giovedì 8 settembre 2011

CHIESA CRISTIANA ORTODOSSA
PATRIARCATO DI MOSCA

PARROCCHIA
SAN GIOVANNI DI KRONSTADT
CASTROVILLARI


Domenica 11 Settembre 2011
Martirio di S. Giovanni Battista


Care Fedeli, Cari Fedeli:
Vi ricordo che Sabato 10 settembre con inizio alle ore 17,30 circa celebrazione del Vespro (Vecernie)
della Festa del martirio del Precursone del Signore Giovanni il Battista;
Domenica con inizio alle ore 10.00 - Divina Liturgia.


mercoledì 7 settembre 2011

Dal sito: AsiaNews

Un “soddisfatto” Bartolomeo I spera nella 

riapertura della scuola di Chalki

Istanbul (AsiaNews) – Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, ha espresso grande soddisfazione per la decisione del premier Tayep Erdogan di restituire le proprietà sequestrate dopo il 1936 a tutte le minoranze non islamiche. Allo stesso tempo, incontrando il primo ministro turco, egli ha espresso la speranza che vi siano “passi ulteriori”. Erdogan ha risposto “ Questo è solo l’inizio”.
  Il patriarca spera con forza che ritorni alla Chiesa ortodossa la scuola teologica di Chalki e che venga riaperta l’accademia, fatta chiudere dal governo turco nel 1971.
 Quasi ad anticipare la possibilità dell’apertura, Bartolomeo ha già nominato mons. Elpidoforos Lambrinidis, metropolita di Bursa, come priore del monastero di Agia Triada (SS Trinità), e direttore degli studi: la scuola teologica di Chalki appartiene infatti al monastero.
  Dopo tante pressioni della comunità internazionale e soprattutto dell’Unione europea, il governo di Erdogan ha pubblicato un decreto con cui si restituisce alle minoranze greco-ortodosse, armene, ebree e altri gruppi non islamici, migliaia di proprietà che il governo turco aveva loro ingiustamente sottratto o sequestrato, contravvenendo ai loro impegni internazionali.
  La decisione ha sapore storico perché fa cambiare la visione delle minoranze religiose di Ankara, dopo oltre 70 anni.
 Ieri il patriarca ecumenico si è recato alla Madonna di Souda per la festa della Sacra Zona di Nostra Signora. La chiesa dove egli ha celebrato si trova a ridosso dell’antica muraglia bizantina nella città. Nella sua omelia, Bartolomeo I ha per la prima volta commentato la decisione del governo.
  “Oggi è un giorno molto particolare - ha introdotto il patriarca - perché i festeggiamenti avvengono a pochi giorni dall’annuncio della restituzione delle proprietà da parte del governo turco, sottratteci ingiustamente dopo il 1936. É un momento di grande gioia non soltanto per noi cristiani ortodossi, ma per tutte le minoranze che vivono da secoli su queste terre”
  “Meglio tardi che mai” ha esclamato, e ha aggiunto: “Se la Turchia si ritiene uno Stato di diritto, tutto deve realizzarsi nel contesto della giustizia e non dell’illegalità”.
 Alcuni commentatori sottolineano questa frase perché essa inquadra l’iniziativa di Erdogan, non come un atto di favore verso le minoranze non musulmane, ma come un atto di ripristino per un’ingiustizia perpetrata ai loro danni, malgrado gli impegni e gli accordi internazionali assunti dai precedenti governi turchi e mai rispettati.
  Bartolomeo ha infine riferito che nell’esprimere la sua soddisfazione, gioia e ringraziamenti ad Erdogan, ha voluto ricordargli che “tutti sono in attesa di ulteriori passi significativi verso le minoranze non musulmane”. Il premier gli ha risposto: “Questo è solo I’inizio”.
  Intanto il patriarca ecumenico ha nominato proprio ieri il nuovo priore del monastero di Agia Triada (SS Trinità), al quale appartiene la scuola teologica di Chalki. Il nuovo priore è mons. Elpidoforos Lambrinidis, metropolita di Bursa. Egli sarebbe destinato ad assumere la direzione degli studi di Chalki, non appena la scuola verrà riaperta.
  Negli ambienti diplomatici si vocifera che questa nomina fa presagire la probabile ed imminente riapertura della scuola teologica di Chalki, perchè - si dice – “Erdogan vuole chiudere tutte le pendenze con le minoranze non musulmane, retaggio dei governi del vecchio establishment”.
  Le scelte a favore delle minoranze non islamiche mostrano il premier impegnato in una nuova geopolitica mediorientale. Il gesto ulteriore della riapertura di Chalki lo riqualificherebbe ancora di più non solo agli occhi degli occidentali, ma in tutta l’area.

martedì 6 settembre 2011

11 settembre (29 agosto): Martirio del Precursore e cugino di Gesù Giovanni il Battista.

LA DECOLLAZIONE DEL SANTO GLORIOSO PROFETA,
PRECURSORE E BATTISTA GIOVANNI
Commemorazione l'11 settembre  (29 agosto)

La decollazione del Profeta, Precursore del Signore, Giovanni Battista: Gli evangelisti Matteo (14,1-12) e Marco (6,14-29) ci hanno lasciato i racconti del martirio di Giovanni Battista avvenuto nell’anno 32 dopo la nascita di Cristo.
Dopo il Battesimo del Signore, san Giovanni Battista fu rinchiuso in prigione da Erode Antipa, il tetrarca (sovrano di un quarto della Terra Santa) e governatore della Galilea. (Dopo la morte del re Erode il Grande, i Romani divisero il territorio della Palestina in quattro parti, e misero un governatore a capo di ogni parte. Erode Antipa ricevette la Galilea dall’imperatore Augusto).
Il profeta di Dio Giovanni aveva apertamente denunciato Erode per aver lasciato la moglie legittima, la figlia del re arabo Areta, e poi aver cominciato a convivere con Erodiade, moglie di suo fratello Filippo (Luca 3,19-20). Il giorno del suo compleanno, Erode fece un banchetto per i dignitari, gli anziani e un migliaio di capi del popolo. Salomè, figlia di Erodiade, danzò innanzi agli ospiti ed Erode ne fu incantato. In segno di gratitudine verso la ragazza, giurò di darle tutto quello che avrebbe chiesto, finanche la metà del suo regno.
La vile ragazza su consiglio della sua malvagia madre Erodiade chiese che su un piatto le fosse data la testa di Giovanni il Battista. Erode si inquietò, perché temeva l’ira di Dio per l’omicidio di un profeta, che prima aveva ascoltato. Ebbe anche paura del popolo, che amava il santo Precursore. Ma a causa degli ospiti e del suo giuramento sconsiderato, diede ordine di tagliare la testa di san Giovanni e di darla a Salomè.
Secondo la tradizione, anche dopo la morte la bocca del predicatore del pentimento ancora una volta si aprì e gridò: “Erode, non ti è lecito avere la moglie di tuo fratello Filippo”. Salomè prese il piatto con la testa di san Giovanni e lo diede a sua madre. Erodiade in preda alla frenesia oltraggiò ripetutamente la testa del santo facendola poi gettare in un luogo immondo. Ma la pia Giovanna, moglie di Cusa amministratore di Erode, seppellì la testa di Giovanni Battista in un vaso di terra sul Monte degli Ulivi, dove Erode aveva un appezzamento di terreno. (Il ritrovamento del Capo Venerabile viene celebrato il 24 febbraio). Il corpo santo di Giovanni Battista quella notte fu preso dai suoi discepoli e sepolto a Sebastia, là dove l’atto malvagio era stato compiuto.
Dopo l’omicidio di san Giovanni Battista, Erode continuò a governare per un certo tempo. Durante il processo che precedette la morte del Salvatore, Ponzio Pilato, governatore della Giudea, gli inviò Gesù Cristo per farlo giudicare, ma Erode dopo averlo beffeggiato glielo rimandò (Luca 23, 7-12).
Il giudizio di Dio giunse su Erode, Erodiade e Salomè già durante la loro vita terrena. Salomè in un inverno, attraversando il fiume Sikoris, cadde attraverso il ghiaccio, che aveva ceduto in modo tale che il suo corpo era in acqua, ma la sua testa era intrappolata al di sopra del ghiaccio. E avvenne che come un tempo ella danzava con i piedi sulla terra, ora invece si agitava disperatamente nell’acqua gelata. Così rimase intrappolata fino al momento in cui il ghiaccio affilato le tagliò il collo.
Il suo cadavere non venne trovato, ma la testa venne portata ad Erode ed Erodiade, allo stesso modo in cui un giorno lei aveva portato la testa di san Giovanni Battista. Il re arabo Areta, per vendicare l’affronto mostrato a sua figlia, mosse guerra contro Erode. Erode sconfitto subì l’ira dell’imperatore romano Caio Caligola (37-41) e fu esiliato con Erodiade prima in Gallia, e poi in Spagna.
La Decollazione di San Giovanni Battista, è un giorno di festa stabilito dalla Chiesa, in cui si osserva un digiuno stretto a motivo del dolore dei cristiani per la morte violenta del santo. In alcuni paesi ortodossi i devoti in questo giorno non mangiano da un piatto piano o usano un coltello o mangiano cibo di forma rotonda.
Oggi la Chiesa fa memoria dei soldati ortodossi uccisi sul campo di battaglia, come stabilito nel 1769 al tempo della guerra della Russia contro i turchi e i polacchi.
 

Tradotto per © Tradizione Cristiana da E. M. agosto 2011

lunedì 5 settembre 2011

Dal sito: tradizione.oodegr.com

“Ecco un santo che cammina sulla terra!”
 “Solo tu, Signore, sai di che cosa abbiamo bisogno”
(preghiera del Patriarca di Serbia, sig. Pavle)
  
Sua Santità l’Arivescovo di Peć,
Metropolita di Belgrado e Karlovci,
Patriarca di Serbia Pavle
11.9.1914 – 15.11.2009
 
Da un ragazzo debole, per il quale accendevano la candela credendo che fosse morto e che nel corso di religione prendeva 2, è diventato uno tra i più grandi uomini spirituali del suo tempo.
Dopo 22 ore di viaggio sull’aereo tornando dall’Australia si reca direttamente alla veglia presso la Chiesa della metropoli di Belgrado, dopo si impegna a ricucire per due ore la sua tonaca strapazzata per partire alle 6 di mattina, dopo la celebrazione della divina Liturgia, per Mosca, dove il Patriarca russo Alessio II gli chiederà, se nel frattempo, è riuscito a visitare la Nuova Zelanda.
 
Trovandosi in America, nella missione per il ritorno e la riunificazione con la Chiesa madre di Serbia delle eparchie serbe separate della Chiesa Ortodossa Serba in America, l’estate del 1992, prima della partenza da Los Angeles per Chicago, sua Santità, ossia, il Patriarca dei Serbi Pavle sollevò la tonaca, ed entrò nelle acque del Pacifico. Rimase in questa posizione per un po’ guardando la profondità e l’altezza dell’orizzonte, evidentemente stava pregando; si chinò e dal fondo dell’acqua prese due pietre bianche, le baciò e le mise in tasca. Poi tracciò il segno della croce sul suo corpo e si diresse alla vettura che lo aspettava a poca distanza. Uno degli agenti dell’FBI che lo vigilavano, si avvicinò, si inginocchiò e baciò la mano del Patriarca Serbo esclamando: “Ecco, un santo che cammina sulla terra!”.
Le stesse parole si sarebbero potute sentire a quel tempo in Serbia dalle persone che seguivano le sue celebrazioni, ma anche da coloro che lo incontravano per le strade di Belgrado, mentre si recava con il suo “bastoncino” nei mercati o in una sinassi o a qualche altro lavoro.
 
 
Gojko Stojčević* ha attraversato una lunga e difficile strada, divenuto poi monaco e in seguito vescovo Pavle, fino a quando sarebbe stato chiamato, ancora vivo sulla terra, “santo”.
Nacque il giorno della festa della Decapitazione di San Giovanni il Precursore, l’11 settembre (vecchio calendario) del 1914 nel villaggio Kućanci di Slavonia (oggi questa regione appartiene alla Croazia, i Serbi furono cacciati da lì nel 1995, durante la recente guerra), dove i suoi genitori emigrarono dal sud della Serbia. In tenera età rimase orfano, cosa che rese la sua vita ancora più difficile.
“Molto presto rimasi senza genitori”, dice, “mio padre lavorava in America, lì si ammalò di tubercolosi e tornò a casa, solo per morire. Mia madre fece le seconde nozze dopo un anno, mentre mio fratello e io siamo rimasti con mia nonna e mia zia. Anche mia madre dopo un po’ morì. Perciò il concetto di madre per me è legato alla zia. Sentivo il suo amore infinito, lei sostituì mia madre, a tal punto che ora che ci penso quando morirò, incontrerò prima di tutto mia zia e poi gli altri”.
Da bambino era, come racconta lui stesso, molto debole, al punto che un giorno gli accesero la candela credendo che fosse morto! La zia si rese conto che Gojko non era adatto per i lavori di campagna e si decise a mandarlo dallo zio, per studiare.
Più tardi racconterà lui stesso riguardo a quell’epoca: “Nella periferia della città di Tuzla siamo riusciti a sopravvivere grazie ad una mucca, che eravamo costretti, quasi a costo della scuola e dello studio, a portare al pascolo. Lo zio era severo ma giusto. Ha educato tutti i suoi figli, compreso me. Ci siamo tutti laureati all’Università, mentre alcuni hanno ottenuto anche il dottorato”.
“Prima di iniziare la scuola superiore, mi mandarono nel monastero di Orahovica, perché mi preparassi lì per un po’ di tempo… rimasi lì per un mese, ma non riuscivo a comprendere molte cose agli Uffici. Avevo tuttavia una sensazione intima dei secoli passati e degli antenati, che pregavano in questo luogo; per me queste preghiere erano presenti, come anche i loro sospiri e le loro gioie; tutto questo si incise tantissimo nella mia mente, tuttavia non mi immaginavo che poi il mio futuro sarebbe stato legato alla Chiesa”. Non c’era niente nel giovane Gojko che potesse rivelare il suo futuro ecclesiastico, neanche il suo voto alla lezione di religione! Pur crescendo in una famiglia religiosa ed essendo uno studente eccellente, tuttavia in questa materia prendeva 2!
“Il nostro professore era basso di statura, Serbo proveniente dall’Ungheria. Ho avuto una serie di professori per molti anni, ma per me lui è rimasto il migliore educatore ed insegnante. Una materia didattica come la Dogmatica, tutta sotto forma di domande e risposte, era difficile da capire a quell’età. Però lui la insegnava così bene che difficoltà non ne avevamo. Era bravo, ma un uomo molto severo. Quando mi interrogava durante la lezione, non mi ci trovavo più; non potevo dire niente, borbottavo qualcosa qua e là; allora lui rivolgendosi a me diceva: ‘siediti!’. Quando chiedeva qualcosa di difficile io trovavo l’opportunità di migliorare la mia impressione. Di solito diceva: ‘Chiunque sa prenderà 2’. Se sapevo, alzavo la mano e correggevo il mio voto. Più tardi, quando sono cresciuto, sono diventato più indipendente, non avevo più ansia, anche se mi piacevano di più le materie che non richiedevano molta memoria, come la matematica e la fisica. Ha prevalso l’influenza dei miei parenti per l’iscrizione alla Scuola Sacerdotale, sebbene il mio interesse fosse verso la fisica della quale mi sarei occupato più avanti, in particolare nel mio tempo libero.
Il Patriarca terminò la Scuola teologica a Belgrado. La Seconda Guerra Mondiale scoppia mentre si trova al suo paese natio, in Slavonia, da dove, come molti altri serbi, fu costretto a rifugiarsi in Serbia. Si ritrovò di nuovo a Belgrado ma ora come profugo. Per poter guadagnarsi da vivere, fu costretto ad accettare di fare lavori pesanti da operaio.
Egli stesso racconta: “Quando nel 1941 fuggii a Belgrado, lavoravo nelle costruzioni, nelle banchine di carico e scarico dei porti… Fu lì che il mio pollice rimase deformato. Non avevo la forza di sopportare questi lavori. Nella primavera del 1942, il mio compagno di classe Ieromonaco Eliseo (Pojovds) mi condusse al Sacro Monastero della Santissima Trinità a Ovčara. Il monastero era in buone condizioni economiche ed era in grado di mantenere anche me. Mi affidarono dei lavori più leggeri. Dopodiché lavoravo come insegnante e catechista a Banja Koviljača, all’istituto dei bambini profughi dalla Bosnia. Un giorno caldo di agosto nel 1944, noi stessi insegnanti, abbiamo portato i ragazzi al fiume Drina. Gli mostrammo il punto fin dove potevano arrivare nel fiume; ma i bambini sono bambini! Quindi, vedo un bambino allontanarsi e immergersi nelle acque; si dà una spinta dal fondo cercando di emergere, raggiunge la superficie cercando di respirare, ma non riesce ad arrivare alla riva. Pur essendo accaldato e completamente sudato come ero, mi sono buttato verso il bambino e l’ho tirato fuori. Poi l’ho preso, l’ho piegato sulle mie ginocchia e gliele ho “suonate” dicendogli: ‘Figlio mio, ti sei salvato dalla Bosnia, tua madre e tuo padre sono stati assassinati e tu ora vuoi annegare davanti a me. Dove hai la tua mente?’. Subito dopo questo mi ammalai, ho avuto febbre alta. Sono andato a fare i controlli medici dopo i quali mi è stato detto: Tubercolosi!”. Si trattava di questa malattia grave, che a quel tempo non lasciava nessuna speranza di salvezza. I medici dissero a Gojko che gli rimanevano solo tre mesi di vita. I monaci lo portarono nel Sacro Monastero Vujan, ma gli raccomandarono di non entrare nella chiesa durante gli uffici e la divina Liturgia, di non mangiare con la fraternità e di evitare qualunque contatto con gli altri, affinché non contagiasse la malattia. Quando i monaci terminavano gli Uffici, allora lui entrava in chiesa e pregava bagnandosi nelle lacrime.
Al monastero venivano dei soldati di vari eserciti. Controllavano anche la cella di Gojko. Sebbene, ovviamente, fosse esausto e malato, era considerato sospetto da tutti. Quando, però, venivano a sapere che soffriva di tubercolosi, lasciavano la stanza chiudendo velocemente la porta.
Gojko non si perse di morale. Con la preghiera combatté la malattia. E poi, miracolosamente, cominciarono a mostrarsi i segni della guarigione. Questo gli ha dato la possibilità, mentre era solo nella sua cella, di considerare il futuro. In precedenza progettava una vita da prete sposato. Ma ora, dopo la fine della malattia, si rese conto che il suo progetto non poteva più essere realizzato. Osservando da vicino la vita dei monaci voleva anche lui essere tonsurato monaco.
Come segno di gratitudine verso il Sacro Monastero in cui era guarito, il monaco Gojko, già novizio, con un coltello scolpì sul legno la Croce e la crocifissione del Signore. Sul retro della Croce incise le parole (in slavonico): “Per il Monastero Vujan, per la mia guarigione lascio in segno di offerta, il servo di Dio Gojko”. Questa Croce oggi è conservata tra i più comuni cimeli del tesoro del monastero. Dopo gli anni della sua vita trascorsi come novizio presso il Sacro Monastero Vujan fu tonsurato monaco nel Sacro Monastero dell’Annunciazione nel 1948. Gli fu dato il nome di Paolo. Questo nome cercherà in ogni modo di onorare seguendo la via apostolica e le parole di colui dal quale lo ha ricevuto, l’apostolo Paolo.
Dal 1949 fino al 1955, nel tempo della grande lotta del potere comunista contro la Chiesa Ortodossa Serba già profondamente provata, Pavle appartenne alla fraternità del monastero di Rača.
“Nel tempo trascorso a Rača”, noterà più tardi in un suo testo autobiografico, “al Monastero non eravamo separati dal popolo, e così venivamo a sapere ciò che stava accadendo nel mondo e in che tempi vivevamo. Avevamo caricato le nostre preoccupazioni interiori e le nostre ansie sul carro delle nostre attività quotidiane, che non riuscivamo a sbrigare fino alla sera. Fu un tempo in cui prendevamo solo un pezzo di pane mentre per tutto il giorno lavoravamo nei campi, ci prendevamo cura degli animali del monastero e trasportavamo legna dalla foresta. Per un periodo di tempo lavorai al mulino ad acqua del monastero. Di sera dopo il lavoro eravamo impazienti di radunarci, non per riposare ma per pregare. Non vi è maggiore beatitudine che nel momento in cui l’uomo stanco prega in umiltà. Allora l’uomo intero si trasforma sostanzialmente in una condizione di preghiera: per la salvezza del popolo e di noi individui. Avevamo in mente che dobbiamo servire Dio, chiunque stesse governando e questo per noi era il significato più profondo della vita monastica”.
Nel frattempo lo ierodiacono Pavle nell’anno 1950-51 era stato docente presso la Scuola Sacerdotale a Prizren (che gli Albanesi hanno distrutto e bruciato nel marzo del 2004 in Kosovo, sotto gli occhi dei soldati della NATO…). Fu tonsurato ieromonaco nel 1954; nello stesso anno ricevette la nomina di protosincello. Nel 1957 divenne archimandrita. Seguì studi post-laurea presso la Facoltà teologica dell’Università di Atene nel corso degli anni 1955-1957. Successivamente venne eletto al trono episcopale di Raška e Prizren (Kosovo).
In Kosovo e Metohija nel territorio di Raška, su questo trono episcopale servirà per circa 34 anni. A quel tempo quando accadevano vari atti contro la Chiesa, col consenso dello Stato, si impose di resistere contro vari attacchi: con la preghiera pura, attraverso la sua saggia guida e con gli inviti palesi. Metteva al corrente continuamente il Santo Sinodo della Chiesa Serba e lo Stato riguardo agli attacchi, che avevano luogo contro i Serbi e contro la proprietà della Chiesa Serba in Kosovo e Metohija. 
“Ricevevo degli avvisi di stare attento ai miei frequenti rapporti al Sinodo, perché essi arrivavano nelle mani del potere dello Stato, mentre era sempre più chiaro che da qualche parte era stato già deciso che il Kosovo non doveva più essere Serbo”, noterà il Patriarca più tardi.
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
I risultati dell’illegale occupazione del Kosovo da parte della NATO: chiese ed icone profanate e distrutte, secoli di memorie cristiane cancellate sotto gli occhi dei soldati europei, mentre sui ruderi delle chiese cristiane sorgono oggi le moschee finanziate dai petroldollari dell’Arabia Saudita.

La chiesa Cattedrale di Prizren dopo essere stata incendiata dai terroristi Albanesi
 
Lui stesso, personalmente, diventava spesso vittima; strada facendo era oggetto di oltraggi, insulti, torture. Sugli autobus era perseguitato violentemente. Ad una fermata dell’autobus a Prizren un Albanese lo schiaffeggiò con rabbia, senza motivo. A causa della brutalità dello schiaffo, il kalimafchion e il vescovo stesso andarono in direzioni opposte! Il vescovo si alzò, raccolse il kalimafchion, lo mise in testa, guardò con pietà l’assalitore e proseguì per la sua strada. Da Prizren fino a Belgrado viaggiò in diverse occasioni su vagoni con i finestrini senza vetri, dove la neve copriva i posti a sedere. Soffrì tutto, senza mormorare, prendendosi cura molto di più della sua provincia e degli altri che di sé stesso. “Questo vescovo e teologo molto colto”, ha osservato il famoso Storico dell’Arte Z. S., “lo vedevamo sull’impalcatura, da dove rischiava di rompersi il collo, a riparare i tetti dei templi o gli alloggi dei monaci, mentre nella sede della sua provincia non c’era il palazzo arcivescovile, ma una cella, senza telefono né segreteria personale, c’era solo la macchina da scrivere in un ufficio dove lui stesso redigeva le relazioni, i rapporti e le lettere, scrivendo sulla carta più economica del mercato! Ovunque c’erano molte risposte pastorali alle domande dei credenti: dalle questioni più semplici e pratiche alle più complesse e spirituali…”. Prestava una cura particolare alla Scuola Sacerdotale di Prizren, dove a volte teneva delle conferenze. Andava spesso lì dagli studenti interessati a chi e in che cosa li avrebbe aiutati. La notte andava a coprire gli studenti mentre dormivano!
Molti furono sorpresi dal fatto che Pavle era stato eletto al trono Patriarcale di Serbia. Fino ad allora non era stato presentato dai media e al pubblico (ma anche tra gli altri vescovi) non era il candidato principale per la sede del primo gerarca. 
Alla sessione del Santo Sinodo della Chiesa Serba per l’elezione del Patriarca (1.12.1990), in conformità con la costituzione della Chiesa di Serbia, gli elettori vescovi dovevano “tracciare” una croce su tre candidati i quali dovevano raccogliere il minimo di 13 voti. Al primo turno furono eletti solo due.
Il terzo, il vescovo Pavle, a causa dei voti insufficienti (11) rimase fuori e solo al 9° turno fu eletto con 20 voti e così entrò nella triade dei candidati.
Seguì la fase finale delle elezioni per voto, vale a dire nel modo Apostolico: l’igumeno del monastero di Tronosa dopo aver pregato prese dal libro dell’Evangelo tre buste sigillate contenenti i nomi dei tre candidati, le mescolò e ne prese una, che consegnò al presidente, l’archierea; egli, davanti alle Porte Regali, mostrò la busta sigillata, la aprì e annunciò: “L’Arcivescovo di Peć, il Metropolita di Belgrado e Karlovci e Patriarca di Serbia è il Vescovo di Prizren e Raška, Pavle!”.
Commentando il fatto, dopo 15 anni dalla sua elezione, il vescovo di Montenegro sig. Amfilohije ha scritto: “L’unico uomo che in realtà non voleva diventare patriarca, era il patriarca Pavle!”.
Dopo la sua elezione il patriarca Pavle rivolgendosi al Santo Sinodo dirà: “Le mie forze sono piccole e voi lo sapete. Io non pongo speranze in esse. Spero nel vostro aiuto e, ripeto, nell’aiuto di Dio, con il quale Egli finora mi ha sostenuto. Che sia per la gloria di Dio e per il bene della sua Chiesa e del nostro popolo provato in questi tempi difficili”.
 
 
Il giorno dopo l’insediamento nella cattedrale annunciò il programma breviloquente: “Salito al trono di san Saba come 44° Patriarca della Serbia non ho proprio nessun programma per l’opera patriarcale. Il mio programma è l’Evangelo di Cristo, questa Buona Notizia riguardo Dio che è con noi e del Suo Regno che è in noi – finché lo accettiamo con fede e amore”.
Assunse le funzioni patriarcali in uno dei più difficili periodi della storia serba: nel tempo delle guerre, delle pressioni e dei ricatti dei potenti del mondo, delle turbolenze interne e della povertà, nel tempo della contestazione del sacro.
 
 
Si opponeva al male da dovunque esso arrivasse invitando i suoi compatrioti ma anche gli stranieri a rinsavire. Affermava che: “Sotto il sole vi è abbondanza di spazio per tutti” e che “Tutti gli uomini hanno bisogno ugualmente della pace come noi, anche i nostri nemici”. Spesso riferiva dei passi da una poesia popolare serba, dove si dice: “È meglio perdere la nostra testa, che perdere la nostra anima”. Con queste parole insegnava che “abbiamo l’obbligo di comportarci da umani, anche nella situazione più difficile e non vi è alcun interesse nazionale né personale che potrebbe essere una scusa per non comportarci da umani”.
Queste parole costantemente ripetute, “dobbiamo essere umani” hanno riempito le orecchie anche dei bambini piccoli che in modo amorevole lo chiamavano “Pavle-Pavle-essere-umani”. Tutti hanno sentito queste parole, ma molti non hanno voluto obbedire. Tra questi c’erano anche quelli che nella sua patria (l’odierna Croazia), durante la guerra del ‘90, demolirono una chiesa ortodossa solo perché in essa era stato battezzato il Patriarca dei Serbi! Questo è accaduto sebbene non si combattesse nel raggio di 40 km dalla chiesa.
 
 
Il Patriarca Pavle è stato instancabile nello svolgimento dei suoi doveri pastorali. Così nell’autunno passato, nei suoi 91 anni, decise di visitare l’Australia, tra l’altro, per benedire un’estensione di 87 ettari di terreno, acquistato dalla Chiesa Serba, per costruirvi il collegio “San Saba”, dove insieme ai ragazzini Serbi potranno frequentare i corsi anche Russi, Greci, ecc.
Alcuni vescovi cercarono di impedirglielo, dicendo che la durata del viaggio andava al di là della sua resistenza. Il Patriarca li contraddiceva: “Per me non è difficile, ma come ce la faranno loro (la sinodia, la scorta)?”.
Andò in Australia e cercò di riempire le due settimane del suo soggiorno di opere missionarie. Quando tornò a Belgrado si recò direttamente alla veglia, anche se aveva viaggiato con l’aereo per 22 ore; la mattina se ne partì subito per Mosca.
Il Patriarca di Russia Alessio II sapendo tutto questo, gli chiese scherzosamente: “Santità, ha fatto un lunghissimo viaggio, ad è arrivato fino a qui, ha per caso visitato anche la Nuova Zelanda, visto che abbiamo un popolo ortodosso anche lì?...”.
“Santità, questa volta non l’ho fatto ma naturalmente lo farò nei prossimi 90 anni!”. 
Il Patriarca Pavle, nonostante i suoi numerosi obblighi, trascorse una vita fondamentalmente monastica. Ogni mattina celebrava e si comunicava nella cappella del Patriarcato e ogni notte era presente alla cattedrale per l’ufficio del vespro.
Non partiva per nessun motivo prima di celebrare la divina Liturgia.
Nel corso del cammino della sua vita, cominciando dal luogo della sua nascita e dai posti dove è stato istruito fino alle località dove svolgeva il suo dovere, divenne il simbolo unificante della Chiesa Serba. Inoltre, nella vita e nel suo ruolo nel mondo ortodosso, è stato anche uno dei simboli dell’unità dell’Ecumene Ortodosso.
Accadde una volta che, durante gli anni delle recenti guerre, vide dal suo appartamento nei pressi del palazzo patriarcale un gruppo di profughi sulla strada bagnarsi sotto la pioggia; scese e aprì la grande porta del Patriarcato, di legno di quercia, e li invitò ad entrare, perché si mettessero al riparo dalla pioggia. Quando i suoi collaboratori gli fecero notare che avrebbe potuto esserci la possibilità che entrasse anche qualcuno con intenzioni non buone (infatti, si viveva in tempi di guerra), rispose loro: “Come potrei dormire lì al caldo mentre questi ragazzi si bagnano qui fuori!”.
Anche le seguenti shockanti parole sono proprio sue: “Se avessi la forza per raggiungerli, il Dio risorto è testimone, mi sarei messo di fronte alle chiese, agli ospedali e di fronte ai posti di lusso per i ricevimenti e le sfilate di moda e avrei chiesto personalmente l’elemosina per i nostri fratelli e i nostri figli che si trovano nella prova. Ognuno di noi dovrebbe attivamente far vergognare tutte queste ostentate avidità, che esistono in molti luoghi pubblici e non dobbiamo semplicemente scandalizzarci e disperarci perché la spudoratezza ha prevalso intorno a noi”.
 
 
Il Patriarca si prendeva da solo cura di sé stesso per tutte le sue esigenze: preparava da mangiare da solo, visto che il suo cibo era quasi sempre di digiuno, in tutto l’anno – di solito mangiava verdure lessate, l’olio d’oliva lo aggiungeva soltanto nelle feste, mangiava raramente un po’ di pesce e mai la carne. La sua bevanda preferita era il succo di pomodoro mentre il suo cibo di prima scelta erano le ortiche. Quando non digiuna gli piacevano i latticini. Cuciva lui stesso i suoi indumenti, li riparava e li lavava. Ugualmente riparava e manteneva anche le sue scarpe.
Oltre a questo badava a ciò che succedeva intorno a lui. Nel Patriarcato controllava e si prendeva cura che tutto funzionasse nel miglior modo possibile. Quando terminava l’orario di lavoro e tutti se ne erano andati, il Patriarca andava a spegnere le luci dimenticate accese dai lavoratori.
Spesso riparava lui stesso i guasti idraulici, le finestre, le serrature…
Si prendeva cura dovunque ci fosse bisogno, delle cose terrene, mentre sottolineava che la nostra vera patria è quella “in alto” e per questo rammentava che dovremmo stare attenti: “Quando un giorno ci presenteremo di fronte ai nostri antenati, auguriamoci che non proveremo vergogna per loro, e che neanche loro proveranno vergogna per noi”.
Si dice che l’FBI abbia raramente sbagliato: È stato veramente un santo che ha camminato sulla terra!

Poco prima di morire ci ha consegnato il suo testamento spirituale:
“Dobbiamo pregare per coloro che sono nel bene, ma anche per chi riteniamo in cattiva fede, senza perdere la speranza che ciascuno si converta alla salvezza”


Dalle pubblicazioni sulla rivista “NIN” di G. G., di A. Di. ecc.; traduzione dal serbo: M. B.
Bibliografia, ORTHODOXOS TYPOS.
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana

sabato 3 settembre 2011

Riflessione a cura di p. Seraphim

Серафим Валеряни Ропа
 
XII Domenica dopo Pentecoste – Tono III
Letture: 1 Cor. 15,1-11 / Mt 19,16-26

Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito. Amen.
“….Che cosa mi manca ancora?” Quanto è profonda la domanda del giovane ricco. Lui aveva avuto tutto dalla vita, era ricco e quindi rispettato, poteva permettersi lussi che molti dei suoi vicini non potevano neanche sognare, eppure tutto questo non appagava pienamente la sua anima. E’ un fedele e devoto osservante dei comandamenti, li ha osservati fin dalla sua giovinezza, eppure neanche questo gli basta. Che cosa dunque gli manca? Il Signore Gesù glielo dice in una maniera per lui sconvolgente: “Va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi.”, è come se gli dicesse: “Non ti manca niente agli occhi del mondo, sei ricco, giovane, devoto, ma ti manca la cosa fondamentale, ti manco Io.” Fratelli e sorelle dove riposa in pace il nostro cuore? Dove sentiamo la nostra vera gioia? Il compimento della nostra vita? Unicamente e solo in Dio, unicamente solo in Cristo Gesù nostro Salvatore. Non è una banalità o una frase fatta. Egli, il nostro creatore, ci ha voluti per amore, per essere oggetto del suo amore infinito e il nostro cuore, che è fatto per amare, non può trovare risposo se non in Lui. I beni del mondo ci danno una gioia momentanea ma poi ci stancano, se a loro attacchiamo il cuore sono un po’ come dei surrogati tipo i dolcificanti artificiali rispetto allo zucchero, sì dolcificano ma poi ci lasciano quel senso di amaro in bocca e lo zucchero diciamocelo è proprio meglio dei dolcificanti. Così se usiamo dei beni materiali, perfino della religione, senza fare di Dio il centro della nostra vita a lungo andare sentiamo un amaro in bocca e tendiamo ad altro, ma nel contempo è come se questi beni si attaccassero alla nostra anima e non ci lasciassero andare “…il giovane se ne andò triste (triste e sottolineo triste), poiché aveva molte ricchezze.”
Gioia o tristezza, primato di Dio o primato del mondo, questa è la scelta a cui la vita cristiana ci pone davanti, cerchiamo di fare la scelta giusta. Se quel giovane ricco avesse detto di sì a Cristo ora lo ricorderemmo con tutta probabilità per nome e come un grande santo della Chiesa, invece si ricorda semplicemente come il giovane ricco. Preghiamo Iddio che nell’ultimo giorno si ricordi di noi per nome e ci salvi Lui che è il Salvatore delle nostre anime e dei nostri corpi.
Buona Domenica a tutti.

p. Seraphim

mercoledì 31 agosto 2011

Dalla Chiesa Ortodossa Russa

Metropolita Hilarion: non aspettiamoci sorprese dal Concilio Pan-ortodosso



Alla fine di agosto, il presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca ha fatto un viaggio in Medio Oriente, durante il quale ha visitato tre antiche Chiese ortodosse e si è incontrato coi loro Patriarchi. Dei risultati di questi incontri ha parlato, al suo ritorno a Mosca, in un’intervista rilasciata al portale “Interfax-Religion”.

- Si è appena concluso il suo viaggio nella regione del Medio Oriente e in Turchia, durante il quale lei ha visitato tre Patriarcati. Qual era lo scopo di questo viaggio?
- Il viaggio è stato fatto con la benedizione del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill. Святейший Патриарх и Священный Синод поручили мне регулярно посещать Глав Поместных Православных Церквей, консультироваться с ними по вопросам межправославных отношений, по актуальным вопросам современного бытия Православной Церкви. Sua Santità il Patriarca e il Santo Sinodo mi hanno incaricato di visitare frequentemente i capi delle Chiese ortodosse locali, per intrattenere  consultazioni regolari sulle questioni riguardati i rapporti inter-ortodossi e affrontare assieme temi di attualità della vita della Chiesa Ortodossa. Поездка по странам Ближнего Востока была необходима, чтобы лично встретиться с Предстоятелями трех древних Патриархатов: Константинопольского, Антиохийского и Иерусалимского. Questo  viaggio in Medio Oriente è stato di importanza essenziale perché ho potuto incontrare personalmente i Primati dei tre antichi patriarcati di Costantinopoli, Antiochia e Gerusalemme.
Attualmente, in Medio Oriente sono in corso eventi politici che rischiano di rendere estremamente difficile la vita ai cristiani in questa regione. Non è un caso che i problemi dei cristiani locali sono stati oggetto di preoccupata attenzione da parte dei Capi delle Chiese del Medio Oriente. Il 1 agosto, in Giordania si è tenuta una riunione dei Capi delle Chiese ortodosse di Antiochia, Gerusalemme e di Cipro, con la presenza anche di un rappresentante del Patriarcato di Alessandria. Il 23 agosto una riunione analoga si è tenuta a Cipro, e il 1 settembre un altro incontro sui problemi del Medio Oriente si terrà a Istanbul, sotto la presidenza del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo.
La Chiesa ortodossa russa non è mai rimasta indifferente ai problemi dei nostri fratelli ortodossi del Medio Oriente, e la nostra preoccupazione per la situazione dei cristiani in Medio Oriente e in altre regioni del mondo è stata espressa in un’apposita dichiarazione del Santo Sinodo del 30 maggio.
- Come è stata accolta questa dichiarazione dai Capi delle Chiese con i quali lei si è incontrato?
– A tutti e tre i Primati ho dato il testo della dichiarazione, tradotto in diverse lingue, tra cui il greco e l’arabo. I primati delle Chiese del Medio Oriente hanno accolto questo testo con gratitudine. In particolare, il Patriarca di Antiochia ha detto che esso sarà pubblicato nei media ortodossi in Siria e Libano.
- Cosa pensa del tema dei cristiani in Medio Oriente il leader palestinese Mahmoud Abbas, col quale lei si è incontrato domenica scorsa?
– Nella sua qualità di leader di una delle regioni con una popolazione prevalentemente araba, in cui musulmani e cristiani vivono fianco a fianco, Mahmoud Abbas è ben consapevole di questi problemi e spera che eventi come quelli che si sono verificati recentemente in Iraq ed Egitto non si ripetano in altri paesi del Medio Oriente. Come si sa, in questi paesi la situazione dei cristiani si è deteriorata in modo significativo immediatamente dopo che i regimi esistenti sono stati rovesciati con l’aiuto di forze esterne alla regione. Se in Iraq, secondo varie stime, abitavano circa un milione e mezzo di cristiani, oggi ve ne restano meno della metà. La vita dei cristiani è sotto costante minaccia, e molti sono stati costretti ad abbandonare città e villaggi in cui i loro antenati cristiani avevano vissuto per molti secoli.
- Il fatto che i capi delle Chiese di questa regione si riuniscano ora molto più frequentemente è dovuto solo alle circostanze politiche attuali? Nella prossima riunione a Istanbul dei Primati delle Chiese ortodosse della regione si discuteranno solo le questioni locali, o saranno affrontati anche temi di interesse pan-ortodosso?
- Ho fatto questa domanda a tutti e tre i patriarchi. Il Patriarca Bartolomeo mi ha detto che l’incontro verterà soprattutto sui problemi del Medio Oriente. E ciò è stato confermato dal Patriarca di Antiochia Ignazio e dal Patriarca di Gerusalemme Teofilo, il quale, tuttavia, ha aggiunto che quando i Capi delle Chiese si incontrano, possono discutere di qualunque problema.
Non saprei dire ora se nella riunione a Istanbul sarà discusso anche il tema dell’imminente Concilio Pan-ortodosso. Ma ritengo che le questioni di interesse pan-ortodosso debbano essere discusse da tutte le Chiese ortodosse locali, per evitare che si crei l’impressione che un  gruppetto di Chiese voglia prendere decisioni a nome di tutte le Chiese ortodosse in loro assenza.
- Negli incontri con i Patriarchi di Antiochia e di Gerusalemme avete parlato del Concilio Pan-ortodosso e della sua preparazione?
- Abbiamo trattato anche questa questione. E ‘stato importante discutere con i Primati del Patriarcato ecumenico e di queste altre Chiese sulla questione delle possibili configurazioni del Concilio, il suo argomento, su come saranno rappresentate le Chiese e quale sarà il procedimento di presa delle decisioni. Oggi, nella collaborazione inter-ortodossa, l’unico metodo valido di processo decisionale è il consenso, e su di esso si basa la possibilità di cooperazione tra le Chiese ortodosse locali. Proprio questo metodo aiuta ad affrontare le questioni che emergono in uno spirito di amore fraterno, e a raggiungere un accordo anche nei problemi sui quali sussistono delle differenze.
Recentemente, alcuni hanno proposto di abbandonare questo metodo negli incontri inter-ortodossi, e di prendere le decisioni a maggioranza semplice. Ma un cambiamento così radicale nel lavoro degli organismi inter-ortodossi può portare a conseguenze molto gravi: se anche solo una Chiesa sarà contraria a una qualche decisione, e con una votazione a maggioranza il suo parere verrà ignorato, ciò porterà inevitabilmente a una frattura all’interno della famiglia delle Chiese ortodosse. E se la divisione non potrà essere superata a livello del lavoro di preparazione, essa inevitabilmente si porrà a livello del Concilio stesso. Pertanto, oggi non è assolutamente possibile proporre qualsiasi altro metodo, diverso da quello del consenso.
- Eminenza, quale sarà secondo lei la norma di rappresentanza in occasione del prossimo Concilio Pan-ortodosso? Vi parteciperanno alcune centinaia o solo poche decine di vescovi?
- Penso che la questione dovrà essere discussa dalla Commissione preparatoria del Concilio. Se vogliamo convocare un vero Concilio pan-ortodosso, credo che dovrebbero essere invitati tutti i vescovi diocesani, in modo che ogni chiesa locale sia rappresentata nel Concilio dal proprio vescovo, come avveniva all’epoca dei Concili ecumenici. Il numero totale dei vescovi diocesani delle Chiese ortodosse, nel loro insieme, è di circa 500 persone, e penso che sarebbe del tutto realistico radunare 500 persone. Tuttavia, se per motivi tecnici si rivelerà impossibile riunire un forum così rappresentativo, allora le rappresentanze delle Chiese, naturalmente, dovrebbero essere proporzionali alle loro dimensioni.
Oggi esistono meccanismi di cooperazione inter-ortodossa, in cui ogni Chiesa è rappresentata da uno o due rappresentanti. Ma quando si parla della Chiesa ortodossa russa, non bisogna dimenticare che il numero dei suoi fedeli supera il numero totale dei fedeli di tutte le altre Chiese ortodosse prese insieme. Le dimensioni di ogni singola Chiesa non possono essere trascurate nel determinare la quota della sua rappresentanza al Concilio Pan-ortodosso.
- Che cosa pensa, quando e dove potrebbe riunirsi il Concilio?
- Sua Santità il Patriarca Bartolomeo ha espresso la speranza che questo Concilio sia tenuto a Istanbul, nella chiesa di sant’Irene, dove nel 381 si è svolto il secondo Concilio ecumenico. Personalmente, penso che il Concilio possa riunirsi in un avvenire non troppo lontano, naturalmente a patto che vengano accuratamente discusse e risolte le questioni relative alla rappresentanza, al protocollo e all’ordine del giorno.
- Possiamo dire che, previo accordo su tutti questi temi, il Patriarcato di Mosca oggi è favorevole alla convocazione del Concilio?
– Siamo favorevoli alla convocazione del Concilio, perché oggi di fronte alle sfide poste alla Chiesa Ortodossa in tutto il mondo, occorre pronunciarsi con una voce comune e solidale di tutta l’Ortodossia. Proprio per questo è importante superare tutti i disaccordi nella fase preparatoria, affinché il Concilio stesso possa essere un fattore di unità, e non un fattore di divisione. Ed è per questo che è assolutamente indispensabile che, come già avviene nella cooperazione inter-ortodossa, il consenso resti l’unico metodo del processo decisionale.
- Alcuni rappresentanti dell’opinione pubblica ecclesiale temono che questo ottavo Concilio possa annullare le decisioni dei sette Concili ecumenici precedenti …
- Questi timori sono infondati, perché, in primo luogo, il Concilio non prenderà alcuna decisione che non sia stata già espressa dalla Commissione preparatoria in questi ultimi cinquant’anni. Le decisioni della Commissione preparatoria sono ben conosciute, non sono mai state nascoste a nessuno: sia i documenti, che i verbali delle riunioni della Commissione sono accessibili a chiunque. Molti dei documenti della Commissione preparatoria sono stati pubblicati dalla “Rivista del Patriarcato di Mosca” negli anni 1970-1980.
Inoltre, se la decisione di convocare il Concilio Pan-ortodosso sarà presa (e vorrei sottolineare che tale decisione può essere presa solo da tutte le Chiese ortodosse locali), tutti gli argomenti che sono stati discussi durante questi 50 anni nelle riunioni preparatorie pre-conciliari, verranno studiati di nuovo. Si potranno apportare tutte le modifiche necessarie, tenendo conto delle mutate circostanze; le decisioni che verranno prese saranno note in anticipo: non c’è motivo di aspettarsi sorprese sconvolgenti da questo Concilio.
- Possiamo dire che il principio del consenso nel processo decisionale durante il Concilio esclude la possibilità che vengano prese decisioni che vadano contro la tradizione della Chiesa, come temono alcuni fedeli?
- Sì, perché il principio del consenso richiede l’accordo di tutte le Chiese con le decisioni prese. E se anche una sola Chiesa non è d’accordo su qualcosa, ciò significa che ha le sue ragioni, e queste ragioni si basano sulla tradizione di quella data Chiesa locale. Bisogna dire che tra le Chiese ortodosse locali non ci sono alcune differenze dottrinali, non c’è nessun disaccordo nel campo del diritto canonico. Tutte le difficoltà che ci troviamo a affrontare riguardano soprattutto questioni politiche, cioè questioni che possono essere risolte in un dialogo bilaterale tra le due Chiese tra le quali è sorto il problema, o al livello inter-ortodosso.
Per quanto riguarda i dieci argomenti che erano stati messi all’ordine del giorno del Concilio Pan-ortodosso 50 anni fa, su otto di essi è già stato raggiunto un accordo, e le due questioni rimanenti sono, per così dire, di natura tecnica. Si tratta di come debba essere concessa l’autocefalia, e dell’ordine in cui le Chiese saranno nominate negli elenchi ufficiali, i dittici. Queste domande che, è opportuno sottolinearlo, non sono di natura dottrinale, possono essere risolte anche dopo il Concilio Pan-ortodosso.
- Nel frattempo, rappresentanti di gruppi non-canonici in Ucraina, che non sono in comunione con nessuna delle Chiese ortodosse locali, si aspettano che il Concilio Pan-ortodosso (o anche la riunione dei cinque capi delle Chiese ortodosse del Medio Oriente, questo 1 settembre) riconoscano la loro autocefalia e aggiungano i loro nomi nei dittici.
- La questione di uno scisma è molto dolorosa. Lo scisma è una ferita sul corpo della Chiesa. Naturalmente, la Chiesa deve fare uno sforzo continuo per sanare le divisioni esistenti. E la Chiesa esorta sempre coloro che si sono allontanati, coscientemente o incoscientemente, a far ritorno, li aspetta sempre a braccia aperte.
Sono convinto che il Concilio Pan-ortodosso può discutere anche di questi argomenti e prendere decisioni che aiuteranno i nostri fratelli e sorelle che sono caduti nello scisma a ritornare in seno alla Chiesa. Ma non credo che l’assemblea dei Primati delle Chiese del Medio Oriente, che avrà natura consultiva e sarà dedicata ai problemi di questa regione particolare, possa prendere qualsiasi tipo di decisioni sulla questione ucraina. L’Ucraina non fa parte del Medio Oriente. Si tratta di un incontro regionale che si concentrerà sui temi locali, relativi al Medio Oriente.

Dal sito cattolico: Zenit.org

La Turchia restituirà le proprietà confiscate alle minoranze religiose
Il decreto, entrato in vigore sabato, non riguarda però i cattolici latini
di Paul De Maeyer

ROMA, martedì, 30 agosto 2011 (ZENIT.org).- Nel suo discorso dopo la nuova vittoria dell'AKP (Partito per la Giustizia e e lo Sviluppo) alle elezioni legislative del 12 giugno scorso, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan aveva promesso di lavorare per tutti i cittadini del suo Paese, di tutte le religioni e tutti gli stili di vita. E sembra che questa volta ad Ankara si voglia fare sul serio. Il governo Erdogan ha approvato infatti un decreto-legge per la restituzione alle minoranze cristiane e a quella ebraica delle proprietà confiscate dal 1936 in poi.
Il nuovo decreto è entrato in vigore sabato 27 agosto dopo la sua pubblicazione sulla gazzetta ufficiale di Ankara, come annunciato dai media turchi, fra cui l'emittente NTV e il quotidiano di lingua inglese Today's Zaman, che hanno lanciato la notizia solo poche ore prima della cena-festa dell'Iftar - la rottura del digiuno durante il mese del ramadan – organizzata domenica  28 agosto per la prima volta in onore di Erdogan dal rappresentante delle minoranze presso la Direzione generale delle Fondazioni religiose, Lakis Vingas, noto esponente della comunità ortodossa. All'evento, che si è svolto nel Museo archeologico di Istanbul ed è stato definito un "novum" nella storia della Turchia dalla rivista tedesca specializzata nei temi di migrazione e di integrazione MiGAZIN (29 agosto) , hanno partecipato i rappresentanti di 161 fondazioni non musulmane.
La nuova normativa sancisce che tutte le minoranze religiose riconosciute nel quadro del Trattato di Losanna, ratificato nel luglio del 1923 ad Ankara dall'allora nuovo governo di Mustafa Kemal Atatürk, hanno un anno di tempo per chiedere la restituzione di tutte le proprietà registrate come appartenenti alle fondazioni religiose nel censimento del 1936 e confiscate successivamente dallo Stato turco. Poiché il Trattato di Losanna riconosceva ufficialmente come "minoranze" solo quelle non musulmane storicamente presenti sul territorio turco, cioè armeni, greci ortodossi ed ebrei, significa che il decreto non contempla ad esempio la restituzione dei beni immobili espropriati ai cattolici latini. Secondo la Radio Vaticana (29 agosto), i cattolici caldei potranno invece beneficiare del decreto.
Il testo del ddl prevede non solo il ritorno degli edifici censiti nel 1936 ma anche i cimiteri e persino le sorgenti d'acqua appartenenti alle fondazioni non musulmane. Come spiega AsiaNews (29 agosto), verranno restituiti anche i beni immobiliari dai titoli di proprietà non definiti, ad esempio quelli di monasteri e parrocchie, che sono privi di personalità giuridica e dunque non esistono per la legge turca. Si stima che circa 1.000 proprietà immobiliari saranno restituite ai greco-ortodossi, circa 100 agli armeni e diverse aicaldei cattolici e agli ebrei. Secondo Today's Zaman (28 agosto), almeno 157 case, 21 complessi di appartamenti, una fabbrica, tre cimiteri e tre locali notturni torneranno ad esempio all'Ospedale Greco di Balikli, un quartiere di Istanbul. La normativa stabilisce inoltre che le fondazioni non musulmane verranno risarcite se nel frattempo le proprietà confiscate dovessero essere state vendute a terzi. Secondo i calcoli dei media locali, quest'ultima operazione potrebbe costare allo Stato turco circa 700 milioni di euro (Domradio, 30 agosto).
Lo stesso Erdogan ha spiegato la decisione del suo governo - definita da AsiaNews un "coup de théâtre" (colpo di scena) - come un passo nella lotta contro le ingiustizie del passato e contro l'esclusione e la disuguaglianza in Turchia. "I tempi in cui i nostri cittadini venivano oppressi a causa della loro fede, la loro etnia, il loro abbigliamento o stile di vita del passato appartengono al passato del nostro Paese", ha detto l'ex sindaco di Istanbul durante la cena dell'Iftar (MiGAZIN, 29 agosto). "I 74 milioni di persone che vivono in questo Paese sono cittadini di prima classe e sono ai nostri occhi - con tutte le loro differenze – uguali", ha continuato il politico dell'AKP.
Le dichiarazioni del premier hanno suscitato reazioni molto positive, come dimostrano le parole del rabbino capo della Turchia, Ishak Haleva. "E’ un fatto straordinario. Oggi è una giornata storica. La luce dell'Impero ottomano continua a brillare", ha detto Haleva, che ha parlato di "correzione di una ingiustizia".
Entusiasta è stato anche il commento di uno dei più noti imprenditori della Turchia, Ishak Alaton, che ha qualificato la mossa del governo come "una specie di rivoluzione", che spiana "la strada verso la pace sociale". Secondo l'esponente della comunità ebraica, "fino ad oggi, abbiamo sempre parlato di cittadini di prima e seconda classe. Ma oggi abbiamo ci siamo lasciati alle spalle questa discriminazione. Ora tutti saranno uguali".
Soddisfatta si è dichiarata anche l'avvocatessa Kezban Hatemi, da tempo impegnata nella difesa degli interessi delle minoranze, tra cui quella cattolica. "Questa è un primo passo nella storia della Repubblica turca e una mossa molto significativa", ha detto a Today's Zaman. Secondo la Hatemi, "questo è il ripristino di un diritto. Si tratta di un provvedimento richiesto dal Trattato di Losanna e che fa sentire i cittadini non musulmani in Turchia come cittadini con pari uguaglianza". 
Per il direttore dell'Ufficio per i Diritti umani dell'organizzazione cattolica tedesca Missio, Otmar Oehring, che da anni segue da vicino la situazione delle minoranze religiose in Turchia,  se il decreto viene ratificato, sarà un passo "coraggioso e anche sorprendente" (Domradio, 30 agosto).
Al coro di "sì" si è unito anche il presidente della Conferenza Episcopale della Turchia, monsignor Ruggero Franceschini. Anche se la comunità dei cattolici latini rimane fuori dalle disposizioni del decreto, ha detto di accogliere la notizia "con gioia" (Radio Vaticana, 29 agosto).
Per i commentatori, la decisione va letta alla luce delle recenti condanne inflitte alla Turchia dalla Corte Europea dei Diritti umani. Al termine di una battaglia iniziata nel 2007, il tribunale con sede a Strasburgo aveva condannato nel giugno 2010 il Paese a restituire l'orfanotrofio di Büyükada, sull'omonima isola nel Mare di Marmara, al patriarcato ecumenico di Istanbul. La sentenza era stata giudicata di "grandissima importanza" (AsiaNews, 16 giugno 2010) perché comportava il riconoscimento esplicito dello stato giuridico del Patriarcato.
Non è da escludere che Erdogan - dotato di un grande intuito politico - ha voluto giocare d'anticipo ed impedire un ricorso alla Corte di Strasburgo da parte di altre entità cristiane, ad esempio i monaci del monastero siro-ortodosso di Mor Gabriel (cfr. ZENIT, 11 febbraio). Oltre a perdere una parte delle sue terre, il monastero situato nel sud-est dell'Anatolia rischia di dover abbattere anche i possenti muri che lo proteggono da attacchi e ladri. "Non vogliamo più belle parole, ma fatti", aveva dichiarato il metropolita Mor Timotheus Samuel Aktas dopo un deludente incontro con il premier Erdogan, svoltosi nell'aprile scorso (Domradio, 2 giugno).
"Se il governo non avesse preso alcuna iniziativa, la Turchia avrebbe affrontato severe sanzioni dalla Corte Europea", ha detto a Today's Zaman il sociologo Ayhan Aktar, autore di vari libri sulle minoranze nel suo Paese. D'altronde, si potrebbe considerare il decreto un asso nelle mani di Erdogan nei colloqui con Bruxelles sull'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. In varie occasioni, l'UE ha chiesto infatti ad Ankara passi per eliminare le discriminazioni nei confronti delle minoranze religiose. In una prima reazione, un portavoce del Commissario per l'allargamento dell'UE, Stefan Füle, ha parlato di un passo "positivo e opportuno" (Domradio, 30 agosto). "La Commissione europea vigilerà con attenzione sull'attuazione della nuova legge, mantenendosi in contatto sia con le autorità turche che con le comunità religiose non musulmane", ha aggiunto il portavoce.
Cauto si è detto, invece, un funzionario del governo greco. "Ci sono state almeno cinque occasioni in cui sono state apportate delle modifiche alla legislazione corrente da quando l'AKP è al governo, ma non sono state molto soddisfacenti nella pratica", ha detto il rappresentante di Atene, che ha voluto mantenere l'anonimato (The New York Times, 28 agosto). "Speriamo che questa volta i cambiamenti produrranno un vero cambiamento", così ha auspicato.
Netto invece è stato il rifiuto da parte del presidente dell'Armenian National Committee of America (ANCA), Ken Hachikian. "Novantasei anni dopo il genocidio perpetrato contro gli armeni, greci e siriaci, questo decreto è una cortina di fumo per evitare conseguenze molto più ampie di quegli atti brutali", ha dichiarato (Asbarez Armenian News, 28 agosto). Secondo Hachikian, con il decreto tornerà infatti "meno dell'uno per cento delle chiese e proprietà ecclesiastiche confiscate durante il genocidio armeno e nei decenni che lo seguirono". Secondo esperti della Chiesa armena, degli oltre 2.000 luoghi di culto al servizio della comunità armena prima del 1915, meno di 40 funzionano oggi come chiese.