Sulle origini del Patriarcato di Costantinopoli
di Andrej Vlasov
Unione dei giornalisti ortodossi, 8 ottobre 2021

le pretese di Costantinopoli al primato non hanno alcun fondamento. Foto: Unione dei giornalisti ortodossi
In questo saggio, cercheremo di capire
se ci siano reali presupposti storici per riconoscere il ruolo
esclusivo del Patriarcato di Costantinopoli.
La linea di apertura de "La Cronaca
degli anni passati" (o "La Cronaca primaria") del monaco Nestor il
Cronista: "dell'origine della terra russa ..." apre una narrazione
storica sulla provenienza della Rus'. In analogia con ciò, è
interessante scoprire l'origine del Patriarcato di Costantinopoli e le
ragioni che lo hanno portato alla sua posizione attuale nel mondo
ortodosso. Dopotutto, se leggiamo attentamente il Nuovo Testamento, e in
particolare il libro degli Atti degli Apostoli, che descrive la Chiesa
nella sua struttura originaria, non vi troveremo alcun motivo serio non
solo per l'esistenza del Patriarcato di Costantinopoli, ma anche dei
patriarcati in quanto tali, nonché di metropolie, esarcati, autonomie e
autocefalie, in una parola, dell'intera struttura amministrativa della
Chiesa che vediamo ora. In che modo, sotto l'influenza di quali fattori,
la Chiesa ha raggiunto la sua struttura moderna? L'esistenza di
esattamente cinque patriarcati è così incrollabile come sostiene il
Fanar? E cosa ha permesso a Costantinopoli in passato di occupare una
posizione dominante nel mondo ortodosso? Capire tutto questo sarà sia
interessante che utile da un punto di vista pratico.
L'organizzazione della Chiesa nei primi 200 anni
La Chiesa di Cristo nacque il giorno di
Pentecoste quando lo Spirito Santo discese sugli apostoli. E l'inizio
della sua diffusione nel mondo è descritto nell'ultimo capitolo del
Vangelo di Marco: "Disse loro: 'Andate in tutto il mondo e predicate il
vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma
chi non crederà sarà condannato'. <...> Il Signore Gesù, dopo aver
parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore
operava con loro e confermava la parola con i segni che
l'accompagnavano" (Mc 16:15-20).
Gli apostoli di Cristo, sia tra i dodici
che tra i settanta, andarono in città e villaggi, predicarono la parola
di Dio e fondarono comunità cristiane. Queste comunità, alla loro stessa
fondazione, acquisirono una forma organizzativa molto specifica, con
una propria gerarchia interna e una divisione delle responsabilità. Gli
apostoli di Cristo nominavano vescovi (che erano i cosiddetti
presbiteri/anziani) e diaconi nelle comunità da loro fondate. Per
esempio, il libro degli Atti ci parla dell'apostolo Paolo e dei suoi
compagni: "Dopo aver predicato il vangelo in quella città e fatto un
numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e
Antiochia, rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella
fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per
entrare nel regno di Dio. Costituirono quindi per loro in ogni comunità
alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al
Signore, nel quale avevano creduto" (Atti 14:21-23). Anziani qui
ovviamente significa vescovi.
Si scopre che i tre gradi di clero che
esistono ancora oggi furono ordinati in ogni particolare comunità nei
primi secoli del cristianesimo, e i loro poteri erano limitati a quella
comunità. Compivano i servizi divini, si prendevano cura della moralità,
stanziavano beni materiali, amministravano il giudizio, ma a quanto
pare non si dedicavano all'insegnamento, o almeno non era obbligatorio
per loro. I vescovi non si dedicavano all'opera missionaria e non
predicavano Cristo né in altre città e paesi né, molto probabilmente,
nella propria stessa città. Ciò era fatto da altre persone che, nei
libri del Nuovo Testamento e in altri monumenti paleocristiani, erano
chiamate apostoli, profeti e maestri.
L'apostolo Paolo scrive ai Corinzi:
"Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in
secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri..." (1 Cor
12:28). Qui, per apostoli, si intende non i dodici e i settanta (o
meglio non solo loro), ma una posizione ecclesiastica ben definita e
comprensibile per la gente di quel tempo, che esisteva, come le
posizioni dei profeti e dei maestri (didaskaloi) fino alla fine
del II secolo. Tutte e tre queste posizioni erano carismatiche quando lo
Spirito Santo comandava loro di andare a predicare il vangelo. Il libro
degli Atti descrive come ciò è stato fatto in pratica: "C'erano nella
comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato
Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode tetrarca, e
Saulo" (At 13:1).
Gli apostoli erano esclusivamente
predicatori itineranti, e predicavano solo i fondamenti stessi del
cristianesimo, fondando una comunità e andando subito avanti. La Didaché
o gli Insegnamenti dei dodici apostoli (fine del I secolo – inizi del
II secolo) dice: "Ogni apostolo che viene a voi sia accolto come il
Signore. Rimarrà un giorno e, se sarà necessario, un secondo". Questo
requisito si applica ai casi in cui l'apostolo è entrato in una comunità
cristiana già esistente. Allo stesso tempo, la Didaché richiede che,
quando parte, l'apostolo prenda solo il cibo necessario per l'ulteriore
viaggio, e avverte che se l'apostolo chiede denaro, è un falso apostolo.
I profeti erano missionari già più
solidi, nel senso che predicavano in comunità già stabilite, potevano
rimanervi per un tempo più lungo, e talvolta per sempre, insegnavano ai
credenti non solo le basi del cristianesimo, ma spiegavano loro anche
l'insegnamento in modo più dettagliato e eseguivano i servizi divini.
Ricevevano dalla comunità una buona indennità monetaria e materiale, ma
allo stesso tempo non svolgevano alcuna funzione amministrativa.
Gli insegnanti o didaskaloi erano
quasi come i profeti, ma il loro ministero basato sulla loro decisione
di diventare insegnanti era meno carismatico e l'insegnamento stesso
veniva tramandato da loro piuttosto sotto forma di conoscenza
intellettuale piuttosto che di rivelazione carismatica.
Apostoli, profeti e didaskaloi
godevano di maggior rispetto e autorità nella Chiesa rispetto ai
vescovi. Ciò è dimostrato dai monumenti paleocristiani. Per esempio, la
Didaché, esortando i credenti a rispettare i vescovi, li identifica con
profeti e didaskaloi, il che suggerisce che questi ultimi
godessero di un'autorità indiscutibile e che i vescovi dovessero essere
chiamati al rispetto. “Non mostrare disprezzo per i vescovi, dovrebbero
essere onorati da te insieme ai profeti e ai didaskaloi; poiché fanno
per voi il ministero dei profeti e didaskaloi". Contiene anche
l'indicazione che le funzioni dei profeti, didaskaloi e degli apostoli
nel tempo cominciarono a essere trasferite ai vescovi. Questi tre
ministeri carismatici scompaiono nella Chiesa sul soglia del III sec.
Il ministero degli apostoli, dei profeti e dei didaskaloi,
guidati dallo Spirito Santo, univa l'intera Chiesa. Le comunità da loro
fondate in diverse città e paesi adottvano lo stesso insegnamento e
ricevevano la stessa direzione di sviluppo. Queste comunità professavano
la stessa fede anche se a quel tempo non esistevano ancora né i canoni
dei libri del Nuovo Testamento né regole scritte per la vita della
Chiesa, né chiare formulazioni dottrinali. Le attività di questi
servitori di Dio rendevano anche superflua la forma conciliare di
risoluzione dei problemi ecclesiali e dei disaccordi sorti tra le
diverse comunità.
L'ascesa delle metropolie e dei patriarcati
Il numero dei vescovi nell'antichità era
molto grande; praticamente ogni comunità cristiana aveva il suo vescovo.
Il testo del documento dei secoli II-III noto nella scienza come Сanoni
ecclesiastici (da non confondere con i Canoni apostolici) suggerisce
che una comunità composta da soli 12 fedeli può eleggersi un vescovo e
prevede addirittura un meccanismo per eleggere un vescovo in comunità
con meno di 12 cristiani.
C'erano molti vescovi, i loro poteri non
andavano oltre la comunità, ed erano tutti uguali. Tuttavia, man mano
che le attività degli apostoli, dei profeti e dei didaskaloi si
esaurirono gradualmente, sorse la necessità di una forma di governo
ecclesiale come i concili. Allo stesso tempo, la funzione missionaria fu
trasferita ai vescovi delle comunità cristiane. Si manifestava
principalmente nel fatto che i vescovi delle città iniziavano a
stabilire comunità cristiane nei villaggi vicini, a capo delle quali
ponevano presbiteri (già nella nostra moderna concezione di questa
posizione) o diaconi.
Spesso tali comunità, soprattutto nei
villaggi più grandi, erano guidate anch'esse da vescovi subordinati al
vescovo della città. Tali vescovi erano chiamati corepiscopi. E se
all'inizio della nascita di questa istituzione, i corepiscopi erano
uguali o quasi uguali ai vescovi, nel tempo i loro poteri furono
ristretti e ridistribuiti a favore del vescovo della città da cui
dipendevano.
Man mano che nelle campagne si
moltiplicano le comunità cristiane, aumenta anche il numero dei
corepiscopi. Per esempio, san Gregorio il Teologo nei suoi scritti
indica che c'erano 50 corepiscopi nel distretto episcopale di san
Basilio il Grande. Essi naturalmente costituivano un concilio sotto il
vescovo per trattare questioni importanti. La riduzione dei poteri dei
corepiscopi alla fine li equiparò ai presbiteri/anziani; e alla fine del
IV secolo questa istituzione scomparve del tutto.
Inoltre, i distretti episcopali situati
nelle vicinanze iniziarono a gravitare l'uno verso l'altro nel tempo,
formando quindi un distretto metropolitano guidato dal "primo vescovo" o
metropolita. Il termine stesso "metropolita" si riscontra per la prima
volta nei canoni del primo Concilio ecumenico (325), ma questa stessa
istituzione è apparsa in un periodo che va dalla fine del II secolo
all'inizio del III secolo.
Il canone 34 dei santi Apostoli recita:
"I vescovi di ogni nazione devono riconoscere colui che è il primo tra
loro e considerarlo come loro capo e non fare nulla di conseguenza senza
il suo consenso; ma ciascuno può fare solo quelle cose che riguardano
la propria parrocchia e le campagne che le appartengono. Ma neppure
colui (che è il primo) faccia nulla senza il consenso di tutti; poiché
così ci sarà l'unanimità, e Dio sarà glorificato per mezzo del Signore
nello Spirito Santo". Qui vediamo che con l'uguaglianza di tutti i
vescovi nel rito e nell'insegnamento, appare già una certa
subordinazione nell'attuazione della funzione amministrativa.
Naturalmente le città grandi e importanti
dell'Impero Romano, Roma, Alessandria, Antiochia, ecc, divennero i
centri dei distretti metropolitani. Di norma, le comunità cristiane in
queste città erano state fondate da qualcuno dei dodici apostoli, e
questo fatto conferiva loro un'autorità ancora maggiore. Man mano che il
cristianesimo in queste città si rafforzava e il numero dei credenti si
moltiplicava, si diffondeva nelle città vicine e meno significative,
dove le comunità cristiane consideravano la comunità della città
principale della loro provincia come la loro "Chiesa madre". Oggi questo
termine, grazie alle pretese di supremazia del patriarca Bartolomeo, è
stato screditato, ma esiste ancora.
I vescovi di tali città minori
consideravano i vescovi delle metropolie come i loro fratelli maggiori e
più autorevoli. Dagli inizi del III secolo, appare una forma conciliare
di governo della Chiesa, da allora sono stati regolarmente convocati
Concili locali, che sono costituiti principalmente dai vescovi di un
distretto metropolitano. Questo, per ovvie ragioni, eleva ulteriormente
il vescovo della metropolia. Questi ha più occasioni per avvisare tutti i
vescovi della convocazione di un concilio, in una città più grande e
comoda c'è più possibilità di ricevere e accogliere ospiti. Lì, di
regola, ci sono chiese o altri locali che possono ospitare un gran
numero di partecipanti. Infine, è più conveniente per il vescovo di una
grande città informare la gente sulle decisioni di un concilio e
metterle in atto.
Va anche aggiunto che nelle grandi città
c'era una vita economica più attiva, che portava a opportunità
finanziarie più significative per le comunità di tali città.
L'istruzione e la scienza fiorirono, dando alle comunità chierici e
parrocchiani più istruiti.
La fondazione di una comunità cristiana
da parte di uno dei dodici apostoli non faceva successivamente di tale
comunità una metropolia. Per esempio, gli apostoli fondarono comunità in
città come Troade, Listra e altre, che però non ebbero mai alcun
vantaggio. Gerusalemme, che in alcuni scritti è chiamata "sede di Gesù
Cristo stesso", fu subordinata al vescovo di Cesarea di Palestina nei
secoli II-III. Il più importante fattore decisivo nell'elevazione di una
città al rango di metropolia era il suo significato politico e
amministrativo, e non l'antichità della sede, l'origine apostolica o
altre ragioni puramente religiose.
I processi di accentramento che furono
caratteristici della Chiesa nei secoli II-III e portarono alla nascita
delle metropolie sfociarono poi nella nascita dei patriarcati. Nel III
secolo, in ogni principale città provinciale dell'Impero Romano, in ogni
metropolia civile, si formò una sede metropolitana della chiesa, e
poiché c'erano molte di queste metropolie civili, il numero di
metropoliti era corrispondente.
Gradualmente, cominciano a crescere di
rango i metropoliti delle città più grandi e importanti, che alla fine
acquisirono lo status di patriarchi. Pertanto, l'emergere dei
patriarcati è una logica continuazione dello sviluppo del sistema delle
metropolie e dei distretti metropolitani. Il rapporto dei patriarchi con
i metropoliti, le loro funzioni e poteri sono gli stessi dei
metropoliti stessi nei confronti dei vescovi ad essi subordinati, come
il diritto di giudizio e di appello, la vigilanza sull'elezione dei
vescovi e sulla loro consacrazione, la convocazione e la direzione dei
concili.
La nascita del Patriarcato di Costantinopoli
Dei cinque patriarcati sorti nel primo
millennio della storia cristiana, solo tre si sono formati nel modo
naturale sopra descritto: i patriarcati di Roma, Alessandria e
Antiochia. Quanto agli altre due, Gerusalemme e Costantinopoli, la loro
formazione è stata alquanto diversa. Per quanto riguarda il Patriarcato
di Gerusalemme, possiamo solo dire che dopo la distruzione di
Gerusalemme e la formazione al suo posto della città di Aelia Capitolina
con una popolazione prevalentemente pagana, la comunità cristiana di
questa città perse il suo antico significato e alla fine fu subordinata
al metropolita di Cesarea di Palestina, e quest'ultimo, a sua volta, al
patriarca di Antiochia. La sua elevazione al rango di patriarcato
avviene dopo il regno dell'imperatore Costantino il Grande, in cui fu
aperto il Santo Sepolcro, fu ritrovato il prezioso legno della Croce, e
furono costruite chiese cristiane. Per quanto riguarda il Patriarcato di
Costantinopoli, la sua ascesa va di pari passo con l'istituzione di
Costantinopoli come nuova capitale dell'impero.
La prima menzione dei diritti dei
patriarchi, che non erano ancora così chiamati, è contenuta nel Canone 6
del I Concilio Ecumenico (325), si legge: "Prevalgano le antiche usanze
in Egitto, Libia e Pentapoli: che il vescovo di Alessandria abbia
giurisdizione su tutte queste, poiché la stessa cosa è consuetudine
anche per il vescovo di Roma. Allo stesso modo, ad Antiochia e nelle
altre province, le Chiese mantengano i loro privilegi".
Come si vede, non si parla del
Patriarcato di Costantinopoli ma di alcune "altre province", i cui
vescovi avevano diritti di patriarchi. Ciò che queste province è
spiegato nel canone 2 del II Concilio Ecumenico (381), che ripete e
dettaglia il canone 6 del II Concilio: "I vescovi non devono andare
oltre le loro diocesi verso chiese che si trovano al di fuori dei loro
confini, né creare confusione tra le chiese; ma il vescovo di
Alessandria, secondo i canoni, amministri da solo le questioni
dell'Egitto; e che i vescovi dell'Oriente gestiscano solo l'Oriente,
conservando i privilegi della Chiesa di Antiochia, che sono menzionati
nei canoni di Nicea; e che i vescovi della diocesi dell'Asia
amministrino solo le questioni dell'Asia; e i vescovi del Ponto solo le
questioni del Ponto; e i vescovi della Tracia solo le questioni della
Tracia".
Cioè, secondo questo canone, alla fine
del IV secolo non c'erano cinque, ma sei patriarcati: Roma, Alessandria,
Antiochia, Efeso (Asia), Cesarea di Cappadocia (Ponto) ed Eraclio
(Tracia).
A quel tempo, Costantinopoli era già la
capitale dell'impero e il II Concilio ecumenico, che si tenne anche a
Costantinopoli, decise di concedere al vescovo di questa città alcuni
diritti onorifici. Ciò è affermato nel Canone 3 di questo concilio: "Il
vescovo di Costantinopoli, tuttavia, avrà la prerogativa d'onore dopo il
vescovo di Roma, perché Costantinopoli è la Nuova Roma".
Qui non si dice assolutamente nulla dei
diritti del vescovo di Costantinopoli, perché questi non differivano in
alcun modo dai diritti dei vescovi ordinari subordinati ai metropoliti.
Se il Canone 2 parla di quali province sono subordinate ai vescovi (o
patriarchi) di Alessandria, Antiochia, Efeso, ecc, allora il Canone 3
parla solo della prerogativa d'onore del vescovo di Costantinopoli come
vescovo della città, non della provincia. La sua giurisdizione si
estendeva solo a Costantinopoli, e amministrativamente (formalmente) era
subordinata al vescovo di Eraclio. È molto buffo notare che la
situazione è all'incirca la stessa che i fanarioti hanno cercato di
organizzare all'inizio nella "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" per placare
Filaret Denisenko: il patriarca onorario era subordinato al
metropolita.
Ma nel tempo, questo "patriarcato
onorario" di Costantinopoli diventa un patriarcato di fatto, che gli
viene infine assegnato legalmente dal IV Concilio ecumenico (451), il
cui Canone 28 recita così: "anche noi emaniamo e decretiamo le stesse
cose riguardanti i privilegi della santissima Chiesa di Costantinopoli,
che è la nuova Roma. I padri giustamente concessero privilegi al trono
della vecchia Roma, perché essa era la città imperiale. E i 150 piissimi
vescovi, mossi dalla stessa considerazione, diedero pari privilegi al
santissimo trono della Nuova Roma, giudicando giustamente che quella
città che è onorata dalla sovranità e dal Senato, e gode di uguali
privilegi della vecchia Roma imperiale, dovrebbe anche in materia
ecclesiastica essere come lei magnificata, ed essere in rango accanto a
lei; affinché nelle diocesi del Ponto, dell'Asia e della Tracia, i
metropoliti e anche i vescovi delle diocesi di cui sopra che sono tra i
barbari, debbano essere ordinati dal suddetto santissimo trono della
santissima Chiesa di Costantinopoli; ogni metropolita delle suddette
diocesi, insieme ai vescovi della sua provincia, ordina i suoi vescovi
provinciali, come è stato dichiarato dai canoni divini; ma come è stato
detto, i metropoliti delle suddette diocesi dovrebbero essere ordinati
dall'arcivescovo di Costantinopoli, dopo che le elezioni appropriate
sono state tenute secondo consuetudine e sono state a lui segnalate".
Come si vede, il Canone 28, in contrasto
con il Canone 3 del II Concilio ecumenico, a cui si riferisce, non parla
di prerogativa d'onore ma di specifici diritti patriarcali. Allo stesso
tempo, il IV Concilio ecumenico elenca esattamente quali province sono
soggette all'autorità del vescovo di Costantinopoli, non permettendogli
di estendere la sua autorità oltre i loro confini. E queste province,
come è facile intuire, sono proprio tre patriarcati passati alla storia:
Efeso, Cesarea di Cappadocia ed Eraclio. Cioè, questi patriarcati, a
causa dello status di capitale di Costantinopoli e della vicinanza
territoriale ad essa, furono aboliti e subordinati al Patriarcato di
Costantinopoli. Per inciso, i legati del papa protestarono contro questo
canone, e il papa stesso non lo riconobbe per secoli.
Tuttavia tale subordinazione avvenne
naturalmente nel IV-V secolo e il IV Concilio ecumenico la documentò
solo legalmente. Per vari motivi, nella capitale dell'impero venivano
spesso vescovi di altre città, e tutti erano ospiti del vescovo di
Costantinopoli. Spesso, approfittando della loro presenza, si formava
con loro un concilio presieduto dallo stesso vescovo di Costantinopoli
per risolvere varie questioni ecclesiali. Come vescovo della capitale,
questi poteva intercedere per altri vescovi davanti all'imperatore e
risolvere anche altre questioni. Tutto ciò contribuì al fatto che era il
vescovo di Costantinopoli a godere degli effettivi diritti patriarcali
piuttosto che i vescovi delle tre province sopra citate.
Per esempio, lo storico della chiesa
Teodoreto scrive dell'arcivescovo di Costantinopoli Giovanni Crisostomo
(347-407): "Giovanni aveva cura non solo della sua città, ma anche
dell'intera Tracia, persino dell'Asia intera, e governava l'intera
provincia del Ponto". Successivamente, quando san Giovanni Crisostomo fu
rimosso dalla sede, questa ingerenza non canonica a quel tempo negli
affari di altre Chiese gli sarebbe stata imputata insieme ad altre
accuse.
Conclusioni
Le conclusioni di questo breve saggio storico possono essere le seguenti:
In primo luogo, l'intero sistema
amministrativo della Chiesa con patriarcati, distretti metropolitani, e
successivamente esarcati, autonomie, ecc. non ha alcun significato sacro
né origine apostolica. È sorto a causa delle specifiche condizioni
politiche e di altro tipo prevalenti in quel momento. A un certo punto,
la Chiesa, con il suo spirito conciliare, ha ritenuto che proprio tali
forme di struttura amministrativa sarebbero state le più efficaci.
In secondo luogo, nel tempo e con
il mutare delle condizioni storiche, queste forme si sono sviluppate e
sono mutate. I successivi Concili ecumenici già regolavano alcuni
rapporti tra le Chiese locali in modo diverso rispetto ai Concili
precedenti. Ne consegue che la Chiesa in quanto organismo vivente ha il
diritto di modificare queste forme di governo in relazione alle nuove
condizioni storiche perché esse, lo ripetiamo, non costituiscono il
soggetto della fede cristiana. In realtà, questo è ciò che osserviamo.
Per esempio, qualche centinaio di anni fa non esistevano Chiese
autonome.
In terzo luogo, l'affermazione che
la Chiesa può esistere solo ed esclusivamente sotto forma di cinque
patriarcati (abbastanza popolare nel Medioevo) non ha basi storiche o
ancor più dogmatiche. Come già accennato, il secondo Concilio ecumenico
cita sei patriarcati, tra i quali non esiste quello di Costantinopoli.
In quarto luogo, la Chiesa di
Costantinopoli deve la sua elevazione e i suoi diritti patriarcali
unicamente al fatto che Costantinopoli era la capitale dell'Impero. Il
canone 28 del quarto Concilio ecumenico ne parla molto chiaramente:
"perché era la città imperiale <...> la città che è onorata dal
potere imperiale e dal senato". Ne consegue che se le condizioni su cui
si basava questo canone sono scomparse, allora esso stesso, quanto meno,
perde il suo significato.
Cioè, possiamo tranquillamente affermare
che gli attuali tentativi dei vescovi di Costantinopoli di sostanziare i
loro diritti esclusivi con riferimenti ai Concili ecumenici non sono
giustificati né storicamente né canonicamente.