lunedì 14 marzo 2011

Dal sito:http://www.tradizione.oodegr.com/


La santità e la forza dell’Ortodossia

di M. D. Protic


 


Tutti i Cristiani ortodossi, membri della Chiesa del Cristo, Una, Santa, Cattolica (Sobornaja) ed Apostolica, celebrano la Domenica dell’Ortodossia come una festa la cui corona è il frutto di innumerevoli vittorie da essa conseguite.
Come festa la Domenica dell’Ortodossia fu istituita circa undici secoli or sono (842) in occasione della vittoria della Chiesa contro gli iconoclasti avversari della venerazione delle sante icone. L’istituzione di questa festa fu preceduta da una violenta lotta che durò più di un secolo, dopo la quale, come sino ad allora, l’Ortodossia continuò sino ad oggi e continuerà sino alla fine dei secoli ad alternare periodi di persecuzioni a vittorie. Infatti per la Chiesa del Cristo non c’è alcuna sconfitta né battaglia definitivamente perduta, secondo le parole del Dio-Uomo suo fondatore: “Edificherò la mia Chiesa e la potenza degli inferi non prevarrà su essa” (Matteo 16, 18).
Comunque sino all’editto dell’imperatrice Teodora e di suo figlio Michele III, che ristabiliva il culto delle immagini, patriarchi, vescovi, sacerdoti e molti confessori, i quali difendevano la Chiesa, ebbero a sopportare atroci sofferenze a difesa della Chiesa e fra questi vanno particolarmente menzionati san Giovanni Damasceno e sant’Andrea di Creta.
La storia della solennità della Domenica dell’Ortodossia invita i Cristiani a venerare le icone, venerazione che la Chiesa ha confermato nel VII Concilio ecumenico con la seguente professione di fede:
 
 
1.       Quando ci inchiniamo ed accendiamo ceri davanti alle icone, non preghiamo di fronte ad una tavola colorata, ma ci rivolgiamo a quelle figure che in essa sono rappresentate, poiché veneriamo le icone come oggetti sacri. Perciò nella nostra Chiesa ci sono icone miracolose, ma i miracoli non provengono da esse, ma bensì da quelle persone che sono rappresentate nelle icone. L’icona è una cosa divina, non divinizzata…
 
2.       Quelle cose che si richiamano l’un l’altra evidentemente si dimostrano reciprocamente. Perciò l’onore che si rende all’icona passa al suo prototipo, per cui coloro che venerano un’icona, venerano la persona che in essa è raffigurata. Infatti quanto più si vedono raffigurati nelle icone il Cristo, la Madre di Dio, gli Angeli ed i Santi, tanto più vivamente si risveglierà in noi il ricordo del loro prototipo, lo si amerà e gli si offrirà una venerazione razionale.
 
3.       Se non è peccato avere a casa l’immagine del proprio padre e quelle dei propri cari e  parlare per mezzo di esse con loro, perché dovrebbe essere peccato parlare e piangere ai piedi del Cristo misericordioso, della Madre di Dio e di tutti coloro la cui vita fu gradita a Dio e le cui fattezze sono dipinte sul legno o sul metallo o sul muro?
 
 
Così si espressero i 350 Santi Padri al VII Concilio Ecumenico del 787 e così pure san Sava, secondo le parole del suo biografo Domentian, raccomanda al popolo Serbo, al ritorno dall’oriente, da dove, oltre a preziose reliquie, portò in Serbia molte icone miracolose. “Inchiniamoci” – disse san Sava – “e baciamo la sacra immagine del Verbo di Dio… Chiniamoci davanti al legno della Croce, all’icona della Santissima Madre di Dio e dei Santi elevando i nostri occhi spirituali al primo modello. Questa è la nostra professione di fede riguardo alle icone e malediciamo tutti gli eretici e le loro dottrine accogliendo i sette concili ecumenici ed in particolare il settimo dei 350 Padri, che condannò coloro i quali non accettano le sacre immagini, non le raffigurano e non venerano”.
Tra le altre numerose conferme della santità e della forza dell’Ortodossia, oltre ai numerosi nostri Santi, alle reliquie incorrotte, ai luoghi ed agli oggetti sacri, va annoverata anche una santità visibile nella nostra iconografia Serba, specialmente nelle numerose sante e miracolose immagini, in particolare della Madre di Dio. È difficile che si trovi un figlio della Chiesa Serba che non conosca l’esistenza o che non si sia chinato di fronte all’icona miracolosa della Madre di Dio di Pec, di quella Cajnicka Krasnica, della Savinska, della Lepavinka, della Vilikoremetska Zastitnica, e non abbia sentito parlare dei loro innumerevoli miracoli e dell’aiuto offerto a molti che pregarono davanti ad esse, i quali le ornarono d’oro, d’argento e di pietre preziose. Ininterrottamente dall’antichità e specialmente negli ultimi anni in gruppi numerosi i fedeli si recano al Hilandar sull’Athos per venerare l’icona della Trojerucica, Igunija di quel monastero, icona che restituì la mano destra a san Giovanni Damasceno, amputatagli durante le lotte contro gli iconoclasti, e nello stesso tempo per richiedere la benedizione delle altre icone di Hilandar e della Santa Montagna.
I miracoli che si compiono per mezzo delle sante icone, si manifestano anche attraverso le reliquie incorrotte dei numerosi Santi della Chiesa Serba. “Non permetterò che il mio Santo veda la corruzione” (Salmo 15, 10), dice il Signore attraverso il Salmista. È difficile menzionare tutti i miracoli che si verificano nell’Ortodossia per effetto della santità delle icone e delle reliquie, per cui la nostra storia può considerarsi sacra. Perciò giustamente si può dire di essa, secondo il genio popolare: “Tutto è stato santo ed onesto e gradito al buon Dio”.

Da un articolo di M. D. Protic in “Pravoslavlje” del 15 febbraio 1977. Trad. A. S. in “Messaggero Ortodosso”, Roma, febbraio-marzo 1984 nn. 2-3, 1-3.

domenica 13 marzo 2011

Dal sito: dirittodicronaca.it

Nato il primo bimbo africano di Acquaformosa


ACQUAFORMOSA – E' un giorno di festa per Acquaformosa che, venerdì sera, ha accolto con gioia la nascita del primo bambino africano, Onawi Giovanni, avuto grazie all'adesione della comunità arbëreshe al progetto Sprar 2011-2013.
Infatti, il comune “deleghistizzato”, in linea con il primo articolo del regolamento stilato, che recita: “noi non togliamo le panchine agli immigrati anzi le dotiamo di cuscini”, ha accolto diversi nuclei familiari dal 17 gennaio scorso.
«Non solo abbiamo accolto i bisognosi -ha detto il sindaco Giovanni Manoccio- ma siamo andati oltre, perché gli abbiamo dato una casa, un vitto, delle prestazioni mediche e sociali e abbiamo messo in campo tutte quelle azioni che mirano ad accogliere e successivamente ad integrare nel tessuto sociale ed economico queste persone». Un'opera che annovera fra i primi arrivi quelli di due nuclei familiari armeni di cinque persone l'uno. Ma la storia del neonato Giovanni, di origini nigeriane, ha albori molto sofferti. Infatti, papà Larry e mamma Blesing partono dalla Nigeria con il figlioletto David, oggi di due anni. La famiglia attraversa il Niger, poi il deserto quindi si imbarca per Lampedusa dove viene trasferita a Crotone. Dopo un periodo a Signano, eccola arrivare sulle montagne del Pollino ad Acquaformosa.
Qui, grazie all'associazione don Vincenzo Matrangolo che gestisce il progetto, la famiglia nigeriana ha trovato accoglienza, anche nella comunità, ed oggi, dopo la nascita del piccolo Giovanni, chiamato così in onore del sindaco Manoccio, è il presidente Cosimo Vicchio a darne il lieto annuncio.
«La venuta al mondo di Onawi Giovanni -afferma Vicchio- è stato un evento di un'emozione incredibile, l'arrivo di questo piccoletto è una speranza per tutta la nostra comunità, il primo nato ad Acquaformosa nel 2011, quindi un momento di gioia per tutti per l'arrivo di questo nostro concittadino». Dal canto suo, papà Larry ha ringraziato i membri dell'associazione ed i medici e gli infermieri del nosocomio di Castroviallri per la “professionalità e l'affetto dimostrato durante il parto”.

Dal sito amico: Eleousa .net

Cipro - "La natura e la missione della Chiesa"

Agia Napa – Dal 2 al 9 marzo 2011 si sono svolte nella cittadina di Agia Napa (Cipro) le consultazioni sul documento di discussione "La natura e la missione della Chiesa", preparato nel 2005 dalla Commissione del Consiglio Mondiale delle Chiese su “Fede e Ordine”. L’evento è stato organizzato dal CEC e dalla Chiesa ortodossa di Cipro.
Hanno partecipato alla riunione i rappresentanti di nove Chiese ortodosse locali, così come di quattro Chiese orientali. Il Patriarcato di Mosca è stato rappresentato dal Primo Vice Presidente della Commissione Educazione della Chiesa Ortodossa Russa, archimandrita Kirill (Govorun).
Alla consultazione hanno partecipato anche il moderatore della Commissione "Fede e Costituzione” della WCC, metropolita Basilio di Ammohosta, della diocesi che ha ospitato l'incontro, il segretario generale del CEC Olaf Fyukse Tveit e il direttore della Commissione "Fede e Costituzione" John Zhibo. Gli incontri sono stati presieduti congiuntamente dai metropoliti Gennady (Patriarcato ecumenico) e Bisho (Chiesa copta).
Il primo giorno delle consultazioni, il 3 marzo, i partecipanti alla riunione sono stati accolti dal Primate della Chiesa Ortodossa di Cipro. L’arcivescovo di Cipro Chrysostomos II ha anche tenuto una preghiera pubblica prima della riunione.
Il 6 marzo, dopo la Divina Liturgia nella Cattedrale dell’Arcidiocesi, i partecipanti alla riunione hanno visitato il monastero di San Barnaba e le rovine della Basilica di S. Epifanio di Cipro nelle aree occupate di Cipro, così come la cattedrale del Santo Apostolo Giovanni il Teologo a Nicosia. Il 7 marzo hanno visitato il monastero di Kikkos, dove viene venerata la miracolosa Icona della Madre di Dio Kikkskoy. Qui sono stati accolti dall’abate del monastero, il metropolita Niceforo Kikksky e Tiliriysky e dal metropolita Isaia Tamasossky.
Lo scopo della consultazione era quello di discutere il documento "La natura e la missione della Chiesa”, che ha provocato molte discussioni nella Chiesa ortodossa e nelle Chiese orientali, e una posizione unitaria su questo documento non è stata raggiunta. Nel corso della riunione, sono intervenuti studiosi che hanno presentato documenti su aspetti specifici della ecclesiologia orientale, così come le osservazioni su tutti i punti del documento. L’archimandrita Kirill (Govorun), in particolare, ha presentato una relazione sul ministero dei laici nella Chiesa.
Tutte le osservazioni formulate dai partecipanti alla riunione sono state illustrate in un documento separato. Saranno prese in considerazione al momento della redazione del nuovo documento del Consiglio Ecumenico delle Chiese, dedicato alla ecclesiologia.

(Fonte: Decr Servizio Comunicazione; www.mospat.ru)

Dal sito: natidallospirito

Sul peccato e la penitenza (Matta El Meskin)
 
La straordinaria potenza di Cristo, quale Dio che redime e ama fino alla morte, può essere percepita e sperimentata solamente dal peccatore prostrato a terra, rinnegato da tutti.

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Il peccato non ha più diritto di esistenza e di cittadinanza all’interno della nostra nuova natura. Esso è divenuto come una macchia su un vestito: viene tolta in un batter d’occhio nel momento stesso in cui il peccatore si pente e cerca il volto di Dio. Cristo, infatti, per detergere la sozzura del corpo, non ha portato soltanto acqua, ma acqua e sangue: prima lava con acqua le ferite sanguinanti del peccato che ha squarciato il cuore e la coscienza dell’uomo, poi somministra all’uomo dosi pure del suo sangue vivificante perché si ridesti dallo svenimento mortale, risorga e torni a vivere.
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La fiducia nella capacità di Cristo di salvare dai peccati dai quali siamo più di altri dominati e dalle situazioni più tremendamente disperate, deve essere una fiducia perfetta, totale e forte nella sua persona, senza troppo pensare, senza dialogare con il demonio, senza guardare alla debolezza della propria volontà e della carne, senza calcolare costi e perdite. La fiducia in Cristo deve essere perfetta come Cristo, forte come Cristo, sicura come Cristo.

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 Se il micidiale odio per il peccato fa tutt’uno con il rimorso e il pentimento, la letizia per la santità di Cristo e per l’effetto espiatorio del suo sangue rispetto alle colpe e ai peccati rappresenta la luce gioiosa sulla via del pentimento che preserva il peccatore dal guardarsi indietro e lo protegge contro l’illusorio terrore della morte.
Matta El Meskin
igumeno (1919-2006)
dal libro “Pentirsi”

venerdì 11 marzo 2011

Dal sito cattolico: Zenit.org

Anche l'Etiopia teatro di scontri tra cristiani e musulmani
Incerto il bilancio dei morti, edifici e luoghi 
di culto cristiani dati alle fiamme
di Paul De Maeyer
ROMA, venerdì, 11 marzo 2011 (ZENIT.org).- Anche dall'Etiopia giungono notizie di un'ondata di violenza interreligiosa. Come ha riferito il sito Compass Direct News (CDN, 7 marzo), l'epicentro dei pesanti scontri fra musulmani e cristiani è la città centro-occidentale di Asendabo, nei pressi di Gimma (o Jimma, capoluogo dell'ex provincia di Kaffa), nella più grande e popolosa regione del Paese del Corno d'Africa, Oromia (o Oromya).
Un bilancio molto provvisorio parla di almeno due cristiani uccisi. Lo ha confermato a Voice of America (8 marzo) il portavoce del governo etiope, Shimelis Kemal. Una delle vittime sarebbe un credente della Chiesa ortodossa etiope (che si definisce "Tewahedo" o miafisita), la cui figlia appartiene alla Chiesa Evangelica Etiope Mekane Yesus (di tradizione luterana). "È difficile fare delle stime in termini di decessi, dato che non abbiamo accesso a nessun posto", ha detto una fonte a Compass. I danni materiali sono molto pesanti: decine di edifici e di luoghi di culto cristiani, fra cui anche alcune scuole bibliche, e case sono state date alle fiamme. La violenza ha provocato inoltre alcune migliaia di sfollati.
Mentre più della metà della popolazione dell'Etiopia è cristiana (secondo l'ultimo censimento, del 2007, il 44% degli abitanti appartiene alla Chiesa ortodossa etiope e il 19% alle varie denominazioni evangeliche e pentecostali), la zona di Asendabo e Gimma è a maggioranza islamica e da tempo teatro di rivalità tra le due comunità. Secondo una fonte di Compass, gli attacchi contro le chiese sono diventati all'ordine del giorno nelle zone a maggioranza musulmana dell'Etiopia, come appunto Gimma o anche Giggiga (o Jijiga), la regione somala nell'est del Paese, dove vige la legge islamica o sharia.
La scintilla che ha fatto scoppiare il 2 marzo scorso l'ondata di violenza è stata una notizia - non confermata - di una presunta profanazione del Corano. Un cristiano avrebbe strappato una copia del libro sacro dell'islam.
Secondo le informazioni raccolte da Compass, dopo i primi scontri avvenuti ad Asendabo la violenza si è propagata a macchia d'olio ad altri centri della zona, come Chiltie, Gilgel Gibe, Busa e Koticha. Migliaia di musulmani hanno dato l'assalto a decine di obiettivi cristiani. Dei 59 luoghi di culto distrutti ed incendiati dalle folle, ben 38 appartengono alla Ethiopian Kale Hiwot Church (EKHC, l'equivalente etiope della Chiesa battista), 12 alla Mekane Yesus e 6 alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno.
Secondo quanto riportato da Compass, alcuni capi evangelici hanno riferito gli episodi alle autorità che finora non hanno fatto nulla per fermare l'ondata, che potrebbe raggiungere Gimma, che con i suoi circa 160.000 abitanti è il più grande centro urbano dell'Etiopia occidentale. Secondo alcune testimonianze, le forze dell'ordine non sarebbero intervenute, nonostante le richieste di protezione da parte della comunità cristiana.
L'inazione o incapacità da parte del governo etiope di fermare la violenza è stata fortemente criticata dall'organizzazione International Christian Concern (ICC). "I pubblici ufficiali etiopi hanno la responsabilità di proteggere i loro cittadini dagli attacchi. È uno scandalo e una violazione del loro obbligo contemplato nel diritto internazionale dei diritti umani che il governo lasci i musulmani uccidere i cristiani e distruggere le loro proprietà", ha detto Jonathan Racho, responsabile regionale per l'Africa dell'ICC (4 marzo).
A respingere l'accusa è stato lo stesso portavoce del governo centrale di Addis Abeba, Shimelis, che sempre a Voice of America ha annunciato l'arresto di 130 "estremisti" sospettati di aver fomentato l'odio religioso e la violenza.
La nuova ondata di violenza settaria coincide con i gravi combattimenti in corso al confine tra Kenya, Etiopia e Somalia, dove le forze del debole governo transitorio della Somalia cercano di cacciare con l'appoggio attivo dell'esercito etiope i miliziani del movimento islamista di Al-Shabaab dalla città di Bulahawo, nei pressi della città keniana di Mandera. Il capo della famigerata milizia estremista, sostenuta dall'Iran, Sheikh Mahad Omar Abdikarim, ha lanciato d'altronde la settimana scorsa un appello ai musulmani "oppressi" in Kenya e in Etiopia di insorgere contro i loro rispettivi governi e di "liberarsi" dal dominio cristiano (Africa Review, 4 marzo).
Il fondamentalismo islamico è d'altronde in crescita in Etiopia. Il 18 novembre scorso, un cristiano di Moyale (città della regione Oromia, sul confine con il Kenya) - Tamirat Woldegorgis, membro della Full Gospel Church - era stato condannato ad una pena di tre anni di prigione per aver dissacrato il Corano ed era stato trasferito in un carcere a Giggiga. Un collega musulmano aveva accusato l'uomo, che di mestiere faceva il sarto ed era stato arrestato ad agosto, di aver scritto "Gesù è il Signore" su un pezzo di stoffa e in un esemplare del Corano, accuse d'altronde mai comprovate dai fatti, come ha sottolineato Compass Direct News (29 novembre 2010).
Sono stati, inoltre, condannati al pagamento di una multa anche due amici di Woldegorgis per aver sostenuto un criminale che aveva dissacrato il Corano ed insultato l'islam. La loro colpa: avevano visitato lo sfortunato sarto in carcere e gli avevano procurato del cibo.
Sempre a Giggiga era stato arrestato dalla polizia ed incarcerato il 23 maggio del 2009 un noto convertito dall'islam al cristianesimo, Bashir Musa Ahmed, perché in possesso di otto esemplari della Bibbia. Nonostante la libertà di religione sia garantita dalla Costituzione etiope e si trattasse di un'edizione della Bibbia molto diffusa nella regione somala del Paese, l'accusa mossa nei confronti di Ahmed è stata di distribuzione di letteratura religiosa con intenti "maliziosi" (CDN, 18 febbraio 2010).
L'attività o zelo dei predicatori evangelici sembra infastidire non solo la comunità musulmana, ma anche la Chiesa ortodossa locale. Il 27 gennaio 2010, due edifici appartenenti rispettivamente alla Brethren Church e alla Mekane Yesus Church sono stati assaltati da gruppi di fedeli ortodossi nella località di Olenkomi, a circa 65 km ad ovest della capitale Addis Abeba, sempre nella regione Oromia (CDN, 15 aprile 2010). Nell'attacco un predicatore in visita nella cittadina, Abera Ongeremu, era rimasto gravemente ferito. All'origine del doppio attacco c'era stato un incendio di natura accidentale che aveva distrutto una chiesa ortodossa. Malvisto nella zona a predominanza ortodossa è anche il fatto che molti insegnanti della scuola secondaria di Olenkomi sono di fede evangelica.

Dal sito amico: Eleousa .net

Russia - La pazienza è la radice di ogni bene

Mosca, 10 marzo 2011- Il Giovedì della prima settimana di Quaresima, il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Kyrill ha visitato il Monastero stavropegico della Natività della Madre di Dio.
Il Primate della Chiesa ortodossa russa ha pregato nella Chiesa della Madre di Dio di Kazan’, dove è stato celebrato il Mattutino.
Dopo il servizio, Sua Santità si è rivolto ai fedeli con la parola primaziale. A nome delle Suore, la Badessa ha accolto Sua Santità.
"Concedi al tuo servo lo spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di amore". Sono le parole della preghiera di s. Efrem il Siro che in questi giorni noi ripetiamo più volte. E in queste petizioni ricordiamo singolari virtù come la pazienza.
Cosa dicono della pazienza i santi padri? "La pazienza è la radice di ogni bene" - ci insegna San Giovanni Crisostomo. "Chi non ha pazienza, è privo di ogni speranza, - ci dice il santo stesso. E San Giovanni Cassiano ha insegnato ai suoi discepoli molte importanti virtù, e ha sottolineato che la pazienza non può essere collegata con la virtù degli altri. Perché se ci sono virtuosi, allora qual è la nostra pazienza?
Queste evidenze suggeriscono che la virtù della pazienza è di particolare importanza per la vita spirituale dell'uomo. La pazienza è la capacità di rispondere al male senza perdere la propria presenza di spirito, senza sprecare la propria energia interna, senza cadere nel mormorio di collera, rabbia, desiderio di vendetta. A volte la pazienza è attribuita alla capacità delle persone di gestire le proprie emozioni. Non c'è dubbio, la pazienza è uno stato della mente.
Che cosa è la pazienza? "La radice di ogni bene" - ripetiamo con le parole di san Giovanni Crisostomo. Ma per essere tutto ciò la pazienza deve diventare una condizione della nostra anima. Ciò è possibile se la persona ha uno stile di vita religiosa. Se al centro della propria vita c’è Dio. Come evidenziato da Efrem il Siro, se mettiamo la nostra fiducia in Dio, allora abbiamo la pazienza.
Bisogna sperare in Dio, avere un vivo senso della fede, la comprensione che Dio protegge e ripristina l'equità, e crea nella persona la tranquillità interiore. La pazienza è come un'armatura che protegge lo stato interno delle nostre anime da ogni male e peccato, e la pazienza diventa un trampolino di lancio per il Regno di Dio.
La persona che è paziente ha già acquistato lo Spirito Santo. Quindi nulla può scuotere la sua calma, perché anche l'ossessione più terribile e pericolosa del diavolo non può distruggere il potere dello Spirito Santo. E' in questo senso che stiamo parlando della pazienza come virtù. La pazienza non significa compromesso, sottomissione. L’uomo paziente non è qualcuno che è alla deriva, che varia a seconda delle esigenze del mondo. L’uomo che mantiene la sua forza interiore, la sua autonomia dal male del mondo riflette nel proprio cuore il regno di Dio.
La pazienza è una virtù che ci eleva al di sopra del trambusto del mondo. Un uomo paziente ha una visione diversa su tutto ciò che vede, è un punto di riferimento per altri, ha una diversa capacità di valutare ciò che sta accadendo. In un certo senso, la pazienza è sempre una saggezza che distingue l'uomo da coloro che non la possiedono. Sono ricche di significato le parole del Salvatore che leggiamo nel Vangelo: "Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime" (cfr Lc 21, 19). Con la pazienza costruiamo la forza spirituale. Ecco perché il santo monaco Efrem cita la pazienza nella sua preghiera, e ogni giorno più di una volta durante la Quaresima chiediamo al Signore: “Concedi al tuo servo uno spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di amore" Amen.
Questa sera, Sua Santità celebra la Compieta con la lettura del Grande Canone di S. Andrea di Creta nel monastero Novospassky.


(Fonte: Ufficio stampa del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia; www.patriarchia.ru)

giovedì 10 marzo 2011

Dal sito: http://katundetarbereshe.jimdo.com/

A distanza di due anni dalla morte di Alfredo Frega (arbëreshe di Lungro), pubblicista, cultore e conoscitore delle minoranze etnico-linguistiche della Calabria, riportiamo un suo “vecchio” articolo (del 1970) “profetico” sugli Arbëreshe “in pericolo” di estinzione.
 
 
IL PATRIMONIO DEGLI ARBËRESH IN PERICOLO (1)
 
 
di Alfredo Frega
La comunità arbëreshe di Lungro (Cosenza) [foto tratta dal sito: www.albanologia.unical.it]
     E’ proprio vero; se non si corre ai ripari tutte le gloriose tradizioni dei gruppi etnici albanesi in Italia andranno irrimediabilmente perdute.
     Non vogliamo essere dei profeti di sciagure affermando ciò. Ma la constatazione è facile dedurla proprio oggi che con l’apertura dell’Autostrada del Sole è venuto a cadere l’ultimo diaframma del secolare isolamento delle estremi regioni meridionali. Ed in questi ultimi tempi, con l’evolversi e l’intensificarsi dei mezzi di comunicazione, con l’emigrazione massiccia e continua di intere famiglie, ed altre cause meno importanti, i paesi di origine albanese hanno visto man mano qualche cosa cambiare. Vecchie tradizioni vanno scomparendo e quello che è più grave è che la lingua albanese è
la più esposta a tale minaccia.
     Che cosa si può fare per cercare almeno di salvare il salvabile o quanto meno rallentare il corso di assimilazione.
     Possibile che dopo cinque secoli tutto deve andare perduto? Un simile discorso, che a prima vista potrebbe sembrare campanilista, va al di la dei concetti enunciati. E’ un discorso che un popolo civile come il nostro non può non fare.
     Lasciare che si autodistrugga un tipo di cultura è una colpa non perdonabile, specialmente in quest’epoca moderna.
     Per questo, occorre che noi, italo-albanesi, formassimo una nuova coscienza per riscoprire quei valori che ci differenziano dalle popolazioni latine.
     Solo in un secondo momento possiamo pretendere di far capire ma gli altri i nostri drammi.
     Il problema della lingua è il punto base su cui unirci per porre una possibile soluzione. L’insegnamento dell’albanese è la meta principale da raggiungere. Risulto ciò, gli altri problemi si risolveranno di conseguenza.
     L’unione delle Comunità Italo-Albanesi, infatti, sta lavorando in tal senso per portare il problema in seno al parlamento regionale, organo competente, istituito, - giova ricordarlo - per studiare e risolvere problemi locali che si presentano diversi da regione a regione.
     Questa è l’ultima carta in gioco e noi diamo ad essa molte speranze per la salvezza del patrimonio linguistico, storico, letterario e tradizionale degli « arbresh ».
 
NOTA
 
(1) Articolo di Alfredo Frega (1940/2009) tratto dalla rivista mensile di cultura Zjarri (Il fuoco) - Settembre-Novembre 1970 - pag. 6

mercoledì 9 marzo 2011

Dal sito: Repubblica.it

EGITTO

Scontri tra cristiani e musulmani
Almeno dieci morti al Cairo

Incidenti nel quartiere di Moqqatam. Centodieci persone ferite. I copti protestano da giorni per l'incendio della chiesa ad Atfih. Un sacerdote: i manifestanti attaccati "da delinquenti e salafiti" armati, tutte le vittime "uccise a colpi d'arma da fuoco"


IL CAIRO - Almeno dieci persone sono state uccise e 110 sono rimaste ferite negli scontri tra cristiani copti e musulmani salafiti verificatisi in nottata nel quartiere di Moqqatam al Cairo. Il bilancio delle vittime è stato reso noto dal ministero della Sanità. In precedenza un sacerdote aveva parlato di sei morti tra i copti.
Gli incidenti sono scoppiati dopo tre giorni di protesta dei copti per il rogo della loro chiesa 2 avvenuto venerdì scorso ad Atfih, a sud del Cairo. Ieri i cristiani, che nel quartiere di Moqqatam sono in maggioranza, si sono ritrovati di nuovo nello spiazzo antistante la radiotelevisione pubblica. Contemporaneamente un gruppo di salafiti ha dato vita a una manifestazione sotto gli uffici del governo, tirando nuovamente in ballo il caso di una giovane cristiana, sposata a un religioso copto, che sarebbe sparita dopo essersi convertita all'Islam, usato in passato anche da Al Qaeda come scusa per giustificare le stragi contro i cristiani in Iraq.
"Sono stati uccisi tutti da colpi di arma da fuoco - ha raccontato il sacerdote Semaane Ibrahim - anche i feriti sono stati raggiunti da proiettili". Secondo il religioso i manifestanti sono stati attaccati da "delinquenti e salafiti" armati, che hanno anche dato alle fiamme abitazioni e negozi.
Il sito egiziano 'al-Youm al-Sabaa' parla di scontri avvenuti anche in altre zone della città, come Al Qala e Sayda Aisha, e di una cinquantina di feriti ricoverati in sei ospedali diversi della capitale egiziana.
L'attivista e avvocato copto Naghib Gabrail ha riferito che anche stamane quattromila manifestanti si sono radunati davanti alla sede della televisione pubblica, dove stazionano da quattro giorni e altrettante notti. Fonti dell'apparato di sicurezza hanno reso noto che in nottata è stato rilasciato il religioso copto arrestato con l'accusa di aver falsificato i documenti della donna convertita all'Islam. La cui liberazione era una delle richieste dei dimostranti.
 

(09 marzo 2011)

martedì 8 marzo 2011

Dal sito: http://katundetarbereshe.jimdo.com/

 In “Note al margine, sull’ultimo libro di Carmine Abate (1), come recita il sottotitolo dell’articolo sotto riportato (tratto dal sito arbitalia.net) da noi ri-proposto, dello scrittore, giornalista, pittore arbëresh Nando Elmo (nativo del paese arbëresh di Acquaformosa in provincia di Cosenza) ci pone l’interrogativo sempre attuale su “che cosa significa essere Arbëresh?”, e cerca di dare una spiegazione.
 
 
CHE COSA SIGNIFICA ESSERE ARBËRESH?
 
Note al margine, sull’ultimo libro di Carmine Abate
 
 
di Nando Elmo (2)
La comunità arbëresh di Acquaformosa [Foto tratta dal sito: www.albanologia.unical.it]
Visto in libreria, acquistato, letto nel giro di un pomeriggio, l’ultimo romanzo di Carmine Abate: La festa del ritorno, Mondadori. Non sono un gran lettore di romanzi, e non perdo tempo con la narrativa. Non  ho potuto, però, esimermi dal leggere quest’opera. Vuoi  per il tam tam degli amici, Antonio  Sassone da Roma, Alfredo  Frega da Lungro, Skirò di Maxho da Piana degli Albanesi, ecc…- tam tam che è la migliore pubblicità per un libro. Vuoi  per la curiosità, grande, per l’impressione che mi aveva prodotto l’altro libro del nostro autore, Tra due mari: l’impressione di un autore consumato, abile, dalla fascinosa scrittura, gran conoscitore dei trucchi del mestiere. Vuoi  perché è l’opera di un conterraneo e di un “consanguineo” (gjaku ynë).
     Non  farò il critico letterario. Credo che il nostro abbia recensori più abili di me. Se, poi,  può permettersi tanto editore e in epigrafe un lusinghiero giudizio di Consolo, magnifico scrittore siciliano di cui sono appassionato, se non fanatico, lettore, allora davvero posso esimermi dall’esprimere giudizi sulle sue indubbie qualità letterarie.
     Parlerò d’altro, del mio approccio all’opera come lettore arbëresh. Capzioso, forse. Di sicuro rompipalle.  
     Ho letto tutte le opere di Abate. Le ho lette soprattutto con la curiosità di scoprire, almeno in filigrana, i tratti caratteristici dell’arbëresh.
     Si sa, C. Abate scrive in italiano, ma un lettore che non sia arbëresh come fa a capire che quella che è descritta è una comunità arbëreshe e i personaggi sono arbëreshë? Sì, d’accordo, come in quest’ultimo libro, i personaggi talvolta pronunciano qualche frase arbëreshe, ricordano brandelli di qualche antica rapsodia. Ma basta?
     Voglio dire: anche in traduzione italiana, senti che il giovane Holden di Salinger è americano nelle midolla. Senti che sono americani i personaggi di Kerouak. Che lo sono i personaggi di Steinbeck, di Hemingway, di Scott Fitzgerald, di Dos Passos, di Faulkner. Che è ebrea americana la madre del Kaddish di Ginsberg, e ebrei americani quelli di Safran Foer. Che è tedesco von Aschenbach – nessun professore italiano avrebbe avuto i suoi deliqui, né quelli di Adrian Leverkün.
     Senti che è spagnolo don Chisciotte, della stessa pasta di Teresa D’Avila e di Juan e Juana de la Cruz. Che è irlandese Bloom. Che sono Hassidim i personaggi dell’altro Salinger, il Nobel.
     Senti che Oblomov è russo, e russi i personaggi di Cecov, di Dostoevskij, Tolstoj, Lermontov. Sai da subito che è russo il Dottor Divago. E che sono argentini i personaggi di Borges che, come gli spagnoli, sanno che la vida es sueño - donchisciotti a modo loro.
     E puoi anche dimenticare che  quelle storie si svolgono in America, in Russia, o dove che sia. E non hai bisogno che l’autore ti ricordi che quei personaggi sono americani, russi o quello che sia. In loro scorre una mentalità, una visione del mondo, che è poi la cultura (qualunque cosa ciò significhi), che è americana, tedesca, russa – sempre che si sappia che cosa sia un americano un russo, uno spagnolo, un tedesco, ma con la televisione ormai e con il turismo…
     Dei russi, poi, capisci subito che sono imbevuti, in positivo o in negativo, di teologia ortodossa, anche quando sono poveri diavoli – anzi proprio quando sono poveri diavoli. Anche quando si chiamano Stalin e Lenin. I Karamazov, I Demoni,  escono pari pari da un testo di teologia ortodossa.
     Per non dire dei francesi, e del loro “illuminismo”.
Per dirne un’altra, nostra questa volta. Montalbano potrebbe non parlare siciliano. Puzza lontano un miglio di siciliano. Quello che pensa, quello che mangia, i suoi polipi, le sue triglie, la sua pasta con le sarde, il modo di apostrofare i suoi colleghi, il modo di rapportarsi  alla sua donna ecc…  sono pura sicilianità. In ogni caso, dopo che hai letto un libro di Camilleri sai chi è, com’è fatto, un siciliano. Erano siciliani i personaggi di Sciascia e Bufalino. Ed è siciliano il barocco di Consolo: l’esuberanza d’una cassata; e ti ritrai da un suo libro con desiderio di Sicilia. Come con desiderio di Liguria da un libro di Biamonti (i suoi venti, i suoi profumi di macchia mediterranea). E  di Sardegna  dalla sobrietà di Pintor, esile come un mirto, asciutto come un sughero.
     Imprinting antropologici, per i grandi avventi dello Spirito, che fanno sì che solo uno spagnolo possa essere un Picasso o un Dalì, solo un ebreo uno Chagall o un Modì, e solo un russo un Rublëv o un Malevič. Quanta Provenza c’è in Ravel?
     Ecco, avrei voluto trovare nei libri di Abate questa peculiarità, l’ arbreshità di primo acchito.
Nel romanzo Tra due mari, si capisce benissimo che il fotografo non è e non può essere arbresh: per  il lavoro che fa, per l’amante giovane che ha, per il suo svagato senso della vita ecc...
 
Ma gli arbëreshë: che cos’è che li fa tali?
 
     Uomini del sud. Benissimo. Emigranti, benissimo. La ricostruzione del vecchio casale. D’accordo.    Ma basta questo esperanto antropologico per farli arbëreshë?
     Nell’ultimo libro - che, devo dire, mi pare molto esile nella trama, che ripete (ossessivamente? – ma un autore scrive sempre lo stesso libro), in sottrazione però, nella struttura, gli altri - tranne i canti della nonna, per altro sussurrati, pura archeologia della mente, non mi pare che ci sia alcunché di arbëresh; non nella festa, non nella psicologia dei personaggi, non in quello che mangiano, non in quello che bevono (birra, come tutti i calabresi emigrati). Il piccolo protagonista a scuola si esprime in calabrese – ai miei tempi ci si esprimeva in un arbëreshit che tentava di adattarsi, con esiti esilaranti,  all’ italiano, (l’arbreshino, come lo chiamerebbe Skirò di Maxho, ma rovesciato) con grande disperazione della maestra che non capiva, naturalmente, i piccoli barbari, indegni della pura Italia fascista. Il “bir” pronunciato qua e là dal padre di Marco dice pochissimo, forse niente del suo essere arbëresh. A me vengono due sospetti, a questo punto.
     Il primo: gli arbresh semplicemente non esistono, nonostante il gran parlare che se ne fa.
Pure entità ectoplasmatiche evocate in sedute spiritiche dai nostri studiosi, tutti intenti in una disperata respirazione bocca a bocca per tenere in vita la già “grande” defunta. Gli arbëreshë sono  talmente integrati che hanno perso qualsiasi tratto distintivo della propria etnia, salvo la lingua che non fa conto essendo in stato catalettico. Salvo il rito. Anch’esso, però, gesuiticamente, tomisticamente, incattolicato, e non da ora. Gli arbëreshë sono, in tutto e per tutto, calabresi e come tali si comportano. Capisco le difficoltà di uno scrittore che voglia distinguere una comunità dall’altra, se, in tutto e per tutto, esse s’assomigliano. Come si reperiscono le marche, i tratti distintivi, gli elementi antropologici tipici che definiscano una comunità rispetto all’altra con cui vive in simbiosi?
     Il secondo: essendo Carfizi di rito latino, è venuto a mancare ad Abate un elemento importante che avrebbe potuto offrirgli la materia per dar colore arberisco ai suoi personaggi. Un rito come la colliva, la picihudra della commemorazione dei morti, che non cade a novembre, il matrimonio con le corone, il battesimo per immersione, i papas con barba e moglie, le icone, le cerimonie pasquali o i canti natalizi, che non sono certamente “Tu scendi dalle stelle” o “Adeste fideles” o i canti abusati dalla pubblicità televisiva, e la liturgia in greco, che non si sognerebbe di cantare “sono stati i miei peccati”, ma che tuttavia così canta, ecc… avrebbero potuto fornire al nostro scrittore, più delle espressioni arberische, dei tratti che distinguono le nostre comunità da quelle latine. Sarebbe, a questo proposito, interessante indagare quanto di bizantino abbia lasciato nella psicologia arberisca  la liturgia, dove essa è sopravvissuta.
     La comunione col pane e col vino, per esempio. Una volta scrissi di una signora arberisca che a Torino si rifiutava di fare la comunione con l’ostia. Per  non venir meno al precetto domenicale, dopo la messa latina, si chiudeva in camera sua e si comunicava a suo modo intingendo il pane nel vino: “Pse zoti Krisht ket ostia, fora li peccati, ësht pa sapur, insipido”. Non solo: sapeva che la comunione con una sola specie è quella di Giuda, e se ne faceva uno scrupolo grandissimo… e si segnava con le tre dita giunte, prima a destra poi a sinistra con l’inchino profondo…
     Tra l’altro, in comunità veramente pacifiche come quelle di Lungro o Acquaformosa, Firmo,
S. Basile (non so delle altre) è difficile immaginare personaggi arbëreshë che imbracciano fucili, s’armano di coltello ecc… Di solito personaggi così, da noi, sono latini, o mezzosangue come mi suggerisce Skirò di Maxho. I personaggi violenti, che abbiamo avuto dalle nostre parti, erano di “razza” (mi si passi l’espressione, ma ci si esprime così) latina, litinjë.
     Da noi, se mai, vige una certa bonomia, un certo lasciar fare, uno spirito disincantato (Ma çë vete ture gjetur. Le’ të rrinë, mos i ji’ rraxhë kurmit) che esaspera. Nessuno muove un dito, per quieto vivere, contro gli incendiari d’ogni estate che, si sa, sono latini; contro i politici corrotti, che sono latini anch’essi. Verso questi personaggi noi di solito “siamo in venerazione”, si dice, per quel senso d’inferiorità che abbiamo nei loro confronti (se sa di litiri) – ma perché non di sovrano distacco (vete vëfe me litinjët, jan si kriatur)?
     Certo, le ragioni (e le regioni) “drammaturgiche” dello scrittore non sono quelle dell’etnologo, dell’antropologo ecc…, né la realtà là fuori è mai quella del libro, ma vorrei poter leggere il prossimo libro di Abate e dire: ecco un arbëresh. Come dico: ecco un greco, leggendo Zorba, L’ultima tentazione, e perfino il Poverello di Dio (Francesco d’Assisi) di Kazantzakis.
     Ma insomma, i personaggi di Abate sono calabresi a tutto tondo; e nei suoi libri respiri aria di Calabria, non di Arberia. Personaggi, i suoi, simili a quelli che incontravo nei “treni del sud” con cui in giovinezza percorrevo l’Italia. Ti guardavano negli occhi con diffidente durezza, battendo veloci gli occhi e ridendo di gola come carcarazze.
     C. Abate rimane scrittore italiano. Calabrese italiano, se vogliamo; per l’impasto (timido) linguistico (di maniera ormai?). Bravo scrittore italiano.
     E gli scrittori (si fa per dire) arbëreshë gli sono grati per questo: non devono confrontarsi con la sua bravura.
     Così dice Skirò di Maxho di Piana degli Albanesi, Hora anche quella, com’è Hora, indegnamente, Castrovillari, che non c’entra niente con tanto nome.
     Così dice Skirò, che per la sua flemma arbëreshina (le’ të rrier, çë vete ture gjetur, mos u llavë), per il suo sovrano scetticismo pessimistico molto greco (da gran Sileno), che sa da sempre come va la vita, potrebbe tranquillamente abitare a Lungro.
 
NOTE
 
(1) Carmine Abate è nato a Carfizzi (KR) il 24 ottobre 1954.  Ha studiato in Italia e si è laureato presso l'Università di Bari. Successivamente ha vissuto in Germania e, da oltre dieci anni, vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante. Nel 1991 è uscito il suo primo romanzo Il ballo tondo, Nel 1999 esce il romanzo  La moto di Scanderbeg. Nel 2002 esce il romanzo Tra due mari. Nel 2004 esce il romanzo La festa del ritorno. Nel 2006 pubblica il romanzo Il mosaico del tempo grande. Nel 2008 scrive il romanzo Gli anni veloci. La sua ultima creatura è il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi;
(3) Nando Elmo, nato ad Acquaformosa nel 1938, vive e lavora a Rivarolo Canavese (TO). E' un ex insegnante di lettere. Ha pubblicato articoli di varia umanità sulla rivista arberesh Katundi Ynë. E' autore di "Lo specchio l'enigma" un saggio sulla "Venerazione di Maria nella tradizione bizantina" di V. Matrangolo.

Dal sito cattolico: Zenit.org

Una riunione inter-ortodossa discute 
sulla natura della Chiesa
Incontro di una settimana a Cipro
ROMA, lunedì, 7 marzo 2011 (ZENIT.org).- Giovedì 3 marzo ha avuto inizio ad Ayia Napa (Cipro) una riunione inter-ortodossa di una settimana per studiare il documento “La Natura e la Missione della Chiesa”, della Commissione Fede e Costituzione.
L'obiettivo dell'incontro, ospitato dalla Chiesa ortodossa di Cipro, è quello di offrire esplicitamente punti di vista ortodossi come parte di una discussione di portata mondiale sulla dottrina della Chiesa, l'ecclesiologia.
I partecipanti sono quasi quaranta, tra leader ecclesiali, docenti universitari, teologi, laici e giovani, la maggior parte dei quali sono membri della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Mondiale delle Chiese (WCC).
In seguito alla discussione del documento, diffonderanno una risposta ortodossa comune a questo importante testo teologico.
Dopo un Te Deum celebrato dall'Arcivescovo Chrysostomos II di Cipro nello storico monastero di Ayia Napa, il metropolita Gennadios di Sassima, co-moderatore dell'incontro, ha espresso gratitudine all'Arcivescovo per la sua ospitalità e ne ha sottolineato la lotta costante per superare le divisioni, nel suo Paese e altrove.
Purtroppo, ha aggiunto il metropolita, “nel mondo esistono ancora muri di separazione e divisione, e una delle nostre priorità come ortodossi è portare avanti la nostra lotta per la pace, la riconciliazione e l'amicizia tra i popoli e le Nazioni”.
L'Arcivescovo Chrysostomos, dal canto suo, ha sottolineato l'importanza del tema, indicando che “la teologia ortodossa è fondamentalmente ecclesiologica” e che “il cristianesimo non può essere capito se non come Chiesa”.
Il segretario generale del WCC, Olav Fykse Tveit, ha invece rimarcato il contributo ortodosso alla riflessione ecclesiologica in generale e al carattere ecclesiale dell'associazione del Consiglio Mondiale delle Chiese in particolare.
“Il nostro compito – ha confessato – consisterà nell'affermare che aspiriamo ad essere una cosa sola, così che il mondo possa credere che una pace giusta è possibile”.