mercoledì 18 aprile 2012

Dal sito amico: http://makj.jimdo.com/


LA CONDANNA PONTIFICIA DELL’APOSTOLO PAOLO
 
“Capo della Chiesa è Cristo”

s. Paolo Apostolo


Tomba di san Paolo nella Basilica di san Paolo fuori le Mura (Roma) - Foto tratta da immagini internet
 
     Quando Lutero si servì della figura di Paolo per contrapporla a quella di Pietro, usata, oggi come allora, dal papato per rappresentare il proprio potere politico-religioso, la storia della chiesa romana conosceva già severe interdizioni nei confronti di coloro che avessero osato dare dell’apostolo Paolo un’interpretazione diversa da quella canonica.
     Nel 1329 e nel 1351 i papi Giovanni XXII (1316-34), grande persecutore dei francescani spirituali e fautore della dittatura politico-militare di Carlo d’Angiò in Italia, e Clemente VI (1342-52), che trasformò Avignone, ove il papato aveva trasferito la propria sede, in un importantissimo centro finanziario della cristianità, e dove tenne prigioniero il tribuno del popolo romano Cola di Rienzo, avevano scomunicato e condannato ogni uomo e ogni teoria che avessero tentato di negare che l’apostolo Paolo aveva operato sotto gli incontestabili ordini e l’assoluto potere dell’apostolo Pietro (che allora, come oggi, veniva definito “primo dei papi”). Le sentenze si riferivano soprattutto alle “eresie” di Marsilio da Padova (Defensor Pacis l’opera principale) e Giovanni da Ianduno (Jandun), collaboratore di Marsilio. Per la stessa ragione papa Martino V (1417-31) aveva scomunicato Jan Huss nel sinodo di Costanza.
     Nel 1647, in piena controriforma, un editto di papa Innocenzo X (1644-55), grande nepotista e avverso ai giansenisti, scomunicava quale eretico, condannandolo al rogo, ogni cristiano che osasse credere, seguire o comunicare ad altri l’insegnamento dell’apostolo Paolo circa l’autenticità della propria dignità apostolica, che, come noto, non dipese da quella degli altri apostoli di cui parlano i vangeli.
     L’editto, che faceva parte dei documenti dell’inquisizione, obbligava, in particolare, ogni fedele a credere, sotto la minaccia di severi castighi, che l’apostolo Paolo, in tutta la sua vita cristiana, non aveva esercitato la sua opera missionaria liberamente, ma alle strette dipendenze della monarchia di Pietro, il cui potere si trasmetteva per successione ereditaria, diretta e personale ai soli vescovi di Roma.
     Per convincere la cristianità che il famoso “Primatus Petri” era cosa fondata, il papato elaborò tutta una serie di clamorosi falsi, di cui i più noti sono l’interpolazione del sesto canone del concilio di Nicea, che viene fatto iniziare con le parole: “La chiesa romana ha sempre avuto il primato…”; la famosa “Donazione di Costantino” (elaborata nell’VIII sec. per convincere i franchi a scendere in Italia contro i longobardi, permettendo alla chiesa di costituirsi come potente Stato della penisola), secondo cui l’imperatore Costantino avrebbe trasmesso al papa il potere temporale su Roma e su tutte le province dell’occidente; le cosiddette “Pseudo-Decretali isidoriane”, che, fra le altre cose, affermano un’autorità pontificia sul mondo intero.
     Meno note ma non meno efficaci sono anche tutte quelle interpretazioni strumentali, opposte all’esegesi tradizionale, di alcune opere dei padri della chiesa in cui determinati passi evangelici, come p.es. Mt 15,18 s., Lc 22,31 s., Gv 21,15 s., venivano utilizzati per giustificare il “primato di Pietro”, presentato come una sorta di eccezionale privilegio concesso soltanto a Pietro e, per suo mezzo, ai soli pontefici romani, in virtù del quale costoro si arrogavano il diritto di esercitare una dittatura pressoché assoluta sulla chiesa universale e indirettamente sul mondo intero. La chiesa ortodossa, non meno cristiana della cattolica, veniva definita a tale proposito chiesa “ribelle” o “scismatica”.
     Nel concilio Vaticano I Pio IX (1846-78) stabilì che il primato del papa è la parte più significativa del cattolicesimo-romano e confermò definitivamente la teoria dell’infallibilità pontificia. Pio X (1903-14) nel 1907 e Benedetto XV (1914-22) nel 1920 hanno ripetuto le stesse cose nella maniera più categorica. E anche oggi nessun papa (Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyla, Ratzinger) ha mai messo in discussione il primato di Pietro e l’infallibilità pontificia.
     L’apostolato indipendente di Paolo presso i Gentili è stato per molto tempo una spina nel fianco alla teoria del primato di Pietro. Difficilmente conciliabile con tale teoria apparivano infatti le parole di Paolo secondo cui egli “stimava di non essere in nulla inferiore ai sommi apostoli”(2 Cor 11,5 e 12,11). Nella lettera ai Galati egli scrisse espressamente di essere stato chiamato all’apostolato “non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo”(1,1).
     Egli addirittura considerava Pietro come “secondo” dopo Giacomo, fra quelli “che sono reputati colonne”(Gal 2,9), e in ogni caso non attribuiva a quella triade particolare significato, trattandosi, per lui, di semplici preferenze contingenti, “perché Dio non bada a persona alcuna”(2,6), certamente non dotate di poteri politici assoluti.
     I padri della chiesa interpretarono correttamente la rivendicazione di Paolo, intuendo che fra i primi apostoli (i Dodici e Paolo) tutti avevano medesima dignità, identiche prerogative: non esisteva alcuna superiorità ipostatizzata, stabilita una volta per tutte. Così la pensavano Crisostomo, Cipriano, Basilio, Isidoro di Siviglia…: con assoluta unanimità essi insegnavano che tutti gli apostoli furono quello che era Pietro.
     Lo stesso Ambrogio di Milano scrisse: “Se l’apostolo Pietro aveva qualche precedenza, fra gli altri, questa fu precedenza di confessione non di onore. Precedenza di fede e non di classe”. Non a caso però in occidente, fino a qualche tempo fa, circolavano edizioni del suo libro “Sulla penitenza” nelle quali la parola “fidem” era stata sostituita con la parola “sedem”, per cui il testo arriva a dire esattamente il contrario di quanto aveva scritto Ambrogio: “Non possono avere eredità di Pietro coloro i quali non siedono come lui sulla stessa cattedra”.

Bibliografia: Sulla questione del primato e dell’infallibilità pontificia ancora oggi si discute pochissimo in ambito cattolico. Ve ne citiamo solo alcuni (sempre studi scaturiti in ambito “cattolico”): L’infallibilità (ed. Mondatori, 1977); La Chiesa, (Queriniana, 1969); A. B. Hasler, Pio IX. L'infallibilità del Papa e il Concilio Vaticano I (Stuttgart 1977); Come il papa divenne infallibile. Retroscena del Vaticano I (Torino 1982); P. De Rosa, Vicario di Cristo. Il lato oscuro del papato (Armenia editore, 1985); Cullmann e altri, Il primato di Pietro (Bologna 1965).

NOTA
 
(1) Tratto da sito internet: www.homolaicus.com

Messaggio di Pasqua di Sua Santità Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie

Messaggio di Pasqua di Sua Santità Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Ai membri dell’episcopato, del clero, ai monaci e alle monache e a tutti i fedeli figli e figlie della Chiesa Ortodossa Russa
Eminenze e Eccellenze Reverendissime, reverendi padri, venerabili monaci e monache, cari fratelli e sorelle,

esultando nello spirito in questa festa grande e gloriosa della Risurrezione dai morti del Salvatore del mondo, contemplando nei nostri pensieri la sua ascesa dalla tomba, rivolgo a tutti voi l’annuncio vivificante, traboccante di forza interiore, verità e gioia incontenibile:
Cristo è Risorto!
La notte radiosa della Pasqua manifesta a ogni uomo la pienezza dell’amore di Dio, per il quale il Figlio eterno del Padre celeste prese su di sé la natura umana, la sanò dalla malattia del peccato, e scese negli abissi infernali rompendo le catene della morte, e donando a noi l’inestimabile possibilità di unità con il Creatore e l’artefice della storia.
Nella comunione con l’amore del Signore che tutto vince riceviamo un’arma potentissima «contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 12). Vinciamo la paura che deriva dai limiti della nostra natura umana e acquisiamo la capacità di affrontare senza paura ogni sfida del nostro tempo, poiché «nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore» (1 Gv 4, 18).
Non per niente il Vangelo ci trasmette varie volte le parole che il Signore disse per incoraggiare e rafforzare lo spirito dei suoi seguaci: «Non abbiate paura!». La paura del futuro, il timore dei pericoli, delle minacce sconosciute, immaginarie o reali, è un sentimento noto ai più. Ma il Signore è con noi, basta che noi non lo rifiutiamo. E in questi giorni in cui glorifichiamo la sua vittoria sulla morte, il Salvatore ripete ancora a ognuno di noi: «Non temere, continua solo ad aver fede!» (Mc 5, 36).
Facciamo in modo che il nostro comportamento, opposto allo spirito malvagio di questo mondo, sia la prova visibile della Verità eterna. Infatti, anche se ora viviamo in condizioni di libertà sociale e religiosa, lo sforzo di vivere secondo le norme morali cristiane significa comunque andare contro corrente. Esso manifesta il nostro disaccordo con gli stereotipi di comportamento e con l’atteggiamento di giustificazione del peccato, che oggi vengono imposti con insistenza e sistematicità alla vita delle persone attraverso i moderni mezzi per influenzare la coscienza.
Rivolgendoci al Signore, possiamo liberarci dal vuoto spirituale e dall’egoismo che regna nel mondo, possiamo vedere la luce della Resurrezione e seguirla come stella polare nel nostro cammino verso la Città celeste.
La comunione all’unico Calice eucaristico sia per noi sorgente di forze nel nostro tendere verso l’eternità, e la grazia dello Spirito tuttosanto ci rafforzi e conceda alle nostre anime pace inalterabile, fortezza di fede, profitto nelle virtù.
Comunicandoci al Corpo e Sangue di Cristo, secondo la testimonianza della Scrittura, noi diveniamo «partecipi della natura divina» (2 Pt 1, 4), capaci di cambiare lo stato della nostra natura. L’Eucarestia ci dà la possibilità di diventare in tutto simili a Colui che per amore per noi «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 7-8).
Il cambiamento morale e spirituale di se stessi è la condizione principale e la base per la trasformazione della società, della gente e del paese. Non si può migliorare un insieme, se non se ne migliorano le parti. Il giusto stato d’animo delle persone di tutte le età e di tutte le categorie sociali e politiche determina direttamente il bene della Patria. Dagli orientamenti della vita di ognuno di noi dipende lo sviluppo di tutti i paesi della Rus’ storica, della nostra Chiesa e, in fin dei conti, di tutta la creazione di Dio, che il Creatore ha affidato all’uomo affinché la protegga e la custodisca (cfr. Gen. 2, 15).
In spirito di preghiera auguro a tutti voi, miei cari, di dimorare nella gioia del Risorto, vincitore dell’inferno, e trovare il sostegno celeste nelle vostre fatiche quotidiane.
Cristo è veramente Risorto!
Amìn.
+Kirill,
Patriarca di Mosca e di tutte le Russie
Mosca,
Pasqua di Cristo 2012

sabato 14 aprile 2012






CHIESA ORTODOSSA ITALO-ALBANESE


QISHA ORTODOKSE ARBËRESHE





 MOTRA  E  VËLLEZIRË



KRISHTI U NGJALL !!

URIME  !!!


venerdì 13 aprile 2012


 Santa Pasqua Ortodossa 2012



PATRIARCATO  DI  MOSCA

Parrocchia Ortodossa
San Giovanni di Kronstadt
Palazzo Gallo – P.zza Vittorio Em. II
CASTROVILLARI (cs)


ХРИСТОС ВОСКРЕСЕ     ВОИСТИННУ ВОСКРЕСЕ
HRISTOS A ÎNVIAT    ADEVARAT A ÎNVIAT
 CRISTO Ė RISORTO   VERAMENTE Ė RISORTO
KRISTOS ANESTI        ALITHOS ANESTI
KRISHTI  U  NGJALLË        VIRTETA  U  NGJALLË

A TUTTI  I  FEDELI  ORTODOSSI

B U O N A   P A S Q U A

Ваша во Христе  (In Cristo)

Padre  Giovanni  Capparelli

giovedì 12 aprile 2012

Ufficiature del Giovedi e del Venerdi Santo a cura di Padre Andrea


Ordo per giovedì 12 aprile 2012
30 marzo / 12 aprile 2012    Giovedì
VECCHIO CALENDARIO / NUOVO CALENDARIO
Settimana della Passione.  Grande Giovedì.  Memoria della Mistica Cena.  Del ven. Giovanni della Scala (649).  Celebrazione in memoria dell’incontro della Santissima Madre di Dio e della giusta Elisabetta, madre di san Giovanni il Precursore.  Dello ierarca Sofronio, vesc. di Irkutsk (1771).  Del profeta Gioad (X s. A.C.).  Degli app. Sostene, Apollos, Cefa, Cesare e Epafrodito (I).  Di santa Ebbula, madre del grande mart. Panteleimone (c. 303).  Del ven. Giovanni l’irreprensibile (VI).  Del ven. Zosima, vesc. di Siracusa (c. 662).

Di solito, al Grande Giovedì si prepara la riserva dei Santi Doni per l’intero anno per la comunione dei malati.  L’ordine della lavanda dei piedi, secondo la tradizione, è celebrato quando celebra un ierarca.

Si può suggerire il colore liturgico bianco.

La Liturgia dello ierarca Basilio il Grande comincia con il vespro.

Nota.  Secondo il Tipico, il vespro con la Liturgia dello ierarca Basilio il Grande comincia “dopo l’8° ora del giorno”, cioè, secondo l’ora che usiamo, verso le ore 14. “All’8° ora del giorno, il paraecclesiarca batte [il simandro] e ci riuniamo nella chiesa.  Il sacerdote benedice e cominciamo il vespro senza lettura del salterio.  Re celeste… Trisagio.  Signore, pietà, 12x.  Venite, adoriamo… tre volte.  Poi, il salmo:  Benedici, anima mia, il Signore…” (vedi:  Tipico, cap. 49, “Il Santo e Grande Giovedì la sera”).

            Esclamazione:  “Benedetto è il Regno…”.  L’inizio abituale (con “Re celeste…”) (Ant II pp. 154-155), salmo 103 (Ant II pp. 156-158) (il sacerdote legge le preghiere del lucernario davanti alle porte regali - Ant II pp. 158-161). La grande litania (Ant II pp. 161-162). Nessun catisma.

            Nota.  “Poi, Signore, ho gridato… sul tono 2°, e poniamo 10 versetti.  Il sacerdote cambia il paramento sacerdotale, esce e incensa, e dopo esser tornato, esegue la proscomidia”  (Triodio del Digiuno, “Il Santo e Grande Giovedì la sera”).

            A “Signore, ho gridato…” (Ant II pp. 163-166), le stichire del Triodio, tono 2°[1] - 10 (ogni stichira – due volte). (Ant II pp. 1017-1018:  notare che l’Antologio scorrettamente dispone le stichire come se si cantassero su 6 versetti, invece conviene cantare la prima stichira dopo il versetto “su 10”:  “Trai dal carcere…” - Ant II p. 165).  “Gloria, e ora” – del Triodio, tono 6°:  “Giuda, vera razza di vipere…” (Ant II p. 1018).  Durante questo tempo si conclude l’ordine della proscomidia, alla quale si preparano due Agnelli:  uno per questa Liturgia e l’altra per preparare la riserva dei Santi Doni per tutto l’anno.

            Ingresso con il Vangelo (Ant II p. 166).  “Luce gioiosa…” (Ant II p. 167).  Primo prochimeno del Triodio, tono 1°:  “Strappami, Signore, dall’uomo malvagio,* dall’uomo ingiusto, liberami”;  versetto:  “Perché hanno tramato ingiustizia nel cuore, tutto il giorno preparano guerre.” (Ant II p. 1018).  E si legge la prima paremia del Triodio (dall’Esodo:  Ant II pp. 1018-1019).  Il 2° prochimeno del Triodio, tono 7°:  “Strappami dai miei nemici, o Dio,* e da quanti insorgono contro di me riscattami”;  versetto:  “Liberami dagli operatori di iniquità, e dagli uomini di sangue salvami” (Ant II p. 1019), e si leggono le altre due paremie del Triodio (di Giobbe e di Isaia)[2] (Ant II pp. 1019-1021).  La piccola litania (“Ancora e ancora…”).  Esclamazione:  “Poiché sei santo, Dio nostro…”[3].  Il Trisagio.  Il Prochimeno dell’Apostolo, tono 7°:  “I principi delle genti si riunirono insieme contro il Signore* e contro il suo Cristo”;  versetto:  “Perché si agitarono le genti e i popoli meditarono vanità?” (Ant II p. 1021).  Apostolo – 1 Cor § 149 (Ant II p. 1021).  Alleluia, tono 6°:  “Beato colui che ha intelligenza del povero e del misero nel giorno cattivo lo libererà il Signore.”;  versetto:  “I miei nemici mi hanno augurato il male:  Quando morirà e perirà il suo nome?”;  versetto:  “Colui che mangiava i miei pani, ha levato il calcagno contro di me.” (Ant II pp. 1021-1022:  notare che l’Antologio sbaglia chiamando questi versetti “prochimeno” invece di “alleluia”).  Vangelo (lettura composta) – Mt. § 107:  “Disse il Signore ai suoi discepoli:  Voi sapete che fra due giorni è pasqua…” (Ant II pp. 1022-1026).
           
Oltre si segue l’ordine della Liturgia dello ierarca Basilio il Grande.
           
Invece dell’inno dei Cherubini, si canta tre volte:

            Della tua mistica cena oggi, Figlio di Dio, accoglimi partecipe:  poiché non svelerò il mistero ai tuoi nemici, né ti darò un bacio come Giuda, ma come il ladrone mi rivolgo a te dicendo:  ricordati di me, Signore, nel tuo regno.  Alleluia, alleluia, alleluia.

            L’inno viene cantata due volte prima della trasferta dei Santi Doni (senza “Alleluia”), e la terza volta dopo la trasferta dei Doni (con “Alleluia”).

            Nota.  “Al posto dell’inno dei cherubini, cantiamo sul tono 6°:  Della tua mistica cena…, tre volte, a cori alternati;  alla volta finale:  Alleluia, tre volte” (Tipico, tono 49, “Il Santo e Grande Giovedì la sera”).

            Invece di “È veramente giusto…”, cantiamo l’irmo del 9° Ode del canone del Grande Giovedì, tono 6°: 

            Venite, o fedeli,* con sensi elevati godiamo,* nella sala alta,* dell’ospitalità del Signore* e della sua mensa immortale,* apprendendo dal Verbo, che noi magnifichiamo,** più alte parole.

            Invece del versetto della comunione, durante la comunione e al posto di “Siano colmate le nostre labbra…”, si canta “Della tua mistica cena…”, “Alleluia” (tre volte).

            Dopo “Salva, o Dio, il tuo popolo…”, cantiamo:  “Abbiamo visto la vera luce…”.

            Nota.  “Al posto del versetto della comunione cantiamo lo stesso tropario Della tua mistica cena, molte volte, fino a che i fratelli hanno comunicato ai Divini Misteri.  Poi:  Alleluia, tre volte.  Al posto di:  Siano colmate le nostre labbra, cantiamo lo stesso tropario, e Alleluia.” (Tipico, cap. 49, “Il Santo e Grande Giovedì).

            Congedo breve:  “Colui che nell’estrema condiscendenza della sua bontà mostrò la via eccellente dell’umiltà, quando lavò i piedi dei discepoli, abbassandosi per noi fino alla Croce e il seppellimento, Cristo nostro vero…” (i santi del giorno e del tempio non sono menzionati).

            Nota.  “Poi entriamo nel refettorio e mangiamo cibo cotto con olio.  Beviamo anche del vino, e altra xerofagia, poiché si canta “Alleluia”.  Ma il Tipico del monastero di Studion comanda di mangiare, il Grande Santo Giovedì, una sola pietanza di cibo cotto, e cibo succoso, e fagioli cotti, e beviamo anche del vino.  Invece, il Tipico della Santa Montagna comanda di mangiare, il Santo Grande Giovedì, due pietanze di cibo cotto e [di bere] tre coppe di vino.  E tutto questo come decide il rettore, vedendo i suoi fratelli in Cristo intenti a profitto salvifico per l’anima” (Tipico, cap. 49, “Il Santo e Grande Giovedì la sera”).

[…]

31 marzo / 13 aprile 2012    Venerdì
VECCHIO CALENDARIO / NUOVO CALENDARIO

Settimana della Passione.  Grande Venerdì.  Memoria delle Sofferenze Sante e salvifiche del nostro Signore Gesù Cristo.  Dello ieromart. Ipatio, vesc. di Gangra (c. 326).  Dello ierarca Innocenzo, metr. di Mosca. Dello ierarca Giona, metr. di Mosca e di tutta la Rus’, taumaturgo (1461) (per l’ufficiatura, vedi 15 giugno).  Dello ieromart. Giovanni, presbitero (1938).  Del ven. Ipatio il guaritore, delle Grotte, nelle Grotte lontane (XIV). Del ven. Apollionio di Egitto (IV).  Degli ieromartt. Abda, vesc. persiano, e Beniamino diacono (418-424).  Del ven. Ipatio, igùmeno di Rufiniana (c. 446).

Non si celebra la Liturgia.  Digiuno severo.

“Cantiamo l’ufficio di mezzanotte nelle celle” (Tipico, cap. 49, “Il Santo e Grande Giovedì la sera”).

Il Mattutino del Grande Venerdì (con la lettura dei 12 Vangeli), chiamato dal Tipico “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze del nostro Signore Gesù Cristo” è celebrato di solito il Grande Giovedì la sera.  Secondo il Tipico, deve cominciare alla 2° ora della notte, cioè, secondo il compiuto contemporaneo, alle 20h la sera del Grande Giovedì.

            Nota.  “Alla 2° ora della notte il paraecclesiasca batte [il simandro].  Quando ci siamo riuniti nel tempio, il sacerdote benedice con l’incensiere, e diciamo come di solito, come fu prescritto per giovedì della 5° settimana” (Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”).

            Si può consigliare il colore liturgico nero.

            Il sacerdote:  l’esclamazione, “Benedetto è il nostro Dio…” (Ant II p. 89).  Il lettore:  “Amen”; “Gloria a te, Dio nostro, gloria a te”, “Re celeste…” (Ant II p. 154).  Trisagio (Ant II p. 155).  Dopo “Padre nostro…” (Ant II p. 155), il sacerdote:  “Poiché tuo è il regno…”.  Il lettore:  “Amen”, “Signore, pietà” (12 volte).  “Gloria, e ora”, “Venite, adoriamo…”, tre volte (Ant II p. 155) e i due salmi (Ant II pp. 89-91) (durante i salmi, l’incensazione abituale). “Gloria, e ora”.  I tropari, “Salva, Signore, il tuo popolo…” ecc. (Ant II p. 16), la litania “Abbi pietà di noi…” (Ant II pp. 16-17).  Coro:  “Amen.  Nel nome del Signore, benedici, Padre” (Ant II p. 17).

            Il sacerdote:  “Gloria alla santa…” (Ant II p. 17).  Il coro:  “Amen.”  Il lettore (in mezzo alla chiesa):  “Gloria a Dio…” (2 volte); “Signore, apri le mie labbra…” (Ant II p. 17), e l’Esasalmo (Ant II pp. 17-24). (Il sacerdote legge le preghiere del mattutino – Ant II pp. 24-29.)  La grande litania (Ant II pp. 29-30).  “Alleluia”, tono 8° (Ant II p. 1027) (con i versetti, letti dal sacerdote, “Dal primo albeggiare…” – Ant II p. 1027), e il tropario “sommessamente e con dolce canto”, stesso tono:  “Mentre i gloriosi discepoli…” (Ant II p. 1028).  “Gloria” – stesso tropario.  “E ora” – stesso tropario.

            Nota.  “Dopo il tropario il rettore entra con il diacono nel santo santuario, si veste dei paramenti sacerdotali e incensa la santa mensa in forma di croce, e tutto il santo santuario, e i cori, e i fratelli secondo l’ordine” (Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”).

            Il Tipico della Chiesa indica che si deve leggere i Vangeli delle Sante Sofferenze nel santuario (per cui il Vangelo rimane sull’altare), ma è ormai fermamente stabilito l’uso di leggerli nel centro del tempio.  All’inizio del canto del tropario, si aprono le porte regali e il primo celebrante in felonio porta il Vangelo fuori al centro del tempio.  Si distribuiscono candele ai celebranti sacri e ai fedeli.  Le candele vengono spente dopo la lettura di ogni Vangelo e vengono riaccese all’inizio del Vangelo seguente.[4]  Poi, mentre il canto del tropario continua, il primo celebrante compie l’incensazione completa di tutto il tempio.  Alla fine del tropario e dell’incensazione – la piccola litania[5], esclamazione:  “Poiché tuo è il dominio, e tuo è il regno e la potenza e la gloria, del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli”.  Poi:  “Perché siamo fatti degni...” (Ant II p. 1028).[6]  “Sapienza, in piedi...” (Ant II p. 1028), “Pace a tutti” e il resto come di solito (Ant II p. 1028).

            Nota.  Secondo la tradizione, prima della lettura di ogni Vangelo, si batte la grande campana il numero di volte corrispondente al numero della lettura (1 volta prima del primo, 2 volte prima del secondo, ecc.).  Dopo la fine del 12° Vangelo, si suona un breve trezvon.

            Prima della lettura del Vangelo, secondo la tradizione, i cantori cantano:  “Gloria alle tue sofferenze, Signore” (seppure il Tipico non da’ tale indicazione).

            Dopo la lettura del Vangelo, i cantori:  “Gloria alla tua longanimità, Signore” (Ant II p. 1034) (questo ipofono è indicato dal Tipico).

            Dopo ciascuno dei primi cinque Vangeli (Ant II pp. 1028-1046) si cantano le antifone di compunzione, che fungono come supplemento alla lettura evangelica, spiegando il profondo senso spirituale dei fatti ricordati.  Se è difficile di cantarli tutti, è necessario leggerli.  Ogni tropario di queste antifone è cantato oppure letto due volte;  questa particolarità di esecuzione è specialmente stipulata dal Tipico (vedi Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”).

            Dopo la 3°, 6°, 9°, 12° e 15° antifona (Ant II pp. 1034-1048) segue una piccola litania, dopodiché si cantano gli inni sessionali[7], durante i quali, secondo la tradizione stabilita, si fa una piccola incensazione (cominciando dal Vangelo deposto sul leggio).  Il Tipico prescrive al diacono oppure al sacerdote di incensare soltanto la santa mensa, cioè l’altare, ma questo si fa’ solo allorquando il Vangelo è letto non nel centro del tempio, come ora si fa, bensì nel santuario.  Dopo questo, quando l’inno sessionale è terminato, si canta “Gloria”, e la fine dell’inno, e poi, “E ora”, e tutto l’inno sessionale una seconda volta.

            1° Vangelo – Giov. § 46 (Ant II pp. 1028-1054).  Antifone 1°, 2° e 3° (Ant II pp. 1034-1035).  Esclamazione dopo la litania:  “Poiché a te si addice ogni gloria…”.  Inno sessionale, tono 7°  “Durante la cena, mentre nutrivi i tuoi discepoli,*…” (Ant II p. 1036).

            Nota.  “Questo 1° Vangelo è letto dal rettore, e gli altri dai sacerdoti, uno da ciascuno” (vedi Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”).  Per il 12° Vangelo, il Tipico dice anche che “il rettore [lo] legge”.

            2° Vangelo – Giov. § 58 (Ant II pp. 1036-1037).  Antifone 4°, 5° e 6° (Ant II pp. 1037-1039).  Esclamazione dopo la litania:  “Poiché è benedetto e glorificato il veneratissimo e magnifico tuo nome, del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli”.  Inno sessionale, tono 7°:  “O Giuda, che cosa mai ti ha spinto…” (Ant II p. 1039).

            3° Vangelo – Mt. § 109 (Ant II pp. 1039-1040).  Antifone 7°, 8° e 9° (Ant II pp. 1040-1041).  Esclamazione dopo la litania:  “Poiché tu sei il nostro Dio, e a te innalziamo la gloria…”[8].  Inno sessionale, tono 8°:  “Come ha potuto Giuda…” (Ant II p. 1042).

            4° Vangelo – Giov. § 59 (Ant II pp. 1042-1043).  Antifone 10°, 11° e 12° (Ant II pp. 1043-1045).  Esclamazione dopo la litania:  “Sia benedetto e glorificato il dominio del tuo regno, del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli”.  Inno sessionale, tono 8°:  “Quando comparisti…” (Ant II p. 1045).

            5° Vangelo – Mt. § 111 (Ant II pp. 1045-1046).  Antifone 13°, 14° e 15° (Ant II pp. 1047-1048).  Esclamazione dopo la litania:  “Poiché è benedetto il santissimo tuo nome e glorificato il tuo regno, del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli”.  Inno sessionale, tono 4°:  “Ci hai riscattati…” (Ant II p. 1048).

            6° Vangelo – Mc. § 67 (Ant II p. 1048-1049).
            Dopo il 6° Vangelo si cantano i macarismi del Triodio (con i tropari) (Ant II pp. 1049-1051).[9]  Durante i macarismi – piccola incensazione.  Piccola litania.  Esclamazione:  “Poiché ti lodano tutte le Potenze Celesti…”.  Il diacono: “Stiamo attenti”.  “Sapienza”.  Prochimeno [letto dal diacono], tono 4°:  “Si sono divisi le mie vesti, e sulla mia tunica hanno gettato la sorte”;  versetto:  “O Dio, Dio mio, volgiti a me, perché mi hai abbandonato?” (Ant II p. 1051 – ma non 3 volte come scrive l’Antologio).

            7° Vangelo – Mt. § 113 (Ant II p. 1051-1052).

            Salmo 50 (Ant II pp. 128-129).[10]

            8° Vangelo – Lc § 111 (Ant II p. 1052-1053).

            Il triodio del Triodio, composizione del ven. Cosma, tono 6°, gli irmi due volte, i tropari su 12, con l’ipofono:  “Gloria a te, Dio nostro, gloria a te”.  (Le odi bibliche non sono salmodiate). (Ant II pp. 1053-1056).  Catavasia:  lo stesso irmo (Ant II pp. 1054-1056).

            Dopo Ode 5° - piccola litania.  Esclamazione:  “Tu sei infatti il re della pace…”.  Condacio del Triodio, tono 8°:  “Venite, celebriamo tutti* colui che per noi è stato crocifisso.*…” (Ant II p. 1054), e l’ico, stesso tono:  “Maria l’agnella, vedendo il proprio agnello*…” (Ant II p. 1054).

            Non cantiamo “Più venerabile…”[11].  All’Ode 9° - la solita incensazione del tempio (comincia, come di solito, nel santuario alla fine dell’8° Ode del canone e termina davanti all’altare) (Non si dice “magnifichiamo la Madre di Dio…”, come erroneamente indicato nell’Antologio II p. 1056).

            Dopo l’Ode 9° non si canta “È veramente degno…”.  Piccola litania.[12]  Esclamazione:  “Poiché ti lodano…” (Ant II p. 1056).  Esapostilario del Triodio:  “In questo giorno, Signore, hai reso degno del paradiso il ladrone che comprendeva giustamente:  illumina anche me col legno della croce, e salvami.” (Ant II p. 1057, ma l’Antologio omette l’aggettivo blagorazumnago – “che comprendeva giustamente”).  “Gloria” – lo stesso;  “E ora” – lo stesso.

            9° Vangelo – Giov. § 61 (Ant II p. 1057).

            “Tutto ciò che respira…”[13] e i salmi delle lodi (Ant II pp. 66-67) (si cantano, tono 3°, i primi due versetti con l’ipofono “A te si addice l’inno, o Dio”, poi si leggono i salmi fino al versetto “Lodatelo per le sue opere potenti…” – Ant II p. 1058).

Alle lodi, le stichire del Tirodio, tono 3° - 4 (la prima stichira – due volte).  (Ant II pp. 1058-1059).  “Gloria” – del Triodio, tono 6°:  “Mi hanno spogliato delle mie vesti,*…” (Ant II p. 1059), “E ora” -  del Triodio, stesso tono:  “Ho dato le spalle ai flagelli,*…” (Ant II p. 1059). 

10° Vangelo – Mc. § 69 (Ant II p. 1059).

Il lettore:  “Gloria a te che hai mostrato la luce” (“A te si addice la lode…” non si dice – contrariamente all’indicazione dell’Ant II p. 1059), e la piccola dossologia feriale  - “Gloria a Dio nel più alto dei cieli,…” (Ant II pp. 85-86).  La litania “Completiamo la nostra preghiera mattutina…” (Ant II pp. 70-71), esclamazione:  “Poiché sei Dio di misericordia…” (Ant II p. 71), e la solita preghiera di inclinazione del capo (Ant II pp. 71-72) con l’esclamazione “Poiché tuo è l’avere misericordia…” (Ant II p. 72).[14]

11° Vangelo – Giov. § 62 (Ant II p. 1060).

Gli apostichi del Triodio, tono 1° e tono 2° - 4 (con i loro ipofoni – Ant II pp. 1060-1061).  “Gloria” – del Triodio, ton 8°:  “O Signore, quando sei salito sulla croce,*…” (Ant II p. 1061), “E ora” – del Triodio, tono 6° (non “stesso tono”, come indica Ant II p. 1061):  “Già intingono i giudici iniqui* la penna…” (Ant II p. 1061).

Nota.  Durante il canto degli apostichi (prima del 12° Vangelo), si fa l’incensazione completa di tutto il tempio, come all’inizio (prima del 1° Vangelo):  “Poi il diacono incensa, come all’inizio, tutto il tempio” (cf.  Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”). 

12° Vangelo – Mt. § 114 (Ant II pp. 1061-1062).

Il sacerdote riporta il Vangelo nel santuario.  Si chiudono le porte regali.

            “È bene…” (Ant II p. 114) (una sola volta).  Trisagio.  Dopo “Padre nostro…” – si canta il tropario, tono 4°:  “Ci hai riscattati dalla maledizione della Legge*…” (Ant II p. 1062).  Litania:  “Abbi pietà di noi, o Dio…” (Ant II p. 70).  Esclamazione:  “Poiché sei Dio misericordioso e amico degli uomini…” (Ant II p. 70).  I cantori:  “Amen”.  Il diacono:  “Sapienza”.  I cantori:  “Benedici”.  Il sacerdote:  “L’Esistente è benedetto…” (Ant II p. 72).  I cantori:  “Amen.  Conferma, o Dio, la santa fede ortodossa dei cristiani ortodossi, nei secoli dei secoli”.  Sacerdote:  “Santissima Madre di Dio, salvaci.”  I cantori “Più venerabile dei cherubini…” (Ant II p. 72).  Sacerdote:  “Gloria a te, Cristo Dio…” (Ant II p. 72).  Cantori:  “Gloria, e ora”, “Signore, pietà” (tre volte), “Benedici”.  Congedo:  “Colui che pazientemente subì gli sputi, le percosse, gli schiaffi, la Croce e la morte per la salvezza del mondo, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua purissima Madre e di tutti i santi, abbia pietà di noi e ci salvi, poiché è buono e amico degli uomini” (non si fa menzione dei santi del tempio e del giorno).  Si canta il policronio (“Salva, Cristo Dio, e abbi pietà del gran signore…”).

            Non si aggiunge l’Ora 1°, poiché fa parte dell’ufficiatura delle ore del Grande Venerdì.


[1] Le stesse stichire che furono cantate alle lodi del mattutino (vedi:  Ant II pp. 1012-1013).
[2] Durante il canto dei prochimeni le porte regali, secondo la tradizione, sono aperte ;  durante la lettura delle paremie le porte regali vengono chiuse.
[3] L’esclamazione “Poiché sei santo, Dio nostro…” è pronunciata alla Liturgia anche quando è celebrata con il vespro.  Secondo l’opinione dell’arciprete K. Nikol’skij (vedi in Manuale per imparare il Tipico liturgico della Chiesa Ortodossa, p. 388), in questo caso bisogna esclamare “Signore, salva i pii…”.  L’ordine per pronunciare “Signore, salva i pii…” è lo stesso come alla Liturgia quando è celebrata senza essere combinata con il vespro.  Quando il sacerdote celebra senza diacono, deve pronunciare egli stesso l’esclamazione “Signore, salva i pii e ascoltaci” secondo la redazione seguente.  Il sacerdote pronuncia l’esclamazione:  “Poiché sei santo, Dio nostro, e a te innalziamo la gloria, al Padre e al Figlio e al Santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli.”  Il coro:  “Amen”.  Il sacerdote:  “Signore, salva i pii.”  Il coso canta lo stesso.  Il sacerdote:  “E ascoltaci”.  Il coro canta lo stesso e poi canta:  “Santo Dio…”.  (Vedi:  Disposizioni del Santo Sinodo < sull’ordine per esclamare “Signore, salva i pii…”>, sessione del 17 luglio 1997, Giornale del Patriarcato di Mosca [Mosca, 1997], N° 8, pp. 15-16).
[4] « Allora il rettore della chiesa distribuisce le candele ai fratelli, i quali le accendono per ogni Vangelo » (Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”).

[5] « Queste litanie sono dette dal diacono, oppure dal sacerdote, prima degli inni sessionali fino all’8° Vangelo » (Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”).

[6] Questo si dice prima della lettura di ogni Vangelo.
[7] “Il canonarca canta l’inno sessionale… al centro della chiesa.  Gloria, la fine;  E ora:  di nuovo tutto.  Durante questi inni non ci sediamo, ma cantiamo in piedi, poiché in quel tempo il sacerdote oppure il diacono incensa la santa mensa (Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”).  “Non ci sediamo durante questi inni sessionali, poiché il sacerdote incensa il santo santuario, ma stando in piedi li cantiamo” (Triodio del digiuno, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Giovedì la sera”).


[8] Cf.  Arciprete K. Nikol’skij, Manuale per imparare il Tipico liturgico della Chiesa Ortodossa, p. 611;  Le ufficiature della Settimana della Passione del Grande Digiuno (Mosca, 1994) p. 349.
[9] I versetti dei macarismi e i tropari devono essere cantati.  I quei templi, ove si considera che sarà difficile di eseguire questa tradizione del Tipico, è ammissibile di cantare i versetti dei macarismi e leggere i tropari.  Il canto dei macarismi con i tropari è una particolarità del mattutino del Grande Canone e del mattutino del Grande Venerdì (con la lettura dei 12 Vangeli), perciò non deve assolutamente essere omesso.
[10] Nel Tipico è scritto:  “Da questo punto il diacono cessa di incensare, e le litanie degli inni sessionali non si dicono” (cf. Tipico, cap. 49, “L’Ordine delle Sante e salvifiche Sofferenze…”,  “Il Santo e Grande Venerdì la mattina”). 
[11] Cioè, non cantiamo, come di solito al mattutino, il canto della Madre di Dio, « Magnifica l’anima mia il Signore… ».  Il ritornello del canto della Madre di Dio, « Più venerabile dei cherubini… » è oggi il testo dell’irmo 9° del canone e come tale viene cantato.
[12] Il Tipico non dice nulla di questa litania, ma questo silenzio è usuale.
[13] Non è caratteristico per il mattutino feriale di cantare i salmi delle lodi dalle parole “Tutto ciò che respira…”, ma al mattutino del Grande Venerdì “Tutto ciò che respira…” prima dei salmi delle lodi è direttamente indicato dal Tipico e dal Triodio del digiuno e costituisce una particolarità dell’ufficiatura di questo giorno.
[14] Il Tipico tace per quanto riguarda la preghiera di inclinazione del capo:  « Dopo questo, il sacerdote dice la litania: Completiamo la nostra preghiera mattutina, e il resto come di solito.  Poi, dopo l’esclamazione:  Poiché sei Dio di misericordia, subito il Vangelo 11°, di Giovanni, sezione 62 ».  Comunque, ovunque nella pratica liturgica dopo l’esclamazione della litania segue la benedizione usuale:  Pace a tutti, e la preghiera di inclinazione del capo (con l’esclamazione Poiché tuo è l’avere…).  Cf. V. Rozanov, Il Tipico liturgico della Chiesa Ortodossa, p. 578.