta pura e Madre del nostro Dio .Tu,che sei più venerabile dei Cherubini ed incomparabilmente più gloriosa dei Serafini;tu che senza ombra di corruzione hai generato il Verbo di Dio,te magnifichiamo come vera Madre di Dio”. Inni mariani recitati nelle Ore Minori L'Ufficio bizantino delle Ore,composto di Prima, Terza, Sesta e Nona,destinato a santificare le principali ore del giorno,evoca i momenti salienti della vita di Cristo,specie la sua crocifissione. Fra le preghiere e gli inni non mancano alcuni indirizzati alla Madre di Dio,associando il suo ricordo a quelli del suo divin Figlio e della Chiesa.Ne riportiamo qui alcuni. A) Dall'ora Prima 1) ”Come chiamare te ,o Piena di grazia?Cielo:poiché hai fatto sorgere il Sole di giustizia. Paradiso: che in te è sbocciato il Fiore dell'immortalità. Vergine:perché sei rimasta inviolata.Madre pura:che hai portato in braccio un Figlio,di Dio di tutti.Pregalo di salvare le nostre anime”. 2) ”Lei la gloriosissima Madre di Dio e più dei santi angeli,lodiamo senza sosta col cuore e con la bocca,proclamandola Madre di Dio,perché ha generato il Dio incarnato e intercede senza sosta per le nostre anime”. B) Dall'Ora Terza 1) ”O Madre di Dio,tu sei la vera Vite che dette il frutto della vita.Ti supplichiamo:intercedi,o Sovrana,con gli apostoli e tutti i santi,che si abbia pietà delle nostre anime”; 2) ”Speranza,protezione,rifugio dei cristiani,muro inespugnabile,porto sicuro per i naufraghi sei tu,o pura Madre di Dio.Come tu salvi il mondo con la tua incessante intercessione ,così ricordati anche di noi,o Vergine degna di lode”. C) Dall'ora sesta 1) ”Poiché non abbiamo alcuna confidenza con Cristo a causa dei nostri numerosi peccati,supplica tu colui che è nato da te,o Vergine madre di Dio;molto può difatti la preghiera di una madre per ottenere la benevolenza del Maestro.Non disprezzare le suppliche dei peccatori,o Venerabile.Egli è infatti misericordioso e può salvare,lui che ha accettato di soffrire per noi nella carne”. 2) ”Per l'intercessione,Signore,di tutti i santi e della Madre di Dio,dacci la tua pace e abbi pietà di noi,o tu che sei solo misericordioso”. D ) Dall'Ora Nona La Madre ,alla vista dell'Agnello è pastore e Salvatore del mondo appeso alla croce,diceva lacrimando:”il mondo si rallegra per la salvezza ricevuta,ma le mie viscere bruciano alla vista della crocifissione che tu sopporti per tutti,Figlio mio e Dio mio”. Dalla Santa Liturgia
1) ”Schiudi a noi la porta della misericordia,o benedetta Madre di Dio;fa che sperando in te,non veniamo delusi,ma siamo liberati,per mezzo tuo dalle avversità:tu sei,infatti,la salvezza del popolo cristiano”. 2) ”Invincibile Protettrice dei cristiani,Mediatrice inconcussa presso il Creatore,non disprezzare le voci di supplica di noi peccatori,ma accorri,o Buona,in nostro aiuto di noi che con fede a te gridiamo:”Affrettati nella intercessione e corri alla salvezza,tu che proteggi sempre,o Madre di dio,coloro che ti venerano”. “Il Megalinario giornaliero della Liturgia del Crisostomo è “ l'Axion estin” (vedi sopra).Quello della Liturgia di Basilio,è chiamata “Epi soi chairei”,dalle prime parole greche con cui comincia: “In te si rallegra,o Piena di grazia,tutto il creato:le schiere degli angeli e il genere umano. O tempo santificato e paradiso spirituale,vanto delle vergini,nel quale Dio si è incarnato divenendo bambino,lui nostro Dio di prima dei secoli.Del tuo seno egli ha fatto un trono e lo ha reso più vasto dei cieli.In te,o piena di grazia,si rallegra tutta la creazione.Gloria a te”.
1) ”Schiudi a noi la porta della misericordia,o benedetta Madre di Dio;fa che sperando in te,non veniamo delusi,ma siamo liberati,per mezzo tuo dalle avversità:tu sei,infatti,la salvezza del popolo cristiano”. 2) ”Invincibile Protettrice dei cristiani,Mediatrice inconcussa presso il Creatore,non disprezzare le voci di supplica di noi peccatori,ma accorri,o Buona,in nostro aiuto di noi che con fede a te gridiamo:”Affrettati nella intercessione e corri alla salvezza,tu che proteggi sempre,o Madre di dio,coloro che ti venerano”. “Il Megalinario giornaliero della Liturgia del Crisostomo è “ l'Axion estin” (vedi sopra).Quello della Liturgia di Basilio,è chiamata “Epi soi chairei”,dalle prime parole greche con cui comincia: “In te si rallegra,o Piena di grazia,tutto il creato:le schiere degli angeli e il genere umano. O tempo santificato e paradiso spirituale,vanto delle vergini,nel quale Dio si è incarnato divenendo bambino,lui nostro Dio di prima dei secoli.Del tuo seno egli ha fatto un trono e lo ha reso più vasto dei cieli.In te,o piena di grazia,si rallegra tutta la creazione.Gloria a te”.
Ancora un grazie a Gabrijè per questo articolo da leggere tutto di un fiato e con esso: pregare, pregare e sempre pregare..........
sabato 4 aprile 2009
VITA DI SANTA MARIA EGIZIACA
VITA DI SANTA MARIA EGIZIACA
Memoria l'1 Aprile e la quinta Domenica della Grande Quaresima.
La nostra santa Madre Maria nacque in Egitto nel V secolo. All'età di dodici anni abbandonò i suoi genitori per recarsi nella grande città di Alessandria, dove visse principalmente di elemosine e della tessitura del lino. Qui per diciassette anni visse nella dissolutezza come pubblica meretrice, spinta non dal bisogno – come tante altre povere donne – ma, come ella stessa ammise più tardi, da pura depravazione.Un giorno Maria vide un gran numero di persone recarsi al porto per imbarcarsi. Informatasi, scoprì che erano diretti a Gerusalemme, per la festa dell'Esaltazione della Croce. Accordatasi con alcuni marinai depravati, si imbarcò anch'ella, offrendo il proprio corpo come pagamento per il viaggio. Giunta a Gerusalemme si recò con i pellegrini alla Basilica della Resurrezione, ma, entrata nel nartece si accorse che una forza misteriosa le impediva di oltrepassare la soglia del tempio, mentre gli altri, i fedeli, passavano senza difficoltà. Rimasta sola, cominciò finalmente a capire che era la sua condotta di vita a impedirle di avvicinarsi alla Croce di Cristo. Cominciò a piangere e a battersi il petto, finché non vide un'icona della Deipara, davanti alla quale pregò: «Vergine Sovrana, che hai partorito Dio nella carne, io so che non dovrei neppure guardare la tua immagine, a te che sei pura d'anima e di corpo, io – dissoluta – dovrei ispirare solo disgusto. Ma poiché il Dio che da te è nato si è fatto uomo per chiamare i peccatori al pentimento, vieni in mio aiuto, concedimi di entrare nella chiesa per prostrarmi dinanzi alla Croce. Quando l'avrò vista, ti prometto di rinunciare al mondo e ai piaceri, seguendo il cammino di salvezza che tu mi mostrerai». Subito si sentì liberata dalla potenza che la tratteneva. Entrò nel tempio e venerò la Santa Croce; uscendo si fermò ancora dinanzi all'icona e si disse pronta a seguire la via che le sarebbe stata mostrata. Una voce discese dall'alto: «Attraversa il Giordano e troverai la pace».Uscì dalla chiesa e con l'elemosina offertale da un fedele comprò tre pani. Si fece indicare la via per il Giordano, si incamminò e verso sera giunse alla chiesa di San Giovanni Battista. Si lavò nelle acque del Giordano, comunicò ai Santi Misteri e, dopo aver mangiato la metà di uno dei pani, si addormentò sulla sponda del fiume. Il mattino successivo, risvegliatasi, passò il fiume e da allora visse per quarantasette anni nel deserto in assoluta solitudine, senza incontrare uomo o animale.Nel corso di primi diciassette anni di permanenza nel deserto, le sue vesti si ridussero a brandelli e il suo corpo fu esposto al caldo torrido di giorno e al freddo pungente di notte; si nutriva di radici ed erbe selvatiche. Ma più che le privazione del corpo, dovette affrontare l'assalto delle passioni e il ricordo della sua vita passata. Ma ogni volta si ricordava della promessa fatta alla Deipara e la supplicava, prostata a terra, di essere liberata dalla tentazione. Ma Dio, che "non desidera la morte del peccatore, ma che si converta e viva", sradicò dal cuore di Maria ogni passione, mutando il fuoco del desiderio carnale in amore per Dio e permettendole di sopportare il deserto ostile, come se fosse stata un essere incorporeo.Dopo molti anni, il santo anziano Zosima, monaco nella Palestina, che si era spinto nel deserto per passarvi la Grande Quaresima, secondo un costume iniziato da Sant'Eutimio, vide un giorno un essere umano col corpo abbrunato dal sole e i capelli bianchi come la lana ricadenti sulle spalle. Il monaco corse dietro a questa apparizione sfuggente, supplicandola di dargli la sua benedizione e una parola di salvezza. Quando fu a portata di voce, Maria lo chiamò per nome, rivelandogli di essere una donna e chiedendo il suo mantello per coprirsi. Zosima, felice di avere incontrato un essere teoforo che aveva raggiunto la perfezione nella vita angelica, la supplicò di raccontargli la sua vita. Maria accondiscese e, terminato il racconto, lo pregò di ritornare l'anno successivo, il Grande Giovedì, per portarle la Comunione, dandogli appuntamento sulle sponde del Giordano.Il giorno fissato, Zosima si recò sul Giordano e vide Maria sull'altra riva del fiume; lei, facendosi il segno della Croce, attraversò il fiume camminando sulle acque. Dopo essersi comunicata, in lacrime, disse: «Ora lascia, o Sovrano, che la tua serva vada in pace, secondo la tua parola, poiché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2, 29). Congedando Zosima, Maria gli diede appuntamento, per l'anno successivo, nello stesso luogo del loro primo incontro.Zosima tornò così l'anno successivo e trovo il corpo della santa disteso a terra con le braccia incrociate ed il volto a oriente. Zosima pianse sul corpo della santa e solo più tardi si accorse di una iscrizione che ella aveva lasciato, tracciandola sul suolo: «Padre Zosima, sotterra in questo luogo il corpo dell'umile Maria, restituisci alla polvere ciò che è polvere, dopo aver pregato per me. Sono morta nella notte della Passione di Nostro Signore, il primo del mese di Aprile, dopo aver partecipato all'Eucaristia» . Zosima conobbe così il nome della santa, e ne fu consolato. Si stupì inoltre di scoprire che ella aveva percorso in poche ore una distanza di più di venti giorni di cammino. L'anziano cercò inutilmente di scavare il terreno con un pezzo di legno, quando d'un tratto vide un leone che, avvicinatosi al corpo di Maria, le leccava i piedi. Zosima si fece coraggio ed ordinò al leone di scavare la fossa per la santa. Subito il leone cominciò a scavare e Zosima poté dare sepoltura al corpo di Maria.Ritornato al suo monastero, Zosima raccontò ai fratelli la storia del suo incontro con Maria Egiziaca, che da peccatrice pubblica era divenuta un modello di penitenza e di conversione. Da allora la Chiesa ha posto la sua memoria alla fine della Grande Quaresima, come incitamento per quanti sono pigri nella ricerca della salvezza, ricordando loro che anche all'ultima ora il pentimento può riportarli a Dio.
Dal sito di P. Giovanni di Palermo
venerdì 3 aprile 2009
giovedì 2 aprile 2009
A cura di Gabrijè: dal sito di P. Giovanni - Palermo
Voijslava Nastic, il futuro vescovo Varnava, nacque nel 1914 a Gera (Indiana, USA). Quando era ancora bambino i suoi genitori ritornarono con lui in patria. Finì la scuola elementare ed il liceo a Sarajevo. Portò a termine la facoltà di teologia a Belgrado nel 1937. Insegnava, come catechista, nell’istituto magistrale e nel liceo statale a Sarajevo. Diventò monaco nel 1940 nel monastero di Milesevo, ricevendo il nome monastico di Varnava. Il martire metropolita Petar di Sarajevo, di santa memoria, lo ordinò ierodiacono.
Dopo l’occupazione della Iugoslavia e la formazione del così detto stato indipendente croato (1941), il giovane ierodiacono Varnava rimase a Sarajevo, condividendo il destino terribile del suo popolo. Infatti, si trovò davanti a grandi tentazioni. Soltanto un cuore innocente e profondamente cristiano poteva sopportare tante persecuzioni terribili, come egli sopportò, non perdendo la fede neanche per un istante. Avendo il dittatore croato Ante Pavelic fondato nel così detto stato indipendente croato la “chiesa ortodossa croata”, fece venire a Zagabria Varnava e gli offrì la dignità episcopale della nuova chiesa illegale. Il giovane ierodiacono, non temendo per la vita, dopo due lunghissime discussioni, categoricamente e senza paura rifiutò l’offerta fattagli dal “capo” del mostruoso stato degli Ustascia. Durante tutto il tempo dell’occupazione rimase a Sarajevo nel pericolo continuo di perdere la vita, condividendo con il popolo Serbo in Bosnia la temerarietà del suo tragico destino.
Il metropolita di Dabar e Bosnia Nektaridj, di santa memoria, ordinò Varnava ieromonaco, concedendogli inoltre la carica di protosingelos. Soddisfacendo le necessità spirituali del popolo Serbo ortodosso nei dintorni di Sarajevo, il dotto protosingelos prese la cura di due parrocchie vacanti. Mentre esercitava questo ufficio, fu eletto vescovo ausiliare con il titolo di “vescovo di Hvosno”. Varnava ricevette la consacrazione episcopale il 6/19 agosto 1947 a Belgrado dal patriarca Gavril (Dozic) con l’assistenza del metropolita Nektarije e del vescovo Vikentije, il futuro patriarca. Consegnando al nuovo vescovo il pastorale, il patriarca pronunciò parole calorose, indicandogli tutto il peso del servizio episcopale e la grandezza della responsabilità del vescovo davanti a Dio ed alla Chiesa. Dopo aver ricevuto il pastorale, il vescovo Varnava si rivolse al patriarca, ai vescovi ed al popolo presente con la sua prima omelia pastorale:
“La grandezza dell’onore, secondo Cristo, si concede agli uomini secondo la loro prontezza al sacrificio. Colui che poco sacrifica, piccolo onore riceverà; mentre chi molto sacrifica, grande onore otterrà. Colui che tra gli uomini ricevette il più grande onore, ha sopportato prima il maggior sacrificio. Lui, secondo le proprie parole, prima doveva soffrire il Golgota per poter dopo ciò entrare nella sua gloria. Come possono gli uomini sfuggire a questa regola quando la osservò lo stesso Dio Eterno? Quelli che sfuggono al sacrificio, sfuggono all’unico onore sotto questo sole di Dio, per il quale conviene combattere. Quando il nostro Signore Gesù Cristo mandò i suoi apostoli nel mondo stabilì il sacrificio come programma e metodo della loro vita. E soltanto la prontezza al sacrificio rese degni i pescatori di Galilea dell’onore apostolico. Questa regola, una volta messa nei fondamenti della Chiesa di Cristo, è rimasta intatta e così rimarrà in tutti i giorni fino alla fine del mondo. Il grande onore, nella Chiesa di Cristo, significa il grande sacrificio. Il Santo Concilio dei vescovi della Chiesa Serba Ortodossa, guidato da Sua Santità il Patriarca Serbo Gavril, per l’ispirazione del Santo Spirito, ha scelto la mia indegnità a vescovo della Chiesa di Cristo. Con questa elezione m’ha condannato al sacrificio del Golgota di Cristo, ma condannandomi a questo sacrificio, il più grande sacrificio, mi ha concesso il più grande onore che si può concedere ad un uomo mortale. Ed io, in questo momento e da questo posto, con le parole insufficienti della lingua umana, con tutta l’anima e con tutto il cuore, ringrazio Sua Santità il Patriarca ed i vescovi Serbi che mi hanno concesso l’onore del Golgota. Tutto quello che posso dire, ed il massimo che posso dire, è che volontariamente salirò sul mio Golgota e che questo onore non scambierò mai con nessun altro onore sotto questo sole di Dio. Il servizio episcopale è il sacrificio del Golgota, perché il servizio episcopale è il servizio apostolico ed agli apostoli il Signore disse: Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete[1]. Il calice che il Signore ha bevuto ed il battesimo con il quale si battezzò cosa era se non il calice del Golgota ed il battesimo di sangue con il suo proprio sangue? Ogni giorno in questo mondo fu per il Figlio di Dio un Golgota tremendo ed il suo bicchiere di miele completamente sparì nell’immenso calice di amarezza il quale bevve volontariamente. E le sue parole si realizzarono. Il calice, che ha bevuto Lui, hanno bevuto anche i suoi apostoli e così si sono battezzati con lo stesso battesimo con il quale si battezzò Lui stesso. Tra i dodici, undici hanno sparso il loro sangue. Come per il loro Maestro ogni giorno, e non soltanto l’ultimo, della sua vita era un terribile Golgota, così fu anche per i discepoli, cominciando da quel giorno quando, impauriti dai Giudei, s’erano radunati in una stanza oscura a Gerusalemme fino al momento in cui con il loro sangue segnarono i loro giorni. Quello che è successo agli apostoli, è successo anche ai vescovi. Chi può numerare i cimiteri in cui riposano le ossa dei vescovi martirizzati, sparsi sulla terra dal tempo degli apostoli al XX secolo barbarico? Chi può misurare il profondo mare del sangue dei vescovi, nel quale sono affondate innumerevoli vite dei pastori della Chiesa di Cristo? Come per il Figlio di Dio il Venerdì Santo fu soltanto l’ultima e più tremenda tra le sofferenze quotidiane e come gli apostoli con il loro ultimo sacrificio nel sangue, soltanto conclusero il numero di tutti gli innumerevoli sacrifici della loro vita apostolica, così, nella stessa maniera, il vescovo è condannato ad essere pronto in ogni momento non soltanto all’ultimo ed al più grande sacrificio, ma a tutti quei grandi e piccoli sacrifici ed a tutte quelle grandi e piccole agonie dalle quali è fatto il tessuto dei suoi giorni. E così, perché i vescovi sono quelli che hanno, come al tempo loro gli apostoli, lasciato il proprio padre e la propria madre e la moglie ed i figli e la casa e le ricchezze proprie, hanno rinunciato a se stessi, presero la loro croce e seguirono il Cristo. Questa è la formula fondamentale della vita episcopale. Da questa formula sgorgano, come il fiume dalla sua sorgente, le agonie quotidiane del vescovo ed i suoi sacrifici quotidiani.
Il vescovo non ha una propria gioia, né una propria angoscia. La gioia della Chiesa è la sua gioia e l’angoscia della Chiesa è la sua angoscia propria. Il danno della Chiesa è il suo danno, ma la vittoria della Chiesa è il suo trionfo. Ogni bestemmia contro Dio cade sul vescovo come un’umiliazione propria ed ogni motteggio contro il Figlio di Dio come un motteggio contro di lui. Ogni ingiustizia deve toccare la sua anima ed ogni violenza deve provocare la sua giusta ira. Ogni lacrima dei poveri deve scendere per il suo viso ed ogni cuore ferito emettere un gemito dalla sua bocca. Come il vescovo può non essere triste se qualcuno fa del male? Il vescovo vive il Golgota quando guarda come gli uomini seguono i loro simili mortali e voltano le loro teste da Dio immortale. Lui vive il Golgota quando guarda come il seme dell’Evangelo cade sulla strada e gli uccelli lo divorano, e come cade nel rovo e questo lo strozza. Sì, l’episcopato è il Golgota, perché il vescovo deve mettere la verità sopra la vita; ma noi sappiamo che tante volte nella storia dire la verità significa perdere la vita. È necessario che io vi passi in rassegna quegli splendidi esempi del sacrificio episcopale? Numerarvi tutti quei martiri immortali della Chiesa, i quali, con il loro sangue, hanno fortificato i suoi fondamenti ed hanno costruito i suoi tetti con il marmo delle loro ossa martirizzate? Andrei troppo lontano e vi tratterrei per lungo tempo. È necessario fare questo a noi grati figli della diocesi serba ortodossa di Dabro-Bosna? È necessario, per mostrare la figura del vescovo martire, vagare attraverso spazio e tempo, quando una tale figura ha mostrato il suo splendore davanti agli occhi nostri ed ai giorni nostri? Questa è la figura del nostro metropolita Petar Zimonjic.
Noi, anche adesso, sentiamo più volte ripetere le modeste parole pastorali del metropolita Petar: Il fratello è caro, senza guardare quale fede professa. Lui così parlava e così faceva. Offriva il suo amore a destra ed a sinistra. E i fratelli? Cosa hanno fatto? Come lo ringraziarono? Quale dono gli offrirono? Per l’amore gli donarono il campo di concentramento e per fraternità e l’unità lo mandarono nella terra nera! Sii felice, beata anima del metropolita Petar! Tu assomigli al Cristo ed ai suoi apostoli. In questo mondo tu hai sopportato il massimo sacrificio per ottenere nell’aldilà il massimo onore. E perciò malgrado che conosca le debolezze della mia anima, non ho paura che le mie gambe tremeranno sulla via spinosa del Golgota sulla quale mi sono incamminato oggi. Anche se volessero tremare, la luce ed il calore di questi innumerevoli eroi di Cristo restituirebbero loro la sicurezza e la forza.
Nella mia prima omelia pastorale, fratelli e sorelle, voglio dire qualche parola a voi, in Cristo amabili figli di quella Chiesa, della quale sono diventato vescovo oggi. Armatevi, fratelli e sorelle, con le armi spirituali, perché la Chiesa di Cristo combatte oggi in tutto il mondo una guerra tremenda. Questa guerra della Chiesa non è la guerra per il potere e la potenza terrena, ma la guerra per la salvezza delle anime umane, la lotta per la loro sottrazione dall’abbraccio oscuro e mortale di Satana e la loro restituzione nelle braccia beate del Padre Celeste. Questa lotta non è né da oggi né da ieri. Essa dura da quando esiste il genere umano. Ma, questa lotta non fu mai così forte come nei giorni nostri, perché oggi la ricchezza ed il potere hanno scandalizzato le anime umane. Sì, questa guerra con gli spiriti del male è l’impegno della Chiesa oggi e non la guerra con i partiti e gruppi politici di questo mondo. Alla Chiesa di Cristo poco importa quale partito dominerà nel mondo, ma le importa moltissimo che nel mondo regnino Amore, Verità e Giustizia. Finché non domineranno Amore, Verità e Giustizia, neanche la pace sarà presente. Io spero, fratelli, nel vostro amore verso il Salvatore e nella vostra fede in Dio. Spero che questa lotta non perderete voi, ma il vostro nemico, il diavolo. Non dimenticate, che questa lotta vincerete solamente con l’arma del sacrificio. Sacrifici grandi e piccoli… Non dimenticate che siete i discendenti di quel Principe di Kossovo, il quale sacrificò il terreno per ottenere il celeste. Non dimenticate ancora che siete i figli di un popolo, il quale non possiede niente di importante che non abbia pagato con un sacrificio grande. E perciò, se in qualcuno di voi vive il desiderio di sfuggire al sacrificio, bisogna che trasfiguri questo desiderio, oggi nel giorno della Trasfigurazione del Signore, nel desiderio di ottenere l’aureola evangelica della vittoria con il sacrificio evangelico.
Ringrazio voi, fratelli e sorelle, perché oggi avete offerto a Dio il sacrificio della preghiera per la benedizione del mio futuro lavoro. Ringrazio i miei fratelli sacerdoti, i quali oggi insieme con me, hanno offerto al Signore l’Eucaristia e lo hanno pregato di darmi nuove forze per le nuove responsabilità . Ed il nostro Signore, il quale attraverso il più grande sacrificio ci donò la più grande vittoria, doni la vittoria al nostro Patriarca ed all’unica guida della nostra santa Chiesa, la quale guida nell’unico Cristo ha un unico desiderio e la quale nell’unico Dio conduce ad un unico pensiero, la vittoria a tutta la Chiesa Ortodossa, una vittoria grande e gloriosa, la vittoria sopra tutti i suoi nemici. Amìn”.
Le parole del vescovo Varnava furono profetiche. La sua tragica fine le conferma.
Il vescovo Varnava è stato confessore della fede sotto il regime del dittatore Tito, ed è venerato quale santo della Chiesa di Serbia.
Dopo l’occupazione della Iugoslavia e la formazione del così detto stato indipendente croato (1941), il giovane ierodiacono Varnava rimase a Sarajevo, condividendo il destino terribile del suo popolo. Infatti, si trovò davanti a grandi tentazioni. Soltanto un cuore innocente e profondamente cristiano poteva sopportare tante persecuzioni terribili, come egli sopportò, non perdendo la fede neanche per un istante. Avendo il dittatore croato Ante Pavelic fondato nel così detto stato indipendente croato la “chiesa ortodossa croata”, fece venire a Zagabria Varnava e gli offrì la dignità episcopale della nuova chiesa illegale. Il giovane ierodiacono, non temendo per la vita, dopo due lunghissime discussioni, categoricamente e senza paura rifiutò l’offerta fattagli dal “capo” del mostruoso stato degli Ustascia. Durante tutto il tempo dell’occupazione rimase a Sarajevo nel pericolo continuo di perdere la vita, condividendo con il popolo Serbo in Bosnia la temerarietà del suo tragico destino.
Il metropolita di Dabar e Bosnia Nektaridj, di santa memoria, ordinò Varnava ieromonaco, concedendogli inoltre la carica di protosingelos. Soddisfacendo le necessità spirituali del popolo Serbo ortodosso nei dintorni di Sarajevo, il dotto protosingelos prese la cura di due parrocchie vacanti. Mentre esercitava questo ufficio, fu eletto vescovo ausiliare con il titolo di “vescovo di Hvosno”. Varnava ricevette la consacrazione episcopale il 6/19 agosto 1947 a Belgrado dal patriarca Gavril (Dozic) con l’assistenza del metropolita Nektarije e del vescovo Vikentije, il futuro patriarca. Consegnando al nuovo vescovo il pastorale, il patriarca pronunciò parole calorose, indicandogli tutto il peso del servizio episcopale e la grandezza della responsabilità del vescovo davanti a Dio ed alla Chiesa. Dopo aver ricevuto il pastorale, il vescovo Varnava si rivolse al patriarca, ai vescovi ed al popolo presente con la sua prima omelia pastorale:
“La grandezza dell’onore, secondo Cristo, si concede agli uomini secondo la loro prontezza al sacrificio. Colui che poco sacrifica, piccolo onore riceverà; mentre chi molto sacrifica, grande onore otterrà. Colui che tra gli uomini ricevette il più grande onore, ha sopportato prima il maggior sacrificio. Lui, secondo le proprie parole, prima doveva soffrire il Golgota per poter dopo ciò entrare nella sua gloria. Come possono gli uomini sfuggire a questa regola quando la osservò lo stesso Dio Eterno? Quelli che sfuggono al sacrificio, sfuggono all’unico onore sotto questo sole di Dio, per il quale conviene combattere. Quando il nostro Signore Gesù Cristo mandò i suoi apostoli nel mondo stabilì il sacrificio come programma e metodo della loro vita. E soltanto la prontezza al sacrificio rese degni i pescatori di Galilea dell’onore apostolico. Questa regola, una volta messa nei fondamenti della Chiesa di Cristo, è rimasta intatta e così rimarrà in tutti i giorni fino alla fine del mondo. Il grande onore, nella Chiesa di Cristo, significa il grande sacrificio. Il Santo Concilio dei vescovi della Chiesa Serba Ortodossa, guidato da Sua Santità il Patriarca Serbo Gavril, per l’ispirazione del Santo Spirito, ha scelto la mia indegnità a vescovo della Chiesa di Cristo. Con questa elezione m’ha condannato al sacrificio del Golgota di Cristo, ma condannandomi a questo sacrificio, il più grande sacrificio, mi ha concesso il più grande onore che si può concedere ad un uomo mortale. Ed io, in questo momento e da questo posto, con le parole insufficienti della lingua umana, con tutta l’anima e con tutto il cuore, ringrazio Sua Santità il Patriarca ed i vescovi Serbi che mi hanno concesso l’onore del Golgota. Tutto quello che posso dire, ed il massimo che posso dire, è che volontariamente salirò sul mio Golgota e che questo onore non scambierò mai con nessun altro onore sotto questo sole di Dio. Il servizio episcopale è il sacrificio del Golgota, perché il servizio episcopale è il servizio apostolico ed agli apostoli il Signore disse: Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete[1]. Il calice che il Signore ha bevuto ed il battesimo con il quale si battezzò cosa era se non il calice del Golgota ed il battesimo di sangue con il suo proprio sangue? Ogni giorno in questo mondo fu per il Figlio di Dio un Golgota tremendo ed il suo bicchiere di miele completamente sparì nell’immenso calice di amarezza il quale bevve volontariamente. E le sue parole si realizzarono. Il calice, che ha bevuto Lui, hanno bevuto anche i suoi apostoli e così si sono battezzati con lo stesso battesimo con il quale si battezzò Lui stesso. Tra i dodici, undici hanno sparso il loro sangue. Come per il loro Maestro ogni giorno, e non soltanto l’ultimo, della sua vita era un terribile Golgota, così fu anche per i discepoli, cominciando da quel giorno quando, impauriti dai Giudei, s’erano radunati in una stanza oscura a Gerusalemme fino al momento in cui con il loro sangue segnarono i loro giorni. Quello che è successo agli apostoli, è successo anche ai vescovi. Chi può numerare i cimiteri in cui riposano le ossa dei vescovi martirizzati, sparsi sulla terra dal tempo degli apostoli al XX secolo barbarico? Chi può misurare il profondo mare del sangue dei vescovi, nel quale sono affondate innumerevoli vite dei pastori della Chiesa di Cristo? Come per il Figlio di Dio il Venerdì Santo fu soltanto l’ultima e più tremenda tra le sofferenze quotidiane e come gli apostoli con il loro ultimo sacrificio nel sangue, soltanto conclusero il numero di tutti gli innumerevoli sacrifici della loro vita apostolica, così, nella stessa maniera, il vescovo è condannato ad essere pronto in ogni momento non soltanto all’ultimo ed al più grande sacrificio, ma a tutti quei grandi e piccoli sacrifici ed a tutte quelle grandi e piccole agonie dalle quali è fatto il tessuto dei suoi giorni. E così, perché i vescovi sono quelli che hanno, come al tempo loro gli apostoli, lasciato il proprio padre e la propria madre e la moglie ed i figli e la casa e le ricchezze proprie, hanno rinunciato a se stessi, presero la loro croce e seguirono il Cristo. Questa è la formula fondamentale della vita episcopale. Da questa formula sgorgano, come il fiume dalla sua sorgente, le agonie quotidiane del vescovo ed i suoi sacrifici quotidiani.
Il vescovo non ha una propria gioia, né una propria angoscia. La gioia della Chiesa è la sua gioia e l’angoscia della Chiesa è la sua angoscia propria. Il danno della Chiesa è il suo danno, ma la vittoria della Chiesa è il suo trionfo. Ogni bestemmia contro Dio cade sul vescovo come un’umiliazione propria ed ogni motteggio contro il Figlio di Dio come un motteggio contro di lui. Ogni ingiustizia deve toccare la sua anima ed ogni violenza deve provocare la sua giusta ira. Ogni lacrima dei poveri deve scendere per il suo viso ed ogni cuore ferito emettere un gemito dalla sua bocca. Come il vescovo può non essere triste se qualcuno fa del male? Il vescovo vive il Golgota quando guarda come gli uomini seguono i loro simili mortali e voltano le loro teste da Dio immortale. Lui vive il Golgota quando guarda come il seme dell’Evangelo cade sulla strada e gli uccelli lo divorano, e come cade nel rovo e questo lo strozza. Sì, l’episcopato è il Golgota, perché il vescovo deve mettere la verità sopra la vita; ma noi sappiamo che tante volte nella storia dire la verità significa perdere la vita. È necessario che io vi passi in rassegna quegli splendidi esempi del sacrificio episcopale? Numerarvi tutti quei martiri immortali della Chiesa, i quali, con il loro sangue, hanno fortificato i suoi fondamenti ed hanno costruito i suoi tetti con il marmo delle loro ossa martirizzate? Andrei troppo lontano e vi tratterrei per lungo tempo. È necessario fare questo a noi grati figli della diocesi serba ortodossa di Dabro-Bosna? È necessario, per mostrare la figura del vescovo martire, vagare attraverso spazio e tempo, quando una tale figura ha mostrato il suo splendore davanti agli occhi nostri ed ai giorni nostri? Questa è la figura del nostro metropolita Petar Zimonjic.
Noi, anche adesso, sentiamo più volte ripetere le modeste parole pastorali del metropolita Petar: Il fratello è caro, senza guardare quale fede professa. Lui così parlava e così faceva. Offriva il suo amore a destra ed a sinistra. E i fratelli? Cosa hanno fatto? Come lo ringraziarono? Quale dono gli offrirono? Per l’amore gli donarono il campo di concentramento e per fraternità e l’unità lo mandarono nella terra nera! Sii felice, beata anima del metropolita Petar! Tu assomigli al Cristo ed ai suoi apostoli. In questo mondo tu hai sopportato il massimo sacrificio per ottenere nell’aldilà il massimo onore. E perciò malgrado che conosca le debolezze della mia anima, non ho paura che le mie gambe tremeranno sulla via spinosa del Golgota sulla quale mi sono incamminato oggi. Anche se volessero tremare, la luce ed il calore di questi innumerevoli eroi di Cristo restituirebbero loro la sicurezza e la forza.
Nella mia prima omelia pastorale, fratelli e sorelle, voglio dire qualche parola a voi, in Cristo amabili figli di quella Chiesa, della quale sono diventato vescovo oggi. Armatevi, fratelli e sorelle, con le armi spirituali, perché la Chiesa di Cristo combatte oggi in tutto il mondo una guerra tremenda. Questa guerra della Chiesa non è la guerra per il potere e la potenza terrena, ma la guerra per la salvezza delle anime umane, la lotta per la loro sottrazione dall’abbraccio oscuro e mortale di Satana e la loro restituzione nelle braccia beate del Padre Celeste. Questa lotta non è né da oggi né da ieri. Essa dura da quando esiste il genere umano. Ma, questa lotta non fu mai così forte come nei giorni nostri, perché oggi la ricchezza ed il potere hanno scandalizzato le anime umane. Sì, questa guerra con gli spiriti del male è l’impegno della Chiesa oggi e non la guerra con i partiti e gruppi politici di questo mondo. Alla Chiesa di Cristo poco importa quale partito dominerà nel mondo, ma le importa moltissimo che nel mondo regnino Amore, Verità e Giustizia. Finché non domineranno Amore, Verità e Giustizia, neanche la pace sarà presente. Io spero, fratelli, nel vostro amore verso il Salvatore e nella vostra fede in Dio. Spero che questa lotta non perderete voi, ma il vostro nemico, il diavolo. Non dimenticate, che questa lotta vincerete solamente con l’arma del sacrificio. Sacrifici grandi e piccoli… Non dimenticate che siete i discendenti di quel Principe di Kossovo, il quale sacrificò il terreno per ottenere il celeste. Non dimenticate ancora che siete i figli di un popolo, il quale non possiede niente di importante che non abbia pagato con un sacrificio grande. E perciò, se in qualcuno di voi vive il desiderio di sfuggire al sacrificio, bisogna che trasfiguri questo desiderio, oggi nel giorno della Trasfigurazione del Signore, nel desiderio di ottenere l’aureola evangelica della vittoria con il sacrificio evangelico.
Ringrazio voi, fratelli e sorelle, perché oggi avete offerto a Dio il sacrificio della preghiera per la benedizione del mio futuro lavoro. Ringrazio i miei fratelli sacerdoti, i quali oggi insieme con me, hanno offerto al Signore l’Eucaristia e lo hanno pregato di darmi nuove forze per le nuove responsabilità . Ed il nostro Signore, il quale attraverso il più grande sacrificio ci donò la più grande vittoria, doni la vittoria al nostro Patriarca ed all’unica guida della nostra santa Chiesa, la quale guida nell’unico Cristo ha un unico desiderio e la quale nell’unico Dio conduce ad un unico pensiero, la vittoria a tutta la Chiesa Ortodossa, una vittoria grande e gloriosa, la vittoria sopra tutti i suoi nemici. Amìn”.
Le parole del vescovo Varnava furono profetiche. La sua tragica fine le conferma.
Il vescovo Varnava è stato confessore della fede sotto il regime del dittatore Tito, ed è venerato quale santo della Chiesa di Serbia.
mercoledì 1 aprile 2009
Il Santo Sinodo ha creato un nuovo dipartimento “Chiesa e Società”
Riunito presso il monastero San Daniel di Mosca il 31 marzo 2009, per la prima volta dopo l’elezione del patriarca Kyrill, il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha preso molte decisioni importanti. Un nuovo dipartimento sinodale, incaricato dei rapporti tra la Chiesa e la Società, è stato creato: “Tenuto conto della necessità di sviluppare, di perfezionare e di organizzare il dialogo tra la Chiesa e la Società, si è deciso di creare un dipartimento sinodale per i collegamenti tra la Chiesa e la Società. E’ stato assegnato a questo dipartimento di svolgere relazioni con gli organi del potere legislativo, i partiti politici, le associazioni professionali e artistiche e le altre istituzioni della società civile sul territorio canonico del patriarcato di Mosca”.
L’arciprete Vsèvolod Tchapline è stato nominato primo presidente di questo nuovo dipartimento. Questi è stato dispensato della sua funzione di vice presidente del dipartimento esteri.
L’arciprete Vsèvolod Tchapline è stato nominato primo presidente di questo nuovo dipartimento. Questi è stato dispensato della sua funzione di vice presidente del dipartimento esteri.
Mons. Hilarion nominato nuovo presidente del dipartimento esteri

Il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha nominato il 31 marzo 2009 Mons. Hilarion presidente del dipartimento esteri del patriarcato di Mosca e, in virtù di questo incarico, membro permanente del Santo Sinodo.
Mons. Hilarion attualmente era ordinario delle diocesi ortodosse russe in Austria e Ungheria e rappresentante del patriarcato presso le istituzioni europee a Bruxelles.
L’amministrazione delle diocesi ortodosse in Austria e Ungheria è stato affidato, a titolo provvisorio, al vescovo Marc d’Egorievsk, nominato nella stessa riunione del Santo Sinodo, segretario della cancelleria patriarcale per le istituzioni all’estero.
La direzione della rappresentazione del patriarcato di Mosca presso le istituzioni europee a Bruxelles è stato conferito all’arciprete Antoine Ilin, segretario della stessa rappresentazione.
Padre Nicolas Balachov e padre Georges Riabykh sono stati nominati vice-presidenti del dipartimento esteri. Padre Nicolas Balachov è stato segretario del dipartimento alle relazioni con le altre Chiese ortodosse. Egli continuerà a coordinare queste relazioni nella sua nuova veste. Padre Georges Riabykh è stato segretario del dipartimento alle relazioni con la società civile. Oramai, egli sarà l’incaricato dei rapporti con le organizzazioni internazionale e le associazioni pubbliche estere e non più sul territorio canonico del patriarcato di Mosca.
Questa nuova funzione è stata affidata al nuovo dipartimento sinodale Chiesa e Società.
Dal Sito: Makij (Macchia Albanese - cs)
Riceviamo e volentieri presentiamo per gentile concessione del poeta e autorevole studioso del mondo arbereshe (di Strigari – San Cosmo Albanese), Vincenzo Belmonte, una sua poesia composta in "memoria" dell’Arberia.
2085
Valtoni, motra, fort valtoni e qani!
Novën se Arbrì ndë Kallabrje u shua
nd’malet e qellçin gjoni e sirkofani,
njera te dejti e rrukullist’ nga p’rrua.
Nanì gjithsej u qet, por më përpara
kënka, libra, harè, lot, valle, zjarr
era m’ì rr’mbeu dhe gjëma e draghunara
e nd’qiellt i shprishi, se t’e kishin varr.
* * *
Levate alto il compianto, sorelle, e lacrimate!
La nuova che in Calabria s’è spenta l’Arberia
la rechino sui monti l’assiolo e il picchio verde,
in giù se la trascini ogni torrente al mare.
Ma, prima che su tutto si stendesse il silenzio,
canzoni, libri, feste, lacrime, danze, fuoco
il vento li rapì col tuono e la tempesta
e nel cielo li sparse, fatto ad essi sepolcro
20.11.2005 Vincenzo Belmonte
N.D.R.: Non vogliamo essere catastrofici, ma quello che la poesia esprime, malinconicamente, si sta avverando. I nostri paesi si stanno spopolando e il popolo ha perso la voglia di lottare per difendere le sue radici. Un popolo senza midollo è destinato a soccombere, altrochè le solite riunioni dove partecipano solo gli addetti ai lavori, quattro gatti per accaparrarsi i miseri quattro euro, della legge sulle minoranze, sparsi sul letto di morte, dove il resto non interessa, basta scrivere quattro cretinate e sbarcare il lunario e se il popolo è fuori ogni mero calcolo consumistico, poco interessa. Ma la colpa è anche di chi eroga questi fondi, per me lo fa solo per tenere a freno la sua coscienza, non accorgendosi che una lingua è in coma profondo ed un popolo è in estinzione.
Iscriviti a:
Post (Atom)

