lunedì 18 maggio 2009

Dal sito: eleousa.net

Consacrazione della Chiesa di S. Caterina a Roma
Mosca: Il 29 aprile, nella residenza del Patriarca e del Santo Sinodo, il monastero di San Daniele, Sua Santità il Patriarca Kirill ha presieduto la riunione del consiglio di fondazione della costruzione della Chiesa di Santa Caterina la Grande a Roma (www.stcaterina.org). Hanno partecipato alla riunione il sindaco di Moskva Luzhkov, l’Ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Russia in Italia Meshkov; il Vescovo Marco Egoryevskoye, segretario del Patriarcato di Moskva presso le istituzioni straniere, il vicario della diocesi di Mosca, vicario del Monastero di San Daniele, l’Archimandrita Alexis (Polikarpov), l’igumeno Filippo (Vasiltsev), abate del tempio di S. Caterina la Grande, Presidente della Fondazione S. Caterina la Grande, il capo del Dipartimento delle Infrastrutture a Moskva Levchenko, il presidente del gruppo di imprese «Koalko» Anisimov e gli altri membri del consiglio. La riunione è stata dedicata alla preparazione della grande benedizione del tempio, che si terrà il 24 maggio, giorno in cui si ricordano i Santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori del popolo slavo. Il 23 maggio, a Roma, nella chiesa di Santa Caterina ci sarà una Veglia e la Divina Liturgia. Nello stesso giorno, sarà svolto un servizio di preghiera presso le reliquie di San Cirillo, nella Basilica romana di San Clemente. Poi, il Coro del Monastero di San Daniele eseguirà un concerto di canti religiosi ortodossi nella Basilica di S. Maria degli Angeli e Martiri, a Piazza della Repubblica. Il 24 maggio, nella chiesa di S. Caterina Megalomartire sarà celebrata la Divina Liturgia con la consacrazione della chiesa. I partecipanti potranno visitare la sede dell'Ambasciata Russa in Italia, dove sarà organizzata una festosa accoglienza. Nel concludere la riunione, il Patriarca Kirill ha proposto una seconda riunione del consiglio dopo la consacrazione del tempio, in data da definirsi.
(fonte: www.patriarchia.ru; nostra traduzione dal russo)

sabato 16 maggio 2009

Kirill: "La Chiesa è al servizio della vita"

(Dal Sito: eleousa.net)
Intervista a S.S. Kirill, Patriarca di Mosca
e di tutta la Russia
Lunedì 11 maggio, a circa 100 giorni dall’elezione, Sua Santità Kirill, Patriarca di Moskva e di tutta la Russia, ha rilasciato un’intervista al quotidiano “News”. Sua Santità, quali sono le difficoltà e le gioie incontrate dopo l'elezione a Patriarca? La sfida più grande è il senso di responsabilità, e la gioia è dare il mio contributo non solo con le parole ma soprattutto con i fatti. Sono particolarmente grato a tutti i cristiani ortodossi che mi hanno sostenuto soprattutto con le loro preghiere. Il Concilio Locale si è proposto il compito di colmare il divario tra il cristianesimo e il tempo presente. Quanto è grande il divario? Dopo il regime ateo, circa 20 anni fa le chiese sono state riaperte, i ministri della Chiesa sono i benvenuti sui giornali e in televisione. Cosa manca per il successo di un sermone? Non bisogna dimenticare che la distruzione della Chiesa nel nostro paese è durata quasi un secolo, e ridare vita è sempre difficile e più lungo. Secondo varie statistiche, il 60-80% dei russi si definisce ortodosso. Circa il 10-12% di questi seguono regolarmente la Divina Liturgia e si comunica, per il resto l’ortodossia è una forma di identità culturale. Non credo che sia un male in sé, presumendo l’ortodossia come una tradizione culturale, ma è importante capire e accettare la sua autorità morale e spirituale. E’ necessario passare dall’esteriorità all’interiorità. Questa è in primo luogo la missione della chiesa. Certo, ci troviamo di fronte a un compito molto difficile. I fattori soggettivi ostacolano l'avvento dell’uomo moderno in chiesa, e la vita di chiesa richiede particolare attenzione, ed eventuali cambiamenti. Tuttavia, il numero di persone che si avvicina alla vera fede è in crescita. Quindi, il compito principale della Chiesa è la predicazione del Vangelo e portare le persone non solo nei templi, come monumenti e capolavori d'arte, ma a Cristo. Allora, si attendono cambiamenti nella nostra chiesa? Se sì, cosa? La questione religiosa non si può cambiare, perché Dio è sempre lo stesso. Dobbiamo invece imparare ad esprimere la verità eterna alla luce delle circostanze attuali - e questa è una delle sfide dei missionari e teologi moderni. I cambiamenti possono verificarsi nelle forme e nei metodi della predicazione, nei metodi di servizio missionario: questo è un compito fondamentale della Chiesa. Nuove responsabilità sono state affidate al Dipartimento per le Relazioni esterne, il dialogo interreligioso e le relazioni internazionali. E’ necessaria una formazione post-universitaria per rafforzare le attività scientifiche e d'insegnamento all'interno della Chiesa. Il Dipartimento Chiesa e Società ha iniziato a lavorare in modo indipendente. La Chiesa ha bisogno di vivere il suo popolo, e la dimensione spirituale e morale deve esserci nelle diverse sfere della vita pubblica. Recentemente la stampa è in aumento, anche se a volte è critica verso la Chiesa. La maggior parte della stampa si riferisce alla vita pubblica della chiesa, e non sempre parla del significato della fede cristiana. Vi è un conflitto di ruoli. Ad esempio, non si può spiegare in poche parole che cosa è importante per un cristiano - la vita eterna e la libertà dal peccato. Per dare risposte a tali domande, non sarà sufficiente l'intera intervista e l'intero giornale. Dobbiamo imparare a parlare chiaro e in maniera accessibile, senza perdere di significato e con le giuste connotazioni. Sono certo che è possibile. A tal fine, ho creato ancora un’altra struttura del Sinodo: la Divisione Informazioni. Tutti questi cambiamenti dovrebbero rendere la chiesa più aperta, più vicina all’uomo moderno. Non dobbiamo creare un «ghetto», ma siamo obbligati ad andare incontro alle persone, ad entrare nelle loro vite. Sua Santità, come attirare i giovani verso la Chiesa? Insieme con le istituzioni, dobbiamo dare loro la possibilità di prendere decisioni e di dare un giudizio sul mondo di oggi. Ma questo è impossibile senza una giusta formazione. La nostra gioventù è in crisi, è priva di valori chiari. Nella Chiesa, ci sono le linee guida. Un esempio lampante: la nuova storia russa dimostra chiaramente la potenza e la verità della Chiesa. Settanta anni fa, migliaia di persone sono morte per Cristo, conservando per noi la sua Parola e la Sua Chiesa. Così il passato si collega al futuro. Siamo preoccupati per il clima morale nelle scuole, dove si plasmano l'identità della persona, le sue idee sul bene e sul male. Questa è la nostra preoccupazione, perché la scuola non è una lobby che ha per oggetto lo studio. Sebbene vi sia un’etica laica, i giovani non possono fare a meno di avere una conoscenza di base della cultura ortodossa. Nell’iconografia, ad esempio, c’è la storia della Chiesa Ortodossa. La conoscenza delle altre religioni tradizionali del paese può essere attuata nel corso di storia, di studi sociali. Siamo pronti a parlare con i rappresentanti di diverse sottoculture, compresi i giovani. E prendere la parola in una lingua che capiscono. E se si parla nella lingua di sottoculture giovanili, non dimentichiamo certo la cosa principale, quello che stiamo facendo: «Per tutti ho fatto di tutto per salvare almeno un po'» (1 Cor. 9,22). Subito dopo la sua elezione, Lei ha parlato di alcune priorità e di altri aspetti nella vita ecclesiale. Tra i primi c’è l’unità, tra i secondi la libertà e l'amore». Cos’è più importante? In realtà, questa è una formula cristiana molto antica. La cosa principale per la chiesa è la fede in Cristo, la nostra unità eucaristica. Tuttavia, molti problemi in seno alla Chiesa richiedono un dialogo e accogliamo con favore qualsiasi discussione, se è seria e rispettosa. Recentemente, il Santo Sinodo ha deciso di avviare i preparativi per la convocazione di una Commissione - di uno speciale organo consultivo - , di cui fanno parte il clero e i laici, per discutere le importanti sfide della Chiesa. Infine, vorrei dire qualcosa sull’amore: l'amore non è emozione, ma un inizio fondamentale del rapporto tra Dio e l'uomo, che la Bibbia chiama Dio stesso. Senza di esso, l'unità non può essere mai raggiunta. Sotto la sua leadership, sono stati preparati dei documenti dottrinali, che rispecchiano la comprensione ortodossa della libertà: “Fondamenti sociali della Chiesa ortodossa russa», e «Gli insegnamenti fondamentali della dignità, della libertà e dei diritti umani». Al di sopra di tutto vi è la libertà dal peccato. Ma oggi sono necessarie anche la libertà politica, la libertà di parola, di scelta, etc…? La libertà politica, ovviamente, è importante, ma in questo caso tutto dipende da questi due concetti di cui parlano i testi che Lei ha citato. La Chiesa parla di libertà dal peccato, che si può trovare solo in Cristo, così come la libertà di scelta, che è un dono divino. Ma ricordatevi che fare una scelta a favore del male, priva della libertà stessa, e le persone diventano gradualmente schiave di esso. Un altro argomento d'attualità, oggi: il rapporto tra Stato e Chiesa. Si può parlare di “sinfonia”, come nel mondo bizantino? In nessun caso il rapporto si può fondere. Specialmente in Unione Sovietica ... Come si può procedere? Naturalmente, nel nostro mondo lacerato dal peccato, possiamo avvicinarci. Con tutte le difficoltà della Chiesa di oggi, da una parte c’è l'indipendenza, dall'altra ci sono le relazioni di amicizia con lo Stato, come, ad esempio, in materia di istruzione, di diritti umani e di giustizia... Il metropolita Vladimir ha invitato a pregare per le divisioni in Ucraina. Cosa ne pensa? La situazione in Ucraina è davvero difficile, poiché le divisioni sono frutto di un calcolo politico, il desiderio di alcuni leader di utilizzare la chiesa e la fede della gente per i propri scopi, non legati agli obiettivi del buon cristiano. Questa è un'altra prova di come dovrebbe esserci attenzione in materia di questioni religiose. E come può essere pericoloso cercare di strumentalizzare la fede per i propri fini politici. Noi consideriamo Kiev come la capitale del sud dell’Ortodossia russa. Poiché tutta la tradizione orientale risale ad un’unica civiltà. E oggi più che mai, la Russia, l'Ucraina e la Bielorussia sono consapevoli dell'importanza dell’ unità spirituale di quella che oggi è la Russia divisa da confini politici. Avete spesso incontrano funzionari del Governo. Perché sono venuti da Voi? Per chiedere sostegno alle loro iniziative, consigli? Nella società di oggi si avverte una grande attenzione al cristianesimo da parte di diversi leader politici. Dopo il crollo delle ideologie del XX secolo - il fascismo, il comunismo e il liberalismo - le persone, compresi i politici, sono diventate attente ai valori, rifiutano categoricamente le guerre mondiali e la sanguinosa guerra civile. Intende utilizzare la crisi economica per sviluppare una nuova etica di imprenditorialità per una società più giusta? In realtà, già nel lontano 2004 affrontammo il problema dei principi morali sulla base dell’insegnamento di Cristo, il quale ha parlato della sua missione sulla terra come di un ministero. La Chiesa deve essere al servizio della Vita. Se ognuno inizia a servire l'altro, tutti si sostengono a vicenda. Allora potremo realizzare l'unità di fronte alla crisi attuale. In conclusione, abbiamo bisogno di “far crescere l'anima, e dare posto al Signore, liberamente e consapevolmente ...”.
(fonte: www.patriarchia.ru. Nostra traduzione dal russo)

INCONTRO DI STUDIO A FABRIANO

Merito del console Armando Ginesi

Cattolici e Ortodossi dialogano all’Oratorio

Studiosi, prelati cattolici e ortodossi, esponenti delle istituzioni e delle realtà socio-economiche locali, cittadini e studenti hanno gremito per intero l’Oratorio della Carità per l’incontro di studi “Le origini del Monachesimo Occidentale e Orientale”.“Vorremmo - ha affermato il console onorario di Russia Armano Ginesi salutando i presenti - che la parola religione tornasse a ritrovare il proprio originario senso etimologico latino che deriva dal verbo relègere e che significa raccogliere o, ancor meglio, dal verbo religàre che vuol dire legare, tenere insieme, unire. L’organizzazione di un seminario a Fabriano sul monachesimo nelle Chiese d’Occidente e d’Oriente ci sembra una iniziativa importante nel comune sforzo di studiare le nostre radici e di riflettere su di esse”. “Il tema di questa giornata è molto importante per la conoscenza e il dialogo teologico tra le nostre Chiese - ha sottolineato l’intervento di Padre Ieromonaco Isidoro esponente del Patriarcato di Mosca in Italia -. Il monaco rappresenta una risposta comune delle due tradizioni cristiane. Il monachesimo è vivere il Vangelo senza compromessi”. Al convegno hanno portato i loro saluti anche il presidente della Regione, Gian Mario Spacca, il sindaco Roberto Sorci, il vescovo Giancarlo Vecerrica ed il presidente della Carifac Domenico Giraldi. Tra il qualificato parterre anche l’onorevole Maria Paola Merloni. Tra gli interventi, moderati dal professor Giancarlo Galeazzi (docente di Formazione al dialogo interreligioso presso l’ateneo di Urbino), molto apprezzate sono state le relazioni dell’Igùmeno Andrea del Patriarcato di Mosca, di padre Alessandro Barban (Priore del monastero di Fonte Avellana) e di don Lorenzo Sena (Priore del monastero di San Silvestro). L’incontro interreligioso (organizzato dal Consolato onorario della Federazione Russa di Ancona, in collaborazione con il Comune e la Carifac spa) era iniziato con un applauditissimo concerto in lingua italiana e russa del Coro Santa Cecilia. A margine della mattinata di studio si è tenuta una visita guidata ai Monasteri di San Silvestro e Fonte Avellana.

Dal sito di Padre Massimo

mercoledì 13 maggio 2009

Dal sito: eleousa.net

Le reliquie di San Timoteo dal Molise alla Russia


Domenica 10 maggio ad Elista, capitale della Repubblica di Kalmykia (Federazione Russa), sono state portate alcune reliquie dell’apostolo Timoteo donate dalla Diocesi di Termoli-Larino, in Molise (Italia), dove nella cattedrale è custodito il corpo del Santo.
La richiesta di avere alcuni frammenti di sì preziose reliquie è partita dall’Arcivescovo della Diocesi di Elista Mons. Zosima, che nel 2008, in occasione di un viaggio nei Santuari italiani, ha visitato la città di Termoli. Poi, attraverso il Nunzio Apostolico della Santa Sede presso la Federazione Russa, l’Arcivescovo Antonio Mennini, è stata inoltrata di recente la richiesta al Vescovo di Termoli, Mons. Gianfranco De Luca.
Già in passato, la Santa Sede è intervenuta in favore della Diocesi di Elista, durante la ristrutturazione della cupola della cattedrale di Nostra Signora di Kazan,e nel 2008 con la donazione di una reliquia di sant'Ambrogio.
La cerimonia di trasferimento delle reliquie si è svolta nella cattedrale di Nostra Signora di Kazan. Hanno partecipato Monsignor Mennini, l'Arcivescovo Zosima, il Vice Presidente della Repubblica di Kalmykia, Oleg Klimenko, il clero e i fedeli della Chiesa Ortodossa. Nel presentare le sante reliquie, monsignor Mennini ha detto: «San Timoteo è un esempio di pastore missionario di grande rilievo, che ha avuto come maestro nella fede l'apostolo Paolo. Secondo la "Storia della Chiesa", San Timoteo è stato anche il primo Vescovo di Efeso. Dal 1239 le sue reliquie si trovano in Italia, presso la Cattedrale di Termoli”. Poi, Mons. Mennini ha consegnato all’Arcivescovo Zosima uno speciale certificato che attesta l'autenticità delle reliquie.
Zosima ha ringraziato l'Arcivescovo cattolico e tutti coloro che hanno organizzato il trasferimento delle reliquie. “Per i cristiani ortodossi di Kalmykia la presenza delle reliquie costituisce un evento importante per la rinascita della fede ortodossa e per dare conforto spirituale a molti credenti”.
Dopo la cerimonia ufficiale, i fedeli hanno avuto la possibilità di prestare culto all’apostolo Timoteo.


(fonte: www.patriarchia.ru)

domenica 10 maggio 2009

A proposito di Liturgia ad Acquaformosa























Da più parti siamo stati accusati, ed anche pesantemente, che la Missione ad Acquaformosa (CS), mio paese natale, era fallita penosamente. Anzi le accuse, quelle più "bonarie" erano di 'bugie infantili, solamente per coprire il suo miserabile fallimento. Noi ortodossi, non siamo abituati, dopo aver dimostrato che il popolo ci dà retta e ci sta seguendo con costanza, di strombazzare, come sono soliti fare altri, la nostra continua presenza in un paese italo-albanese. Un paese, anche se quello in cui sono nato e dove la mia presenza è costante, che ha accettato fin dagli albori di essere presente alla Liturgia della Fede dei suoi Avi: quella senza tentennamenti e senza nascondimenti che ha un solo nome e cognome: ORTODOSSIA.
Sarebbe da stupidi sbandierare un qualcosa che non esiste, anzi è osteggiata dal popolo; noi non facciamo politica per dimostrare che siamo i primi della classe, non pretendiamo di sostenere che abbiamo la verità assoluta; la Verità ce l’ha uno solo Gesù Cristo: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”, per questo ho sempre sostenuto e continuo a sostenere spiegandolo ai fedeli della Cappella, che la Chiesa ortodossa di cui mi onoro di appartenere, non è altro che la VERA Chiesa portata durante la migrazione in Italia dai nostri Padri. Nessuno può impunemente confutare, respingere e contestare le mie parole, anzi se a qualcuno venisse in mente di fare una cosa del genere mentirebbe spudoratamente e disonestamente. Perché nei nostri paesi, almeno in quelli in cui ancora si celebra con il Rito ortodosso, esiste questo Rito, questo culto e questa Liturgia? Sicuramente perché qualcuno l’ha portato, perché qualcuno lo ha difeso, perché qualcuno lo sta ancora praticando. A noi fa piacere che in molti paesi italo-albanesi almeno il Rito non è stato distrutto, non è stato spazzato via, non è stato soppresso, non è stato cancellato, ma se i paesi italo-albanesi ed i suoi abitanti vogliono arrivare alla pienezza della loro Fede, ebbene devono ritornare alle origini. E quali sono queste origini? L’ORTODOSSIA; senza tentennamenti, senza esitazioni e senza dubbi. Se i nostri fratelli italo-albanesi continuano a rimanere inermi, in mezzo al guado, avendo paura di andare a destra o a sinistra, saranno sempre, come sosteneva P. Matrangolo: “Né carne, né pesce”. Pensano di essere ortodossi, solo perché hanno le stesse ufficiature e si vestono alla ‘ortodossa’, ma non sono ortodossi, anzi vengono chiamati UNIATI; non possono dirsi Latini (Litir) perché le radici non sono latine, quindi? Qualcuno direbbe: “Coloro che son sospesi ….”.
Per concludere accludo le foto della Liturgia del 10.5.2009.
Non eravamo una folla, ma neanche nessuno.
Ricordiamo anche che noi non abbiamo una struttura ecclesiale atta ad accogliere folle di fedeli, la nostra è una catacomba, anzi come sostenevano gli Atti degli Apostoli, una stanza, anzi una cucina, dove possiamo “celebrare la Divina Liturgia, spezzare il pane …….”. Così dice la Sacra Scrittura per ciò che riguarda i primi cristiani, così noi ad Acquaformosa stiamo seguendo quelle orme e nessuno ci può criticare solo perché non possediamo una cattedrale. Ed eravamo in proporzione …......... giudicate voi!!

sabato 9 maggio 2009

DIACON GHEORGHE CAZACU

SA RECUNOASTEM CA SUNTEM PACATOSI

Prin păcat Biblia întelege egocentrare, adică totul centrat spre noi înşine. Ordinea lui Dumnezeu este să-L iubim pe El întîi, apoi pe semenii nostri şi apoi pe noi. Păcatul este inversarea acestei ordini divine. În loc să-L iubim pe Dumnezeu cu toată fiinţa, ne-am răzvrătit împotriva Lui şi ne-am urmat căile noastre. În loc să ne iubim şi să slujim pe semenii noştri, ne-am preocupat numai de interesele noastre. Mai mult, păcatele noastre ne separă de Dumnezeu. Pentru că El este absolut curat şi sfânt. El nu poate să trăiască cu răul, nici să-l sufere. Biblia vorbeste despre Dumnezeu ca o lumină orbitoare şi ca un foc mistuitor. Mînia Lui este asupra noastră. În consecinţă, nevoia noastră cea mai mare este de un Mîntuitor care poate să anuleze prăpastia mare care există între noi şi Dumnezeu. Avem nevoie de iertarea lui Dumnezeu şi de un nou început. Primul pas este cel mai greu, pentru că îl găsim umilitor. Foarte greu putem accepta ca nu ne descurcăm singuri şi că avem nevoie de ajutor. Cei care nu recunosc că au nevoie de ajutorul lui Dumnezeu nu vor veni niciodată la Hristos. Domnul Isus a spus: „Nu cei sănătoşi au nevoie de doctor, ci cei bolnavi” (Mc.2:17) Cu alte cuvinte, aşa cum nu ne ducem la doctor decât atunci când suntem bolnavi, şi recunoaştem lucrul acesta, tot aşa nu vom veni la Hristos decât atunci cînd vom recunoaşte că suntem păcătoşi. Mândria multora i-a împiedicat să recunoască lucrul acesta şi consecinţa este că au rămas în afara Împărăţiei lui Dumnezeu. Trebuie să ne smerim şi să recunoastem că nu ne putem mîntui singuri.

Lajmet e Qishes Orthodhokse

Përurohet me Shërbesën e Shenjtërimit kisha kushtuar
Apostull Pavlit dhe Shën Astit në Durrës

Të dielën 3 maj, besimtarët e Durrësit u mblodhën në kishën kushtuar Apostull Pavlit dhe Shën Astit për një shërbesë tepër të veçantë: Shenjtërimin e saj nga Kryepiskopi Anastas.
Në fund të Shërbesës së Mëngjesores filloi Shërbesa e Shenjtërimit, me uratat e lexuara nga Kryepiskopi Anastas, që ndihmohej nga Episkopi Nikolla, Episkop Andoni dhe klerikë të tjerë. Më pas u krye 3 herë litania rreth kishës dhe u bë hapja e dyerve dhe filloi shërbesa me vendosjen e lipsanave në Tryezën e Shenjtë. Pas shërbesës u krye Liturgjia Hyjnore.
Kryepiskopi Anastas u foli besimtarëve për kuptimin dhe rëndësinë e kësaj dite, ndërsa nga klerikët, këshilli kishtar, dhe besimtarët durrsakë u lexua një falënderim për Fortlumturinë e Tij, ku theksohej kontributi i vazhdueshëm dhe i mbushur me dashuri për këtë qytet të lashtë dhe me rrënjë të thella të krishtera, si dhe për tërë zonën përreth.
Në shërbesë morën pjesë edhe Kryetari i Bashkisë Durrës, z. Vangjush Dako, Prefekti, z. Klodian Pajuni, ish-kryetari i Bashkisë dhe sot Drejtor i Përgjithshëm i Postave, z. Arqile Goreja etj.
Kisha ka disa vjet që ka hapur dyert. Lutje dhe shërbesa mund të bëhen kudo, edhe në natyrë, por që një tempull të quhet i shenjtëruar duhet që në Tryezën e Shenjtë të vendosen lipsane të shenjta. Kur është e mundur këto lipsane duhet të jenë të martirëve, që dhanë jetën për Kishën, për të plotësuar origjinën e vërtetë të kësaj shërbese shenjtërimi, që vjen nga shekujt e parë të krishterimit, atëherë kur Liturgjia Hyjnore dhe shërbesat kryheshin mbi varret e martirëve.
Kjo rëndësi e atyre që u sakrifikuan për besimin e krishterë theksohet edhe nga vegimi i Joanit në Librin e Apokalipsit - Zbulesës, ku ai pa se nën altarin e Qiellit ishin vendosur shpirtrat e atyre që ishin martirizuar duke u prerë kokën.
Madje edhe kur nuk është kryer ende kjo shërbesë, kisha ku bëhet Liturgji shenjtërohet nga lipsane të qepura në antimisin që vendoset mbi Tryezën e Shenjtë.
Gjithashtu, gjatë shërbesës së shenjtërimit Kryepiskopi shkruan në katër cepat e kishës monogramin e Krishtit (me germat XP, Jisu Krishti). Kjo bëhet me Miro të shenjtë, dyllë dhe aroma të caktuara, që tregojnë veçoritë e Shpirtit të Shenjtë.
Në fund të Liturgjisë Hyjnore kryepiskopi tha: “Me shërbesën e shenjtërimit që u krye sot, tashmë ky vend bëhet më i shenjtë, kthehet në një qendër ngushëllimi, të lutjes, vëllazërimit dhe dashurisë. Ne kemi mundësi të ripërtërijmë shpresat tona dhe me fuqi të re të përparojmë në jetën e përditshme. Këtu mund të kryhet komunikimi jo vetëm me Perëndinë, por edhe me të gjithë njerëzit, që Ai me dashurinë e Tij i ka shpëtuar. Sa herë që ofrojmë Liturgjinë Hyjnore, ne lutemi për gjithë qytetin dhe botën. Kisha është një qendër kungimi me të tashmen, me të shkuarën, sepse lidhet kontakti me martirët që dhanë dëshminë e besimit në të kaluarën, por lidhet edhe me të ardhmen.
Në këtë shërbesë të veçantë që kryhet si përurim i çdo kishe orthodhokse, në qendër të Tryezës së Shenjtë vendosen lipsane martirësh dhe shenjtorësh. Kjo përbën një ngjarje të shënuar për qytetin e Durrësit, që mbas kaq mundimesh që kaloi në dhjetëvjeçarët e shkuar, tashmë ka edhe këtë vend të shenjtëruar, që na lidh me vetë Apostull Pavlin dhe Episkop Astin.
Që kjo kishë të realizohej u desh që shumë njerëz të jepnin ndihmën e tyre. Ata që punuan për projektin dhe realizimin e kishës, por mbi të gjitha shumë të panjohur, të cilët dhanë donacionet e tyre që kjo kishë të përfundonte sa më shpejt. Le të falënderojmë Perëndinë për këto dhurata kaq të mëdha, sepse ka edhe shumë kisha të tjera, rreth 150 tempuj të rinj, që presin për t’u shenjtëruar. Por në mënyrë mistike ka edhe mijëra tempuj të tjerë që janë mijëra besimtarë që presin të ndjehen tempuj të Shpirtit të Shenjtë, siç theksohet në Kishë se ju, njerëzit jeni tempuj të Perëndisë së Gjallë. Ka dhe vëllezër të tjerë që nuk janë gëzuar me këtë vendim, prandaj ne duhet ta transmetojmë këtë gëzim dhe vërtetë që edhe ata ta ndjejnë se çdo të thotë të jesh tempull i Shpirtit të Shenjtë.
Kur ne mendojmë për atë rrebesh aq të madh që kaloi ky vend nën regjimin komunist, mendja na shkon te kishat dhe manastiret që u shkatërruan. Por shkatërrimi më i egër dhe më i rëndë ishte çrrënjosja e besimit nga vetë shpirtrat e njerëzve, shkatërrimi i frymës së dashurisë dhe shpresës, që të ndihmojmë veten tonë, ashtu edhe bashkëpatriotët tanë që të gjejnë të vërtetën.
Dua t’ju uroj që Zoti të bekojë jetën e të gjithëve, veçanërisht krerëve lokalë, që me kaq dashuri dhe vëmendje ndjekin përpjekjet që bën Kisha nën dritën, shpresën dhe pritjen e Ngjalljes.

mercoledì 6 maggio 2009

LITURGIA MENSILE AD ACQUAFORMOSA




Chiesa Ortodossa
Patriarcato di Mosca

Missione
“Santa Caterina Megalomartire”

ACQUAFORMOSA

(Via Garibaldi, 64)

Padre Giovanni Capparelli

Tel.: 3280140556

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Domenica Quarta di Pasqua
" Del Paralitico "
Cari Fedeli: Vi ricordo che la prossima Divina Liturgia
ad Acquaformosa in via Garibaldi,64, sarà celebrata
Domenica 10 Maggio 2009 con inizio alle ore 10.00.
Il Signore nostro Gesù Cristo Vi benedica e la Santa Vergine Maria
ci protegga tutti sotto il suo manto.
In Cristo

DOMENICA DEL PARALITICO

Domenica 10 Maggio 2009

Quarta Domenica di Pasqua
“Del Paralitico”

Antifone della festa:


1) Lettore: Alalàxate to Kirìo pàsa i ghì.

Coro: Tes presvìes tis Theotòku,
Sòter, sòson imàs.



2) Lettore: O Theòs iktirìse imàs ke
evloghìse imàs.



Coro: Sòson imàs, Iiè Theù, o anastàs ek nekròn,


psàllondàs si: Alliluia.


3) Lettore: Anastìto o Theòs ke
dhiaskorpisthìtosan i echthrì
aftù ke fighètosan apò prosòpu
aftù i misùndes aftòn.

Coro: Christòs anèsti ek nekròn,
thanàto thànaton patìsas, ke
tis en tis mnìmasi zoìn charisàmenos.

Entrata

En Ekklisìes evloghìte ton
Theòn, Kìrion ek pigòn Israìl.

Sòson imàs, Iiè Theù, o anastàs
ek nekròn, psàllondàs si: Alliluia.

Tropari

Tono III

Evfrenèstho ta urània, *
agalliàstho ta epìghia, * òti
epìise kràtos * en vrachìoni
aftù * o Kìrios; epàtise to
thanàto ton thànaton, * pro-
tòtokos ton nekròn eghèneto;
* ek kilìas Àdhu errìsato
imàs, * ke parèsche to kòsmo
to mèga èleos.
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Apolitikion del Santo della Chiesa
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Kontakion

I ke en tàfo katìlthes, athànate,
allà tu Ádhu kathìles
tin dhìnamin; ke anèstis
os nikitìs, Christè o Theòs,
ghinexì Mirofòris
fthenxàmenos Chèrete, ke
tis sis Apostòlis irìnin
dhorùmenos, o tis pesùsi
parèchon anàstasin.

Apostolo (Atti 9, 32-42 )

- Inneggiate al Dio nostro, inneggiate; in-
neggiate al re nostro, inneggiate. (Sal. 46,7).
- Popoli tutti, applaudite, acclamate a Dio con
voci di gioia. (Sal. 46,2).

Lettura degli Atti degli Apostoli.

In quei giorni, avvenne che mentre Pietro
andava a far visita a tutti, si recò anche dai
fedeli che dimoravano a Lidda. Qui trovò
un uomo di nome Enea, che da otto anni
giaceva su un lettuccio ed era paralitico.
Pietro gli disse: .Enea, Gesù Cristo ti gua-
risce; alzati e rifatti il letto.. E subito si alzò.
Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del
Saròn e si convertirono al Signore. A Giaffa
c’era una discepola chiamata Tabita, nome
che significa .Gazzella., la quale abbonda-
va in opere buone e faceva molte elemosi-
ne. Proprio in quei giorni si ammalò e morì.
La lavarono e la deposero in una stanza al
piano superiore. E poiché Lidda era vicina a
Giaffa i discepoli, udito che Pietro si trovava
là, mandarono due uomini ad invitarlo:
.Vieni subito da noi!.. E Pietro subito andò
con loro. Appena arrivato lo condussero al
piano superiore e gli si fecero incontro tutte
le vedove in pianto che gli mostravano le
tuniche e i mantelli che Gazzella confezio-
nava quando era fra loro. Pietro fece uscire
tutti e si inginocchiò a pregare, poi rivolto
alla salma disse: Tabita, alzati!.. Ed essa
aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere.
Egli le diede la mano e la fece alzare, poi
chiamò i credenti e le vedove, e la presentò
loro viva. La cosa si riseppe in tutta Giaffa, e
molti credettero nel Signore.

Alliluia (3 volte).
- In te mi rifugio, Signore, ch.io non resti confu-
so in eterno. Liberami per la tua giustizia e salvami.
(Sal. 70,1-2).

Alliluia (3 volte).
- Sii per me un Dio protettore, e baluardo
inaccessibile ove pormi in salvo.
(Sal. 70,3).

Alliluia (3 volte).


Vangelo (Giov. 5, 1-15 )

In quel tempo, vi fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. V’è a Gerusalemme, presso la porta delle pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto.
Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: .Vuoi guarire?.. Gli rispose il malato: Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me. Gesù gli disse: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina. E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. Dissero
dunque i Giudei all’uomo guarito: E’ sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio. Ma egli rispose loro: Colui che mi ha guarito mi ha detto: prendi il tuo lettuccio e cammina.
Gli chiesero allora: .Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?. Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: .Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio.. Quell’uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo.


MEGALINARION
O ànghelos evòa ti kecharitomèni:
Aghnì Parthène,
chère, ke pàlin erò, chère, o
sòs Iiòs anèsti triìmeros ek
tàfu. Fotìzu, fotìzu, i nèa
Ierusalim; i gar dhòxa Kirìu
epì sé anètile. Chòreve
nìn ke agàllu, Siòn; si dhe
Aghnì tèrpu Theotòke, en
di Eghèrsi tu Tòku su.

KinonikonSòma Christù metalàvete,
pighìs athanàtu ghèfsasthe.
(3 volte). Alliluia (3 volte).

Dopo “Soson o Theos ……..”

Christòs anèsti... (1 volta)

Invece di: Dhi efchòn … si dice: “Christòs anèsti”…


Fine
Gloria a Dio

domenica 3 maggio 2009

“… la Verità vi renderà liberi” (Gv. 8, 32)

Ulteriori contributi sulla mutazione del rito

greco in Spezzano Albanese
(di Francesco Marchianò)

“… la Verità vi renderà liberi” (Gv. 8, 32)

Gli storici, che in varie epoche hanno tentato di scrivere un lavoro organico su Spezzano Albanese, fra le tante pagine caratterizzate da rivolte, scontri e tumulti di vario genere, concordano nel riportare come la più nera rimane quella riguardante la mutazione del rito greco in latino, avvenuta con metodi certamente violenti, considerando lo spirito della Controriforma.
La Chiesa in quel periodo era accerchiata sia da nemici interni (protestanti ma anche eretici) che esterni (Islam e Turchia) ai quali rispondeva talvolta con un cieca violenza che culminava in denunce ai tribunali dell’Inquisizione che comminavano anni di carcere (T. Campanella) oppure ai roghi (v. G. Bruno) terrorizzando le masse cattoliche che vivevano, allora, nella più buia ignoranza
[i].
Occorre, a questo punto, citare le stragi compiute dall’Inquisizione nei confronti delle inermi comunità di Valdesi presenti nella Catena Costiera cosentina circa un secolo prima e che vide scatenarsi spietatamente la sbirraglia spagnola anche contro donne, vecchi e bambini in una strage inenarrabile
[ii].
In questa situazione di palpabile violenza, sostenuta anche dai signorotti locali che ambivano vivere nelle grazie della Chiesa, nel piccolo “Casale di Spezzano” maturò l’idea di abbandonare il rito greco, portato circa due secoli prima dai loro avi, per quello latino.
I fatti, iniziati nel 1662, sono terminati nel marzo 1668 con buona pace per i promotori che, nel suo ultimo lavoro, lo studioso Vittorio Elmo non ha esitato a definire una “triade, composta dagli Spinelli, piccola borghesia nata all’ombra e per volontà dell’assolutismo, quindi dal ruolo deformato e dal clero latino, legittimò la propria alleanza allo scopo di perseguire un interesse comune, che significò soprattutto la privazione per la gente di Spezzano e della propria identità”
[iii].
Nella sua importante opera sul rito greco nelle comunità albanesi, Mons. Pietro Pompilio Rodotà scrisse che la Sacra Congregazione della Propaganda della Fede (SCPF) ignorando le richieste legittime, ed in accordo con i signorotti locali, costrinse i fedeli di rito greco di Spezzano di Tarsia a mutare di rito “ed in diverse maniere li travagliò co’ supplizi, e con catene”.
[iv]
Questi fatti avvennero circa un secolo prima ma l’eco degli eventi, certamente terribili, non si era ancora spenta tanto da indurre questo alto prelato a scrivere tre voluminosi tomi in cui difende e mette in risalto la regolarità delle posizioni dottrinali e canoniche del clero di rito bizantino nelle comunità arbëreshe.
Sulla triste vicenda nulla dice il sacerdote Francesco Godino in un suo interessante libro sugli Albanesi ed il loro rito in cui affronta solo questioni canoniche e dottrinali
[v].
Comunque sarà il giovane laureando Italo Costante Fortino a dipanare per primo il velo sul cambio del rito nella comunità spezzanese conducendo ricerche in Vaticano ed a pubblicarle in modo organico e con criteri scientifici che ne rendono tuttora degna e valida la consultazione
[vi].
Ma a queste fonti bisogna aggiungere ulteriori dati emersi da un dattiloscritto anonimo che lo scrivente ricevette, nel 1977, dal prof. papàs Francesco Solano e che nulla seppe, o non volle, dire sul suo autore e sulla sua provenienza.
[vii]
Da un’attenta lettura sembrerebbe che il citato Vittorio Elmo abbia attinto da questo documento, che però non cita, collimando perfettamente date e situazioni riportate nel suo studio, ed inoltre vi aggiunge qualche altro contributo.
Il presente lavoro si prefigge lo scopo di rendere noti questi dati che verranno arricchiti da altri inediti reperiti e trascritti dallo storico spezzanese G. A. Nociti (1832-’99)
[viii] e da p. Francesco Russo, che ha consultato gli Archivi del Vaticano[ix].
Ma cos’era accaduto di tanto terribile nel casale arbëresh di “Spezzanello di Tarsia” (ora Spezzano Albanese) da coinvolgere gli organismi del Vaticano e del potere feudale?
Tentiamo di eseguire una ricostruzione dei fatti, anche se frammentaria, tramite i citati documenti dell’anonimo dattilografo (AD), di Giuseppe Angelo Nociti (GAN) e p. Francesco Russo (FR).


Il Casale di Spezzano ed il suo clero nel XVII sec.
“Spezzano/Spezzanello di Tarsia” nella prima metà del XVII sec. è un casale abitato da oltre un secolo da alcune centinaia di Albanesi che lavorano come contadini nel feudo di caccia di Sagitta o Spezzano appartenente ai principi Sanseverino di Bisignano
[x].
Nel 1619 il feudo viene venduto ai principi Spinelli di Cariati che stanno emergendo come nuova potente famiglia in Calabria, tristemente nota per la crudeltà e per l’uso spregiudicato della violenza nel dirimere le questioni
[xi].
Il casale di Spezzano si presenta come un’entità urbana formata da tanti piccoli agglomerati di case o tuguri sparsi nel territorio che hanno come punto di riferimento amministrativo e religioso rispettivamente il ”Magazzino della Corte”
[xii], dove si effettua il pagamento di tasse e gabelle o si versano generi in natura; il carcere, con annessa l’abitazione del capitano; la chiesetta di “S.ta Maria de Spizzano”[xiii], la parrocchia dei SS. Pietro e Paolo (1607), S. Maria di Costantinopoli (1649) e quella privata di S. Giovanni Battista (1649) di juspatronato della famiglia Barbato.
Ma qual è la situazione del clero spezzanese in quel periodo?
Il primo parroco di cui finora abbiamo dati certi, ma frammentari, è il papàs d. Martino Barbato, sacerdote “oriundo”; suo figlio d. Teodoro (1597-1653), studente nel Collegio Greco di Roma, rientra nel paese per motivi di salute e poi diventa sacerdote latino
[xiv].
Dentro la chiesa parrocchiale, e in quella di Costantinopoli, sono ubicate alcune cappelle che garantiscono a qualche procuratore e sacerdote una cospicua fonte di reddito in base ai diritti di cappellania
[xv].
I sacerdoti spezzanesi professano il rito bizantino, spesso sono regolarmente coniugati e con prole e dipendono dal vescovo di Rossano. Essi si mantengono con lasciti testamentari dei fedeli, con i fitti delle proprietà delle chiese oppure prendendo in affitto terreni da pascolo o mulini
[xvi].
Gli arcipreti greci di questa metà del secolo sono: il citato d. Martino Barbato, d. Pietro A. Lanza, d. Carlo Basta, d. Marzio Ribecco e d. Nicola Basta, l’ultimo papàs. Dal Nociti e dalla lettura di documenti di archivio si apprende che nel casale officiavano cerimonie in rito latino sacerdoti e religiosi provenienti da altre diocesi, da Terranova, Tarsia e soprattutto dalla vicina S. Lorenzo come d. Michele Severino, d. Giuseppe Staffa e p. Antonio Barberio (1631-’81) dei Frati Riformati di San Francesco
[xvii].
I sacerdoti greci presenti nel casale, invece, erano d. Nicolò, d. Skanderbeg Nemoianni (1600-’80) e d. Antonio Capparello (1624-’77), che “a pena sa scrivere”, mentre sacerdoti albanesi di rito latino sono d. G. B. Barbato (1607-’70) e d. Vincenzo Magnocavallo (1633-‘88) che coltiva l’ambizioso disegno di accedere alla carica di arciprete, progetto che spera di realizzare contando su parenti in seno al consiglio comunale, vantando protezioni e forti aderenze presso la Curia Vescovile di Rossano nel cui seminario forse ha condotto gli studi
[xviii].
I papàs redigono in lingua italiana gli atti nei libri parrocchiali iniziati nel 1598 (battesimi), 1648 (morti) e 1649 (matrimoni), ostentando la propria cultura o ignoranza nella grafia, nella padronanza della lingua e, soprattutto, nelle formule rituali imposte dal Concilio di Trento (1545-’63).
Dal 1610 al 1624 nel casale ha svolto la propria missione un giovane sacerdote molto colto proveniente dal Collegio Greco di Roma di nome Costantino Calocrati/Callocrata di Verrìa (Salonicco), aiutato dal connazionale Giorgio Verivos, che apre una “scuola di alta cultura” col compito di preparare missionari da inviare nella Chimara (Albania) o all’isola di Chio sottoposte ai Turchi. Il Calocrati, si ignora quando, transiterà alla fede cattolica romana
[xix]. Dalle date riferite dai testimoni negli interrogatori, possiamo sostenere che Calocrati introdusse nell’incolta popolazione del piccolo casale il germe del rito latino.
Dal punto di vista amministrativo il paese dipende da Tarsia mentre la sua cittadinanza (o “Università”) è retta da un “consiglio” composto dal “sindico” coadiuvato da un gruppo di “eletti” (consiglieri). Altre figure sono il “mastro giorato” (segretario) e l’“erario” (esattore) mentre preposto all’ordine pubblico è un “capitano” coadiuvato da una specie di milizia formata, all’occorrenza, da cittadini armati.



Brevi cenni biografici su d. Nicolò Basta
Il cognome Basta è presente nelle comunità italo-albanesi della Puglia, del Crotonese ed in quelle del Cosentino, solamente in Spezzano Albanese e Civita. Già nel I vol. dei battesimi sono presenti alcuni Basta che qualche storico locale vuole, erroneamente, discendenti del famoso condottiero Giorgio Basta
[xx].
Dal papàs d. Carlo Basta e D. Martina Mana(n)si di Lungro nasce, intorno al 1610-1615, Nicolò il cui atto non è registrato nel Casale di Spezzano avendo visto la luce, probabilmente, nel paese della madre. Suoi fratelli minori sono Lucrezia (1617-?), il medico e clericus Cosmo (1621-‘53), Caterina (1623-1703) e forse Giorgio (?).
D. Nicolò viene ordinato sacerdote nel 1644 e alla morte del genitore non diventa arciprete, come sperava, ma viceparroco del papàs d. Marzio Ribecco (1592-1662).
[xxi]
Dal suo matrimonio con Domenica Brunetto nascono Maria (1635-?), Isabella (1637-?) e Anna (1639-?). Attorno al 1640 muore sua moglie Domenica e d. Nicolò si unisce, more uxorio, con Giovanna Lanza, che gli dà una numerosa prole: Giulia (1643-’50), Beatrice (1645-’89), Carlo Antonio (1649), Domenica (1650-?), Francesco Antonio (1652-1710), Giulia (1653-’56), Antonio Lorenzo (1656-1711), Maria (1658-1717) e Vittoria (1662-1746)[xxii].
Il Nociti definisce il Basta meno ignorante dei suoi predecessori però distaccato dalla gente comune assumendo l’aria “di chi si crede nobile”. Proprio dal 1662, anno in cui divenne arciprete, fino a tutto il 1663 il casale sarà colpito da un’epidemia che ucciderà tanti fanciulli
[xxiii]. Facendo leva sull’ignoranza e la credulità, ben presto le calunnie messe in giro, forse di proposito, attribuiscono questa disgrazia all’arciprete con il preciso e lucido intento di eliminarlo. È un pretesto perché in realtà qualcuno mira alla carica arcipreturale per appropriarsi delle cospicue rendite della chiesa parrocchiale[xxiv].
L’ arciprete d. Nicolò svolgerà la sua missione dal marzo 1662 fino al gennaio 1664 quando sarà rapito ed incarcerato a Rossano dove, forse, morirà il 31 agosto 1666. Durante la vacanza sarà sostituito da d. Antonio Capparello (1624-’67) e questi poi da d. Skanderbeg Nemojanni (1602-’80).

Vicenda
Il sindaco, i consiglieri e cittadini del Casale di Spezzano chiedono da tempo di passare con le proprie famiglie al rito latino “e vivere in esso per maggior servizio di Dio”. Gli stessi ricordano che già altri casali delle diocesi di S. Marco, Bisignano e Umbriatico sono passati al rito latino. Fanno presente che nel proprio casale i sacerdoti di rito greco sono insufficienti, non idonei e molto ignoranti e per questo intendono passare al rito latino. Seguono 90 segni di croce dei richiedenti Matteo Luci (sindico), Marco Misuca (eletto), Aloise Molfa (eletto), Giovanni Cucci (eletto), e delle famiglie Luci (7), Serachi (3), Nemoianni (2), Ribecco (11), Barci (2), Melichi (3), Santi (9), Molfa (2), Brunetti (1), Franzini (2), Cucci (10), Magniacavalli (11), Camodeca (6), Barbati (3), Staffi (3), Dorsi (3), Capparelli (3) e poi Luca Moscira, Martino Drago, Carlo Toma, Basile Marchianò, Teodoro Toma, Mercurio Vaccaro
[xxv]. [ GAN, s. d. ma 1662, Autorità e cittadini a SCPF ]
40 cittadini albanesi di Spezzano, nel Regno di Napoli, chiedono alla S. Congregazione di Propaganda Fide di passare dal rito greco, nel quale sono finora convissuti, a quello latino e chiedono di avere anche un parroco dello stesso rito. [ AD, 1662, Atti f. 200 v. n° 16]
Il prelato Mario Alberti fa presente ad un suo superiore che da tempo gli abitanti di Spezzano vogliono passare al rito latino ed avere un parroco. Parimenti si fa presente che i sacerdoti greci, consapevoli del loro grado di ignoranza chiedono di avere la stessa istruzione accordata a quelli latini. Alberti sostiene che degli Italogreci e dei Greci di rito cattolico dovrebbe occuparsi il Collegio Greco di Roma perché, istruendoli, potrebbero tornare utili a combattere i Greci scismatici. [ AD, 16/1/1663, f. 48-49, Mario Alberti a SCPF]
Si chiede di accertarsi che tutta la popolazione spezzanese intenda passare al rito latino e non solo singole persone. Si chiede di sentire il parere di ogni cittadino e non solo del Consiglio e dare risposta alle autorità religiose di Roma. [ GAN, Roma 26/3/1663, M. A. Contestabile a Rossano]
Il capitano Pietro G. Severino partecipa in Spezzano ad un’assemblea in cui 70 cittadini, sindaco Angelo Cucci compreso, chiedono nuovamente di professare il rito latino poiché nel paese ci sono dei sacerdoti di tale fede istruiti e stimati. Fanno presente che è stata sempre loro volontà aderire al nuovo rito e quindi richiedono subito un parroco. Il cancelliere Giuseppe Vinanga raccoglie i segni di croce dei 70 richiedenti. [ AD, 27/4/1664, ff. 55-56, Capitano Pietro G. Severino]
Gli Albanesi del Casale di Spezzano che pubblicamente intendono mutare rito “acciò che possano esser meglio istrutti” richiedono sacerdoti latini “che ivi stanno” e si offrono di mantenere economicamente il parroco latino. Questa istanza viene inoltrata alla SCPF che non ha dato finora una risposta dovendo stabilire se il Collegio Greco dovesse aver cura più dei Greci naturali o degli Italogreci del Regno. Appare chiaro che la SCPF non intende interessarsi questi ultimi in quanto sottoposti ai vescovi latini che “ne avessero particolar cura, procurando di coltivarli nelle Lettere, e nella disciplina antica, …”. [ AD, 30/6/1664, f. 94 v., Comunicazione interna SCPF]
L’arciprete d. Nicola Basta fa presente che da quando è deceduto Mons. Caraffa “li Capi del Governo” di Spezzanello hanno iniziato le loro beghe per far passare la comunità spezzanese dal rito greco quello latino, come hanno già esposto nei documenti inviati precedentemente alla SCPF e che molti abitanti del casale hanno sottoscritto. Il Basta, inoltre, rimarca che con la violenza e con la frode si vogliono costringere i fedeli di rito greco a passare a quello latino. Il parroco supplica le autorità affinché gli concedano di poter amministrare i sacramenti nei due riti ai rispettivi fedeli e che quelli che vogliono passare al rito latino non lo facciano per costrizione ma “per la semplicità” onde evitare la dannazione. [AD, 1/10/1664, Congreg. Gen. 351 f. 50, senza firma ma di d. Nicola Basta alla SCPF]
Don Nicola Basta scrive di nuovo alla SCPF lamentandosi di non aver avuto risposta alle sue suppliche essendo carcerato. Afferma che il giorno in cui è deceduto Mons. Caraffa, non avendo rinunciato alla carica di parroco, è stato prelevato di notte, costretto a rinunciare all’arcipretura e condotto al carcere di Rossano da alcune persone da lui individuati in Pietro Giovanni Severino (capitano), Lazzaro Ribecco (Mastro giorato), Angelo Cuccio (Sindaco), Lucantonio Staffa (Erario), Giorgio Cuccio, Domenico Mangiacavallo ed altri. Il Basta afferma, inoltre, che questi individui lo hanno rapito per non dargli la possibilità di far permanere nel rito greco i propri fedeli mentre il rito latino era richiesto solamente dai maggiorenti del comune. Il buon arciprete espone la preoccupazione che una simile situazione fa “che si perdano tante anime” e perciò sollecita le autorità religiose a far prevalere la giustizia. Il Basta, essendo in carcere, espone anche la precaria situazione di famiglia perché “è con moglie giovane et in atto tiene cinque figlie femine da Marito et figli maschi” e che non ha mezzi sufficienti per provvedere al loro sostentamento e maritare le figlie. Il povero arciprete supplica la SCPF di nominare un nuovo parroco e che lui possa avere una rendita con cui vivere essendo quella annua dell’arcipretura di “grano cento et di denari ducati quaranta”. Ricorda ancora ai prelati che quanto certificato dalle autorità non corrisponde al vero e li invita alla prudenza. [AD, 1/10/1664, f. 51, Don Nicola Basta ai cardinali della SCPF]
Con una missiva gli spezzanesi di rito greco che sono passati al rito latino chiedono alla SCPF e al Vescovo di Rossano di inviare loro un parroco dello stesso rito. [AD, 1/10/1664, F. 54. Da autorità comunali a SCPF]
In questo promemoria risulta che parte degli abitanti di Spezzano intendono rimanere al rito greco e con l’arciprete d. Nicola Basta, e perciò chiedono un “coadiutore dipendente” da costui per i fedeli latini affinché nessuno di questi venga molestato. Inoltre si riferisce della supplica del Basta che è stato rapito e costretto a rinunciare all’arcipretura. Questi, inoltre, invita le autorità a diffidare delle assemblee organizzate dal sindaco e consiglieri eletti in quanto ottenute con il ricorso della forza. Il Basta, inoltre, essendo in carcere, chiede una “ qualche pensione annua da potersi sostentare con la sua moglie e cinque figlie nubili et altri maschi sopra i frutti dell’Arcipretato, li quali dice, che sono cento tumula di grano l’anno, e 40 ducati in denaro”. [AD, 1664, Atti f. 148 v. N. 32, Rescritto Arc. di Rossano]
Da Corigliano, Mons. Carlo Spinola, essendo stato nominato da poco alla carica episcopale a Rossano, afferma di aver trovato una situazione torbida nel Casale di Spezzano “per causa di D. Nicolò Basta Arciprete”! Il vescovo, inoltre, afferma che “Hora essendo seguita ultimamente la morte del detto Basta” ha constatato che molti spezzanesi intendono passare al rito latino e quindi inoltra a Roma le nuove istanze rimanendo nell’attesa di ricevere disposizioni in merito. [AD, 24/9/1666, f. 72, Arc. di Rossano a SCPF]
Subito dopo la morte del Basta (31/8/1666), il 5 settembre le autorità comunali inviano ulteriore richiesta di mutazione del rito alla SCPF dopo aver svolto un’ennesima assemblea da cui è emerso che “tutti unanimiter” gli Spezzanesi vogliono abbandonare il rito greco. Risulta inoltre che l’istanza, per procura, è stata inviata a Roma tramite il sacerdote terranovese Liccio de Leo. Nel retro, in una nota, emerge nuovamente che la comunità spezzanese ha richiesto alla SCPF di transitare al rito latino come era stato già fatto per i casali albanesi delle Diocesi di S. Marco ed Umbriatico e ricordano che la SCPF ha esposto la situazione agli esperti (“qualificatori”) che si sono espressi “potersi far la gratia non per tutta l’Università, ma solamente per quelli, che spontaneamente vorranno passarvi” (al rito latino) e quindi i supplicanti chiedono lo stesso trattamento [AD, 20/12/1666, f. 71, Nota interna della SCPF].
Richiesta di mutazione del rito greco in latino nel Casale di Spezzano come è avvenuto nei casali albanesi di Bisignano, S. Marco ed Umbriatico. [AD, 20/12/1666, Atti. f. 338 v., Rescritto al Card. Rasponi del SCPF]
Con nota del gennaio 1667, la SCPF constata che la popolazione spezzanese veramente intende mutare rito come già comunicato dall’Arcivescovo di Rossano. [AD, Genn. 1667, Vol. 46 f. 170, Nota interna SCPF]
La SCPF, benché sia consapevole delle istanze degli spezzanesi, si dimostra prudente e perciò chiede all’Arc. di Rossano di accertarsi se la mutazione del rito è voluta da tutta la comunità spezzanese o da pochi e che a tal fine vengano interrogati, senza costrizione, tutti gli abitanti. [AD, Genn. 1667, Vol. 46 f. non numerato (v. f. 175), SCPF ad Arc. di Rossano]
L’arcivescovo Mons. Spinola rispondendo ad una richiesta della SCPF (26 marzo) in questo rapporto conferma che tutta la popolazione spezzanese intende mutare di rito, come ha potuto constatare di persona visitando il casale. Tutti, quindi, vogliono diventare latini, essendo rimasto un solo sacerdote greco “che a pena sa leggere” per cui, gli Spezzanesi non trovando soddisfazione nella confessione e non capendo il greco si confessano da due sacerdoti latini presenti nel casale. Inoltre, quei pochi Spezzanesi che hanno la possibilità di andare a scuola imparano il latino e non la lingua greca. L’arcivescovo, inoltre, comunica che questi Spezzanesi, avendo delle quaresime molto rigide, non possono convivere con le usanze dei latini presenti nel casale. Il prelato fa anche presente che da quando è scomparso il papàs Basta “nello ultimo di agosto” la sede parrocchiale è vacante ed è retta da suoi economi. [AD e GAN, 4/5/1667, f. 81, Arc. di Rossano a SCPF]
Ma succede un fatto strano: la SCPF scrive al “Barone” (lo Spinelli) di Spezzanello di non aderire alla richiesta degli spezzanesi di tornare al rito latino. [FR, 6 giugno 1667, n° 41122]
Constatato che tutta la popolazione del Casale di Spezzano intende passare al rito latino, come confermato anche dall’Arcivescovo di Rossano, la SCPF chiede che si invii il Breve approvato dal Pontefice Clemente IX seguendo la copia di “un altro simile, spedito dal 1634 per la Communità del Casale di S. Martino di Bisignano…”. [AD, 27/7/1667, Vol. 46 f. 176 (in calce), Nota interna SCPF]
Con una missiva dello stesso giorno 27 luglio 1667 la SCPF invia all’Arc. di Rossano il Breve papale che concede alla comunità del Casale di Spezzano di poter passare al rito latino. [AD, 27/7/1667, Vol. 46 f. 176 v., SCPF all’Arc. di Rossano]
I prudenti esperti del Vaticano, però, dopo aver esaminato la richiesta degli spezzanesi “concorrono potersi per la grazia non per tutta l’Università mà solamente per quelli che spontaneamente vorranno passarvi. Ne vengono pertanto supplicati le EE. VV.” [AD, anno 1667, Atti, f. 83 III.22 n° 18]
Mons. Rasponi, ripercorre gli ultimi momenti del cambio di rito in cui emerge che esso debba avvenire solo per quelli ne avessero fatta richiesta. Inoltre risulta che il vescovo di Rossano, recatosi in Spezzano aveva avuto modo di accertarsi che “haveva trovati tutti desiderosi di fare la detta mutazione di Rito” per il fatto che il sacerdote greco (d. Antonio Capparello) era ignorante e che ciò costringeva i fedeli a confessarsi e sentir messa presso i sacerdoti latini; che non si è certi che nel futuro “non esservi chi sia per apprendere la Lingua Greca”; inoltre, venuto a mancare il papàs Basta gli affari economici erano gestiti da questo “Sacerdote Albanese ignorante”. Alla fine della relazione il Rasponi a margine annota:”Concedetur licentia facto Verbo cum Sanctissimo”. [ AD, anno 1667, Atti f. 152. 4. N. 17, Mons. Rasponi]
Il 3 agosto 1667 il Papa, dalla Chiesa di S. M. Maggiore, scrive all’Arcivescovo di Rossano di concedere agli italo-greci di Spezzano di passare al rito latino “si matura deliberatione praevia et sponte omnes petierent” e di accoglierli secondo i dettami di Propaganda Fide. [ FR, 3 agosto 1667, n° 441180]
In data 2 nov. 1667, in una relazione in lingua latina, il delegato apostolico e vicario della Diocesi di Rossano M. A. Contestabile avendo preso visione dei fascicoli della SCPF del 26 Marzo 1667, delle istanze prodotte dall’Università del Casale di Spezzano, della relazione presentata dall’Arc. di Rossano e del Breve papale del 3 agosto 1667, delle richieste di mutamento di rito dei singoli cittadini, provvede che si invii nel Casale un “Idoneo Rettore, seu Archip.o latino”. Da questo momento tutti i documenti saranno stesi in lingua latina. [GAN, 2/11/1667, M. A. Contestabile vic. di Rossano]
Evidentemente nel Casale sarà avvenuto qualche fatto grave, taciuto nelle fonti ufficiali, fra i sostenitori del vecchio rito e del nuovo tanto da mobilitare nuovamente la diocesi di Rossano. Il vicario Contestabile, infatti, si reca personalmente in Spezzano ed interroga Matteo Luci, già sindaco, che nuovamente richiede di passare al rito latino, unitamente a tanti cittadini del casale, ed aggiunge che “… da che sono nato io ho vissuto sempre il rito greco, conforme come la mag.r parte di q.sto loco di Spezzano”. Il Luci interrogato sul perché intende mutare di rito e se sia stato minacciato risponde che da circa quarantadue anni sia lui e sia molti abitanti del casale intendono passare al rito latino “specialmente per la scarsezza, e penuria di Preti greci c’istruiscono et assistono nelle cure spirituali, et anco perché conosciamo espressamente che col vivere sotto il rito latino possiamo in meglior forme servir Iddio bened.to et approfittarci nelle cose spirituali”. Inoltre aggiunge che “non sono stato mai sedotto ne minacciato da persona alcuna…”. Sottolinea che tutto si è discusso “in pubblico parlamento di far q.o passaggio, e di supplicare il Sommo Pontefice di q.a Grazia”. Il Luci non si pente di cambiare rito perché “ho pensato bene da molto tempo fa e stimo che non mi pentirò di questo”.
I consiglieri Giorgio Cucci e Luigi Molfa, confermano quanto sopra detto mentre Battista Sarai (?) aggiunge di cambiare “Perché il rito greco essendo quasi monastico con tante quaresime e restrizioni si rende difficile d’osservarsi puntualmente, stando al secolo”.
A queste voci si aggiungono similmente quelle di altri cinquanta spezzanesi. L’interrogatorio viene sospeso “pro tarditate hore” ed il verbale firmato da Teseo Cassiano, dal vicario Contestabile e dall’attuario Magarolus (!). [ GAN, 6 /11/1667, M. A. Contestabile vic. di Rossano]
Il sottodelegato apostolico Teseo Cassiano, il 7 ed 8 Nov. 1667, è ancora presente nel Casale di Spezzano presso il sindaco ed altri membri del Consiglio per interrogare i rimanenti che al “ritum latinum transire cupiunt”. [ GAN, 7/11/1667, Teseo Cassiano]
Con una breve relazione conclusiva il vicario Contestabile, citando un’ennesima richiesta presentata a Roma dai cittadini spezzanesi (23/3/1667), il Breve papale del 3 agosto dello stesso anno, i verbali degli interrogatori resi spontaneamente da cui si evince la volontà che tutta la popolazione spezzanese “transire velle à ritu greco ad ritum Latinum, et pro Eiusmodi voluntante permanere”, autorizza a far procedere l’iter affinché il casale di Spezzano sia provvisto “de Idoneo Rettore” latino [GAN, 11/11/1667, M. A. Contestabile a SCPF].

Epilogo con misteri
La fredda relazione del prelato chiude definitivamente la tribolata vicenda del cambio del rito nella comunità di “Spezzanello di Tarsia” che la mattina del 4 marzo 1668 vedrà l’arciprete d. Vincenzo Magnocavallo prendere “pacificam possessionem” e celebrare messa nel rito latino. Ma sarà veramente pacifico questo ministero? Il suo mandato dura poco perché, nel 1675, il suo nome scompare dagli atti parrocchiali per lasciare il posto all’economo p. Antonio Barberio
[xxvi]. Circa la brevità della sua missione, lo studioso G. A. Nociti scrive che “Questo fa sospettare che sia stato privo di arcipretura per infermità o per qualche crimine”[xxvii].
Anche il Longo si pone degli interrogativi: «Ritornando al primo arciprete latino, si rimane perplessi per la misteriosa scomparsa. È allontanato? Si è volontariamente dimesso? Cosa è successo? Non si può dare nessuna risposta. È un “giallo” senza neanche ipotesi di soluzione»
[xxviii].
I sospetti del Longo sono giusti e vengono confermati da documenti d’archivio in cui risulta che il Magnocavallo, nel giugno del 1677, lascia vacante la parrocchia ”per dimissionem”
[xxix]. Motivi di salute, dato che morirà ancora giovane? Ha contrasti insanabili con gli altri sacerdoti latini? Trova ostilità da parte di alcune frange di compaesani che non si sono rassegnati alla perdita del rito greco?
Ma un altro “giallo” è rappresentato dall’esistenza in vita, il 17 febbraio 1666, di d. Nicolò Basta il cui nome compare in un atto redatto in Spezzano
[xxx]. Dunque il papàs è stato liberato dopo le sue accorate lettere inviate alla SCPF o ha ottenuto la libertà dopo aver rinunciato pubblicamente all’arcipretura ed ai relativi benefici? Ha forse goduto di un momento di libertà provvisoria per sistemare alcune faccende di famiglia? Per certo sappiamo che il suo atto di morte non risulta registrato nella parrocchia di appartenenza!
Per quanto riguarda la sua famiglia nessuno dei suoi numerosi figli verrà perseguitato: alcuni formeranno famiglia e si spegneranno tutti nel casale, riveriti con titoli e proprietà, non alimentando affatto una diaspora verso la vicina Civita!
[xxxi]
Ma, o morto il Basta nella sua Spezzano, presso i propri amati fedeli, o in una buia cella del carcere di Rossano per volere degli Spinelli, sta di fatto che Spixana-Spezzano Albanese non è riuscita mai più a riappropriarsi della fede e dei riti degli avi nonostante due tentativi nella prima metà del XVIII sec. ed uno nel primo ventennio del XX sec.: qualcuno fallito per mano di laici ma gli altri certamente per mano degli arcipreti che non volevano perdere potere e privilegi[xxxii].


[i] R. Villari, Storia moderna per le scuole medie superiori, Laterza, Bari, 1976, cap. VI e VIII.
[ii] E. Capani, L’Inquisizione in Calabria e le persecuzioni contro i Valdesi, in “Apollinea”, Anno XI – n. 1 – gennaio-febbraio 2007, pag. 37.
[iii] V. Elmo, Le grandi anime della piccola patria arbreshe (Macchia, S. Cosmo, S. Demetrio, S. Giorgio, S. Sofia, Spezzano e Vaccarizzo), Editore Marco, Lungro (Cs), 2003. Vittorio Elmo (1924-’99), avvocato e funzionario statale, ha cercato con i suoi scritti di dare una lettura veritiera delle vicende della minoranza etnica arbëreshe. Interessante risulta la prefazione curata dall’editore Costantino Marco.
[iv] Cfr. Pietro P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del Rito Greco in Italia, Roma, 1758.
[v] F. Godino, Gli Albanesi e la difesa del Rito Greco in Calabria, Ed. MIT, Cosenza, 1971, I edizione.
[vi] I. C. Fortino, La latinizzazione di Spezzano Albanese, in”Zgjimi-Il Risveglio”, A. IX, n.1,1971, pag. 17-29. Il prof. I. C. Fortino è attualmente ordinario della cattedra di Lingua e Letteratura Albanese presso il prestigioso Istituto Orientale di Napoli.
[vii] “Documentazione riguardante il passaggio dal rito greco al rito latino in Spezzano Albanese (1662-1667). L’anonimo ricercatore nella pagina successiva scrive: “Tutto ciò che ho potuto raccogliere nell’Archivio di Propaganda Fide circa il passaggio dal rito greco al rito latino (1662-1667) in Spezzano Albanese (Cosenza)”.
[viii] G. A. Nociti, Platea da servire per la compilazione di una storia del Distretto o del Circondario di Spezzano Albanese – Joseph Angelus Nocitius scripsit, collegit, consuit anno 1860, ms. inedito, pag. 253-276.
[ix] F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, Gesualdi Editore, Roma, 1975.
[x] A. Savaglio, I Sanseverino e il feudo di Terranova (La Platea di Sebastiano della Valle del 1544), Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza, 1997.
[xi] Cfr. L. Renzo, In Calabria tra storia e costume, Ferrari editore, Rossano (Cs), 2003, pag. 84 e segg.
[xii] In arbërisht “Maghaxini i Kurtjes”. Nel 1852 circa l’antico immobile è stato acquistato dal barone Luigi Longo che vi ha costruito il palazzo omonimo in Via Roma.
[xiii] Attuale Santuario di S. M. delle Grazie, patrona del paese.
[xiv] Cfr. V. Capparelli, Gli alunni albanesi ed italo-albanesi del Collegio Greco di Roma, in “Zgjimi- Il Risveglio”, A. X n.2, 1972, pag. 12.
[xv] Nella chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo nel 1645 esisteva la Cappella di S. Giuseppe sulla quale esercitava lo juspatronato il clerico Francesco A. Magnocavallo; altre cappelle dentro la stessa chiesa erano quella di S. M.. di Costantinopoli della famiglia Ribecco (1655) e quella del Purgatorio della famiglia Cucci; nella chiesa di S. M. di Costantinopoli vi era, invece, la cappella di S. Antonio abate.
[xvi] Cfr. I. Mazziotti, Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV sec. e la colonia di S. Demetrio Corone (1471-1815), Edizioni “il Coscile”, Castrovillari (Cs), 2004, pag. 177.
[xvii] G. A. Nociti, op. cit., pag.22. I dati vengono confermati dalla consultazione degli archivi parrocchiali.
[xviii] G. Acquafredda, Il “primo manoscritto spezzanese”: un importante documento della nostra storia, A cura del Bashkim Kulturor Arbëresh di Spezzano Albanese (Cs), 1992;
[xix] Cfr. G. Acquafredda, Per una storia della scuola spezzanese (1600-1920), TNT grafica s.r.l., Spezzano Albanese (Cs), 2003, pag. 13-15.
[xx] Da recenti ricerche è emerso, invece, che il condottiero farnesiano Giorgio Basta sia nato in un casale del Monferrato e si sia spento a Praga nel 1607.
[xxi] Cfr. F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, Gesualdi editore, Roma, 1975, (34387), 5 gennaio 1644.
[xxii] Nel documento vaticano si cita un tale Teodoro Longo che, però, non compare nella cronotassi dei sacerdoti spezzanesi. Dal confronto delle date di nascita dei figli e della prima citazione di Giovanna Lanza noi riteniamo che si tratti invece di d. Nicolò Basta. Cfr. F. Russo, op. cit., (33003), 1 marzo 1639.
[xxiii] Dalla consultazione degli archivi parrocchiali risulta che negli anni1662 e 1663 si è registrata un’alta percentuale di mortalità infantile e giovanile.
[xxiv] G. A. Nociti, op. cit., pag. 22.
[xxv] Tra parentesi è indicato il numero dei membri firmatari. Manca la componente femminile.
[xxvi] Padre Antonio Barberio (1631-’81) proveniva dal convento dei Frati Riformati di S. Francesco della vicina S. Lorenzo del Vallo che perderà pure il rito greco pur appartenendo ad altra giurisdizione feudale.
[xxvii] Cfr. G. A. Nociti, op. cit., pag. 232.
[xxviii] V. Longo, Gli Arcipreti di Spixana, Trimograf, Spezzano Albanese (Cs), 1985, pag. 19-20.
[xxix] Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, Gesualdi editore, Roma, 1975, (43855), giugno 1677.
[xxx] G. A. Nociti, op. cit., pag. 312. L’estratto che riportiamo è stato redatto dal notaio Gregorio Corrado di Terranova: “1666. 17 febbr. … Nel Casale di Spezzano …Istrumento stipulato per mano di D. Nicolò Basta – Fol. 2 289. 9 Nov. Casalis Spezzani … fol. 14”. Purtroppo negli Archivi di Stato di Cosenza e di Castrovillari non esistono i repertori del citato notaio.
[xxxi] Sui Basta di Spezzano Albanese e quelli di Civita, a causa delle omonimie è stata fatta una grande confusione prima dallo studioso Minieri Riccio (1844) e poi da altri, ultimo G. Laviola, Dizionario bibliografico degli Italo-albanesi, Edizioni Brenner, Cosenza, 2006, pag. 25.
[xxxii] Subito dopo la morte di d. Vincenzo Magnocavallo, nel paese cominciarono a celebrarsi matrimoni in rito greco. Nei primi decenni del Settecento i matrimoni in rito orientale furono sostenuti dal Magn. Francesco Cucci e da suo figlio, l’avvocato e clericus dott. Angelo Cucci, che concedevano la propria abitazione per le funzioni. Nel 1744, un altro ramo dei Cucci intende far stabilire nel Ritiro del Carmine l’ordine basiliano ma il progetto viene bloccato da un ricorso di cittadini indirizzato a re Carlo III di Borbone. Infine l’arciprete d. Ferdinando Guaglianone jr. (1843-1927) si ingegnò, facendo carte false, affinché Spezzano Albanese non venisse scelta dal Vaticano come sede della istituenda Eparchia bizantina che, invece, verrà stabilita a Lungro (1919). Cfr. Francesco Marchianò, Dopo il cambio del rito greco a Spezzano Albanese, in “Katundi Ynë” , A. XXXIX, - n° 97 – 1998/4, pag. 15.

I respektuar Zot,
te dergova, si te taksa, artikullin mbi ndrrimin e ritit grek te katundi jon!
Bej ate ç'do!!!
Te fala dhe uro per mua dhe per te gjithe
Frangjisk Markjanoi

Grazie Caro Francesco, queste notizie, come sempre, nascoste tornano a galla per più far capire al popolo italo-albanese, che la sua vera Fede è quella Ortodossa, la Fede dei SUOI Padri i quali "çajtin detin pir te mbajin 'BESIN - LIRIN - FLAMURIN'.

Mirupafshin Vllau Im!!!!

Attraverso questo Blog, chiedo rispettosamente come Prete Ortodosso Arbresh, se in Spezzano Albanese ci sia qualche anima pia, che vorrà concederci una stanza che servirà per le funzioni religiose secondo la Fede Ortodossa.