

Estratto dal IV volume dell'opera di P. Francesco Russo: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio
La più antica raffigurazione dell'apostolo è stata ritrovata a poca distanza dalla sua tomba, anch'essa oggetto di nuovi accertamenti. La Chiesa volle rappresentarlo come il Platone cristiano. Una decisione audace. E ancor oggi attualissima
di Sandro Magister

ROMA, 30 giugno 2009 – L'anno dedicato a san Paolo, a due millenni dalla sua nascita, si è concluso con due importanti scoperte annunciate lo stesso giorno, la vigilia della festa del santo.La prima scoperta l'ha rivelata Benedetto XVI in persona, nell'omelia dei vespri del 28 giugno, nella basilica romana di San Paolo fuori le Mura:"Siamo raccolti presso la tomba dell’apostolo, il cui sarcofago, conservato sotto l’altare papale, è stato fatto recentemente oggetto di un’attenta analisi scientifica. Nel sarcofago, che non è stato mai aperto in tanti secoli, è stata praticata una piccolissima perforazione per introdurre una speciale sonda, mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato con oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani d’incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree. Inoltre, piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a persona vissuta tra il I e il II secolo. Ciò sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo".Anche per Paolo dunque – come già per l'apostolo Pietro la cui tomba è ormai identificata con sicurezza sotto l'altare maggiore della basilica di San Pietro in Vaticano – si ha l'importante conferma che sia sepolto proprio dove è stato sempre venerato: sotto l'altare maggiore della basilica romana a lui dedicata.***La seconda scoperta è stata invece annunciata da "L'Osservatore Romano" nella sua edizione del 28 giugno.È la scoperta della più antica raffigurazione dell'apostolo Paolo che si conosca, risalente alla fine del IV secolo: la raffigurazione riprodotta sopra in questa pagina.Questa immagine di Paolo è affiorata il 19 giugno scorso dagli scavi che sono in corso in una catacomba intitolata a santa Tecla, lungo la via Ostiense che porta da Roma al mare, a poca distanza dalla basilica dell'apostolo.Ripulendo con raggi laser la volta di un cubicolo, gli archeologi hanno visto tornare alla luce una ricca decorazione ad affresco. Al centro della volta è apparsa l'immagine del Buon Pastore, con attorno, in quattro tondi, le figure di Paolo, la meglio conservata, di Pietro e probabilmente di altri due apostoli.Gli archeologi Fabrizio Bisconti e Barbara Mazzei, in due ampi resoconti sul giornale della Santa Sede, hanno fornito tutti i dettagli della scoperta. Ma c'è un elemento che colpisce più di altri. E riguarda i motivi che portarono a raffigurare l'apostolo Paolo così come lo vediamo in questo affresco e poi in tanti altri successivi: con l'aspetto di un filosofo, lo sguardo pensoso, la fronte alta, la calvizie incipiente, la barba appuntita.In effetti, in una mostra d'arte dedicata a san Paolo inaugurata pochi giorni fa in un'ala dei Musei Vaticani, sono esposte le teste scolpite in epoca romana di due filosofi – uno dei quali probabilmente è Plotino – che presentano forti somiglianze con le antiche raffigurazioni di Paolo, a partire da quella che è stata ora scoperta.La stessa questione si pone per l'apostolo Pietro, raffigurato tradizionalmente con capigliatura corta, folta e candida, col volto ampio e lo sguardo deciso, con la barba anch'essa corta e piena. E così per altri protagonisti della storia sacra.La ritrattistica era diffusissima nell'arte greca e romana. Ma nella cultura ebraica le immagini umane erano interdette e quindi era impensabile che Paolo e gli altri si facessero ritrarre. Solo più tardi la Chiesa accettò di raffigurare i personaggi della fede cristiana.Ma come? Ecco la suggestiva spiegazione che ha dato il professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani e grande storico dell'arte, nel presentare la mostra su san Paolo:"Il problema si pose fra il III e il IV secolo quando una Chiesa ormai diffusa e strutturata giocò il grande e geniale azzardo che sta alla base di tutta la nostra storia artistica. Accettò e fece proprio il mondo delle immagini e lo accettò nelle forme in cui lo aveva elaborato la tradizione stilistica e iconografica ellenistico-romana. Avvenne così che Cristo buon pastore assumesse il volto di Febo Apollo o di Orfeo, e che Daniele nella fossa dei leoni avesse le sembianze di Ercole, l'atleta nudo vittorioso."Ma come rappresentare Pietro e Paolo, i principi degli apostoli, le colonne portanti della Chiesa, i fondamenti della gerarchia e della dottrina? Qualcuno ebbe un'idea felice. Diede ai protoapostoli le sembianze dei protofilosofi. Così Paolo, calvo, barbato, l'aria grave e assorta dell'intellettuale, ebbe il volto di Platone o forse di Plotino, mentre quello di Aristotele fu dato al pragmatico e terrestre Pietro, che ha il compito di guidare nelle insidie del mondo la Chiesa professante e combattente".Se così avvenne, la Chiesa dei primi secoli non ebbe dunque alcuna timidezza ad attribuire agli apostoli, e in particolare a Paolo, l'aspetto del filosofo, né a tramandare, a studiare, a proclamare il suo pensiero nella sua interezza, certamente non facile ad essere capito e accettato.Lo stesso si può dire dei Padri della Chiesa. In un a fase di cristianesimo in espansione, in una fase in cui la trasmissione della fede cristiana alle genti era in pieno sviluppo, la Chiesa non pensò mai di annacquare o addomesticare il proprio messaggio per renderlo più accettabile agli uomini del tempo.


Fermiamo questo fraticidio
Fermi, anzi basta: mi sembra che si sta superando il fraterno e amichevole gusto del dialogo anche tra persone che non la pensano allo stesso modo. Bene Isodora sei una ortodossa, brava, simpatica, greca, vivi a Roma (infatti non è arrivata nessuna segnalazione di un tuo collegamento con il Blog dalla Grecia), cosa dire su di te, complimenti e sette più, non posso darti un voto più alto. L'Arbresh sente il bisogno di difendere la mia ortodossia e la mia onorabilità ed il sangue fraterno, io al centro faccio da arbitro e dico: "Stiamo andando oltre la siepe e non sapendo poi cosa riusciremo a trovare dall'altra parte e se riusciremo a fermarci in tempo, pregherei ai contendenti di chiudere subito il contenzioso" . Io non ho bisogno di nessuno che si azzardi a disquisire sulla mia ortodossia; se uno è ortodosso, a prescindere dalla nazionalità o dalla giurisdizione ecclesiastica di appartenenza, resta ortodosso per sempre. Per quanto riguarda il Patriarcato di Mosca, devo dire francamente alla Signorina Isidora, che non fa altro, (come lo fa d'altronde il Patriarcato di Costantinopoli, il Patriarcato di Romania ecc.), che dare conforto spirituale a tutti i russi emigrati, sparsi per l'Italia e quindi anche in Calabria, e devo dirti che ce ne sono a migliaia. Per questi motivi si è reso doveroso mandare un prete del Patriarcato incontro a queste prospettive ecclesiali.
Circa il mio o altrui uniatismo, devo ancora ribadire, che con tutto il rispetto che posso avere per la tua persona, non conosci la storia reale del povero popolo martoriato Arbëreshë o Italo-albanese, perché se tu minimamente avessi cognizione di ciò che abbiamo subito dalla venuta in Italia dal 1450 circa, fino ad oggi, non parleresti in questi termini dispregiativi.
La storia del popolo Arbëreshë o Arvanita o Arberore è costellata di patimenti, di persone maltrattate, di un popolo che ha dovuto lavorare e con il sudore del proprio sangue arrivare a mantenere certe peculiarità che, grazie a Dio, ancora resistono nei nostri oramai poveri villaggi.
Eravamo ortodossi, eccome, le nostre sono state migrazioni con al seguito i Papàs greci, che si portavano appresso la Fede Ortodossa, il Tipikon di Costantinopoli, Le Ufficiature Ortodosse, l’orgoglio orientale, la mentalità bizantina ed anche le mogli con tanto di figli.
Come dicevo al Prof. Giorgio Dorangricchia e come Lui stesso ha sostenuto, non c’è un minimo straccio di scritto in cui si può confermare il passaggio del popolo greco-albanese sotto il Papa di Roma Antica. Nel corso dei secoli a iniziare dal Concilio di Trento, o Controriforma, sono iniziati i patimenti religiosi di noi arbresh. Mentre prima l’Arcivescovato di Ocrida aveva mandato diversi Vescovi che avevano giurisdizione da Ancona ad Agrigento circa l’ordinazione presbiterale per i greco-albanesi, dopo questo concilio tutto è passato sotto i Vescovi latini e chi si azzardava ad andare i Grecia, dei nostri preti albanesi, per farsi ordinare, tornato in Italia, era additato come eretico e scismatico. Molti di questi non sono più tornati o perché morti durante l’attraversamento del mare, o perché catturati e uccisi dai turchi.
Ora considerato che tra le due sponde del Mediterraneo, era quasi impossibile dialogare a causa dei Turchi islamici, anche noi avendo perso la strada maestra che ci avrebbe fatto da battistrada per un continuo colloquio sacramentale, grazie a Dio e grazie alla nostra caparbietà abbiamo salvato il salvabile, intanto la liturgia, la lingua, le tradizioni e la cultura. E se a te tutto questo sembra poco, non saprei più cosa dirti.
Per ciò che riguarda chi ritorna in piena libertà alla Fede dei Suoi Padri, da te è considerato un ortodosso si scarso valore, devo, mi perdoni, considerarti una negligente in comportamento fraterno. Magari domani tutti gli albanesi potessero ritornare alla Fede dei nostri Avi, sarebbe una grande festa e non è escluso che ciò potrà accadere, con l’aiuto del Signore e di poveri presbiteri come me, i quali faticano non poco a spiegare ai propri fratelli la loro reale e giusta storia.
Il mio cognome è Capparelli, vicino la città greca di Tebe, c’è un paese che io ho visitato e ci sono le foto che possono testimoniare quanto sto sostenendo, il cui nome greco è Kaparelli. Un paese dove ancora si parla l’arvanita e dove io personalmente ho dialogato con gli anziani in Arvanita. Probabilmente noi che portiamo questo cognome proveniamo da quelle zone, ecco perché io mi sento un greco-albanese che la storia ed il fato hanno deciso, non per colpa mia, diversamente.
Per ciò che riguarda la Divina Liturgia in una stanza dove in effetti si vede che c’è la cucina, io non trovo nulla di strano, molti amici preti di tutte le giurisdizioni ecclesiastiche, anche amici della grecia, con cui mantengo rapporti fraterni, incoraggiandomi mi dicono: “Lei Padre, sta celebrando come i primi cristiani, in una catacomba”. E la catacomba non era altro che un cimitero, figuriamoci in una stanza bella, pulita e assolata. Non è da poco, mi creda sorella Isidora. E se in tutti i paesi italo-albanesi ci sarebbe una cappella così fatta, sarebbe per l’ortodossia un vanto. Molti monaci del Sacro Monte dell’Athos, con cui sono in ottimi rapporti e con cui ci telefoniamo spesso e volentieri, mi hanno detto: “Grazie Padre Giovanni, con lei è ritornata a fiorire l’ortodossia nei paesi greco-albanesi”. Non mi hanno detto perché celebri in quel tugurio, offendi la Liturgia ecc. ecc., non hanno detto questo, hanno parlato del rifiorire della Fede Ortodossa.
Sai io personalmente non ho la possibilità economica di affittare una stanza libera da mobili, per fare questo ci vogliono i “piccioli” come dicono in Sicilia, se Lei riesce a trovare un benefattore che ci finanzi l’operazione, che il Signore la benedica.
Chiudiamo questo ping pong di brutture e armiamoci di santa pazienza per lavorare tutti quanti affinchè l’Ortodossia, ovvero la Retta Fede, possa trionfare.
Padre Giovanni Capparelli
Ho letto l'articolo su Liria circa la Chiesa Uniata Albanese. Da storico, laureato in storia ed insegnante di storia al Liceo, devo dirle e da arbereshe, che mi vergognerei a pubblicare un articolo come quello. Non ha ne capo nè coda. Possiede errori (Blu) di date, di nomi. Se vuole fare polemica, come vedo, la faccia come documenti storici, non con fantasie.
Giorgio Dorangricchia, professore di storia e filosofia a Palermo
Esimio Professore Giorgio Dorangricchia:
grazie per aver postato ed espresso il Suo pensiero sull'articolo della Chiesa Uniata Arbreshe. Intanto la nostra gente non ha mai saputo di essere una Chiesa come la si intende oggi e questo Lei lo sa benissimo. I nostri Avi hanno cercato nel loro piccolo, ed in alcuni casi ci sono riusciti, di salvare con la loro cultura, il loro pensiero, con la loro testardaggine, ciò che la confessione dominante gli ha permesso di sottrarre all’oblio. Io Le chiedo fraternamente: ma quando questi Avi arrivarono in Italia (?) quale è stata la principale preoccupazione di quei ‘poverissimi disgraziati’? Se Lei possiede una macchina del tempo e può andare a ritroso, come in quel famoso film americano (Ritorno al futuro, se non erro), ci spieghi come vivevano, come erano trattati dai Signorotti locali e dalla Chiesa latina, come svolgevano la loro vita quotidiana, come riuscivano a mantenere la loro famiglia; spieghi a noi tutti, con documenti alla mano, se sapevano scrivere e quanti scritti hanno lasciato a noi posteri; insomma in poche parole, da storico e laureato in storia, metta sul tavolo, con storicità accertata, il vivere e l’esistere di questi sventurati.
Tornando a noi, Lei, come Le dicevo prima, ha documenti che affrontano la problematica della sussistenza storica accertata di una Chiesa Uniata Arbreshe, in cui si evidenzia che il nostro popolo ha abiurato all’ortodossia ed è quindi diventato tutto di colpo una Chiesa Latina? Lei sa molto bene che la stragrande maggioranza dei nostri Avi era di confessione Ortodossa, altrimenti non si potrebbe spiegare la Liturgia Ortodossa, greca, nei nostri paesi. L’uniatismo, sono concorde con Lei, è venuto dopo, grazie, come io sostengo e nessuno ancora mi ha sbugiardato, all’annessione forzata alla Chiesa di Roma.
Bene diciamo che è un articolo che non bisognava pubblicare in quanto ci sono errori segnati con il blu e per fortuna non con il rosso, ma se Lei si è permesso di criticare aspramente ciò, è perché qualcosa di vero in questo articolo c’è, e fa anche paura. Qualcosa che gli altri, leggi le nuove generazioni, non devono assolutamente sapere, perché se qualcuno comincia a pensare e studiare, allora tutto quello che è stato scritto è da buttare alle ortiche.
Caro Professore: qualcosa sta cambiando, e ricercatori, a cui bisogna inchinarsi “Vittorio Elmo, Costantino Marco, Matteo Mandalà, solo per fare alcuni nomi, spero che anche il Suo domani possa essere citato) ci dicono che la storiella che ci hanno fatto bere che ci hanno voluto bene, ci hanno amato a prima vista, ci hanno coccolato come pargoli ecc. ecc., inizia a fare acqua da tutte le parti.
Quel castello di sabbia che è stato costruito in riva al mare, inizia a scricchiolare ed i flutti già lo stanno facendo cadere… pezzo per pezzo. La storia, come Lei insegna ai suoi alunni, fino a quando non si rivela fondata, è destinata ad esser riscritta. Ebbene la nostra storia, anche con errori tinti di Blu, sta per esser riscritta. E non sarà certamente con la legge 482, che ciò succederà. Ma con l’abnegazione di veri italo-albanesi che amano raccontare, come si faceva una volta davanti al camino, ai propri figli o ai nipoti, e la nostra storia verrà completamente ridisegnata e riscritta.
Io La invito a scrivere, per tutti coloro che ogni giorno seguono il mio blog, e devo dirLe che sono in molti, a scrivere un articolo, che pubblicherò con una grande enfasi, un articolo in cui da storico e da professore di storia, racconta a tutti noi arbresh la “Sua Vera Storia”.
Il mio Blog è a Sua disposizione, ci mancherebbe altro.
Voglio ricordarLe che prima che tutto si omogeneizzasse, i nostri bravi preti, almeno quelli della Calabria, pena la scomunica, proibivano ai fedeli arbresh di entrare nelle chiese latine, ed ai preti latini di entrare nelle chiese e nelle case degli arbresh. Se ciò accadeva, c’era un motivo.
Nessuna polemica, ma verità, sempre verità e solo verità.
E Caro Professore, la verità non è quella propinata fino a ieri, accomodante, remissiva e conciliante.
Mi perdoni se in questa risposta ci sarà qualche errore blu o rosso: ma molte volte è il contenuto che conta, anche se fatto di errori linguistici e scritturali.
Mi ero dimenticato di comunicarLe che l’Uniatismo è stato coniato dalla Chiesa di Roma Antica, per dimostrare che anche dentro di lei c’erano gli ortodossi, camuffati e sviliti, ma c’erano e............ ci sono ancora.
Aspettando il Suo scritto, La saluto con profonda amicizia.
P. Giovanni Capparelli,
Prete arbresh, ortodosso, ritornato alla fede dei Padri.